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11.11.21 - 20:45

‘Sciù sciù’, un monologo di scorie e opportunità

Al Foce lo spettacolo Carla Valente e Simon Waldvogel del Collettivo Treppenwitz.

Si intitola ‘Sciù sciù – Broken Becomes Beautiful‘ il nuovo spettacolo del Collettivo Treppenwitz che andrà in scena venerdì 12 e sabato 13 novembre alle 20.30 al Teatro Foce di Lugano (e poi il 3 febbraio al Sociale di Bellinzona e ad aprile alla Cambusa di Locarno). Titolo che rimanda al nomignolo con cui Carla Valente, protagonista e coautrice del monologo, veniva chiamata dalla nonna quando era bambina. «Sciù sciù è un vezzeggiativo napoletano che vuol dire “pasticcino”, “dolcetto”, l’ho voluto come titolo per onorare la sua figura e ricordare come le nostre radici, se le riconosciamo e accettiamo, possono essere un trampolino per una crescita» ci spiega Carla Valente. E il sottotitolo, ‘Broken Becomes Beautiful’? «Sono i tre passaggi: si parte dalla rottura, dalla crepa. E come nella tecnica del kintsugi, quando un vaso si rompe viene riparato con l’oro così da farlo diventare un’opera d’arte, un oggetto prezioso. Ognuno di noi ha delle crepe e attraverso l’accettazione queste crepe diventano possibilità di esplorazione, un modo per dare senso alla nostra esistenza, al nostro stare al mondo : questo è il messaggio centrale dello spettacolo».

‘Sciù sciù’, come accennato, è un monologo scritto e diretto da Carla Valente e da Simon Waldvogel e prodotto dal Collettivo Treppenwitz. «È una giovane compagnia di artisti indipendenti: oltre a noi due ci sono Anahì Traversi, Camilla Parini, Igor Horvat, Federica Carra. Per noi è molto importante, in un momento difficile come questo, poter tornare a incontrare il pubblico: invito quindi caldamente tutti a venire a teatro, perché il teatro si fa per le persone». ‘Sciù sciù’ ha vinto in Italia un bando teatrale per le nuove generazioni, il Premio Anna Pancirolli e il bando Re.Te Ospitale della Compagnia Teatrale Petra.

Questo spettacolo, prosegue Carla Valente, «nasce da una domanda: quanto conta lo sguardo degli altri per definire il proprio corpo, per definire noi stessi. Partendo da questa interrogativo si va a lavorare su più mezzi di comunicazione». Ci sarà, ha spiegato l’autrice, una parte video molto importante e poi «il collage: durante la pandemia mi sono appassionata di collage e questo monologo è un collage di testi che poi, sotto l’occhio costante di una telecamera, vanno a comporre un’opera d’arte che ogni sera sarà diversa». Per sottolineare, aggiunge Carla Valente, che nel teatro come nella vita ogni giorno «è una sorpresa».

Da dove nasce l’urgenza di una riflessione sulle nostre “crepe esistenziali”? «Questo è un lavoro iniziato diversi anni fa con una importante parte di teatro documentario: si va a intersecare la mia storia personale con la situazione a Gaeta, dove sono nata. Gaeta, nel basso Lazio, si trova vicino a due centrali nucleari: quella di Borgo Sabotino, vicino a Latina, e quella di Garigliano». C’è tutto il problema dello smantellamento, ancora in corso, di queste strutture realizzate tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Sessanta, la questione dello smaltimento delle scorie radiotattive. E la fuoriuscita di materiale durante queste operazioni, con la conseguente contaminazione del golfo di Gaeta. «È una storia di scorie interiori e di scorie esteriori perché, e questo mi preme molto sottolinearlo, la storia parte dalla mia autobiografia ma si apre e diventa universale. Perché io sono nata con una malformazione della mano che si chiama ‘oligodattilia’, ho otto dita alle mani. Non è detto che la contaminazione sia il motivo di questa mia malformazione, ma è una delle possibilità. Questa mancanza, questo vuoto pone delle domande che possono diventare da intime a universali».

Che cosa comporta lavorare con un materiale così personale e intimo, essere sé stessi e non un personaggio? «È uno degli elementi della poetica del Collettivo Treppenwitz non avere “personaggi” ma portare noi stessi, iniziando dai nostri nomi» precisa Carla Valente. «Si tratta di stare sul palco imparando a essere un tramite, più che un personaggio, come se avessimo un messaggio da mandare al pubblico. Come attrice diventa importante stare con sé stessi, è un portare sé stessi ma cercando di arrivare all’essenza».
‘Sciù sciù’ mette in scena «alcuni aspetti che sono intimi e personali ma inserendoli in un’ottica completamente documentaristica che non prende solo me ma diventa anche una denuncia, che diventa soprattutto una denuncia: allora il mio corpo, la mia malformazione, io stessa divengo una tra tanti. Né io più sola, né soli gli altri».

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