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23.09.21 - 05:25
Aggiornamento: 07:19

‘Tre piani’, ben venga il Moretti snaturato

Algido, doloroso, perfetto per chi al cinema vuole farsi del male. Tratto dall’omonimo romanzo dell’israeliano Eshkol Nevo, in sala dal 23 settembre

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Da sinistra, Nanni Moretti, Margherita Buy, Alessandro Sperduti

“L’ho visto due volte. La prima, volevo capire se fosse fedele al mio libro. E lo è. Ci sono perfino i dialoghi del mio romanzo”. Lo scorso luglio all’Espresso, Eshkol Nevo diceva la sua su ‘Tre piani’ di Nanni Moretti, film da oggi nelle sale ticinesi, tratto dall’omonimo romanzo dello scrittore israeliano ambientato a Tel Aviv. Sommato ai dieci/undici minuti di standing ovation a Cannes, l’apprezzamento di Nevo – che per ‘Tre piani’ ha anche versato qualche lacrima – offre sufficienti garanzie sulla fedeltà della trasposizione a chi avesse letto il libro e, per chi dal cinema ama farsi trattare male, molto male, sulla certezza di lasciare la sala con le ossa rotte (psicologicamente parlando, qui da leggersi come complimento).

Primo film di Moretti tratto da un’opera altrui, da riassumere col massimo riserbo sullo sviluppo della trama, ‘Tre piani’ è ambientato dentro e fuori (più dentro che fuori) un signorile condominio di Roma, per complessivi dieci anni di vicende familiari. ‘Tre piani’ è la storia – al primo piano – di Lucio e Sara (Riccardo Scamarcio ed Elena Lietti) e della figlia di sette anni Francesca, che i genitori affidano spesso agli anziani dell’appartamento di fronte, Giovanna e Renato (Anna Bonaiuto e Paolo Graziosi); quello che pare l’Alzheimer galoppante di Renato porta a dire a Francesca che l’anziano è “guasto”; e mentre Lucio avanza l’ipotesi che per questo motivo la bimba non debba più essere lasciata ai dirimpettai, un ultimo affidamento si conclude a tarda sera dentro un parchetto in cui bimba e anziano, introvabili per alcune ore, vengono recuperati: “Renato si è perso”, spiega Francesca mentre accarezza la testa dell’adulto, incapace di rialzarsi. Nel crescendo tipico dell’ossessione, è la scintilla che porta Lucio a non guardare in faccia a nessuno (e nessuna) pur di placare il timore che l’anziano si sia reso protagonista delle peggiori cose.

‘Tre piani’ è – al secondo piano – la solitudine di Monica (Alba Rohrwacher) abbandonata dal marito Giorgio (Adriano Giannini), perennemente all’estero per lavoro. Alla sua prima esperienza di madre di una bimba partorita da sola in ospedale e cresciuta da sola tra le quattro mura di casa, Monica è presa nel mezzo tra lo svezzamento e il timore di diventare un giorno come sua madre, che tra una mania di persecuzione e un’altra si riscopre nonna dentro una clinica psichiatrica. ‘Tre piani’ è anche – al terzo piano – la vita dei giudici Vittorio e Dora (Nanni Moretti e Margherita Buy), padre e madre di Andrea (Alessandro Sperduti), ventenne che s’attenderebbe dai genitori un’intercessione con la legge che gli possa risparmiare il carcere, avendo il giovane investito e ucciso – al volante, e ubriaco – una donna proprio sotto casa, davanti a Monica che attendeva il taxi per andare a partorire e davanti a tutti i protagonisti scesi in strada, in un’iniziale scena collettiva. L’irreprensibilità di papà Vittorio sulla necessità che il figlio espii la propria colpa è la fine del rapporto con Andrea, con ripercussioni sulla relazione tra i due coniugi.

Speranza (quanto basta)

La generale freddezza di tutti, grandi e piccini, pare all’inizio quella di un film che non decolla, per rivelarsi poi scelta stilistica che, magari non per tutti, paga. Scelta non priva di rischi: chissà, forse è proprio questo Moretti ‘snaturato’ il motivo per il quale a Cannes ha vinto “un altro film, in cui la protagonista rimane incinta di una Cadillac” (‘Titane’ di Julia Ducournau visto dal regista romano, entrato Palma d’Oro, uscito alberello). Che piaccia oppure no, nella profonda ferita umana che è ‘Tre Piani’, pellicola algida, dolorosa e senza sconti, le due ore di film scorrono lente come la cicatrizzazione e insieme veloci come una sutura. Complici, in questo senso, Margherita Buy (“la nostra Meryl Streep”, come la chiama il regista), valida traghettatrice verso uno dei pochi momenti di speranza, e Alba Rohrwacher, il cui smarrimento conduce in altri luoghi; complice Riccardo Scamarcio, talmente senza scrupoli da prendere a pugni. Complice anche l’attore e regista del film: in “Se vorrai continuare ad avere rapporti con lui, non avrai più rapporti con me” c’è il Moretti più vicino all’Insopportabile. Insopportabile inteso, anche qui, come complimento.

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