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09.09.21 - 19:29
di Ugo Brusaporco

Venezia, in concorso il caso Grzegorz Przemyk

Fuori concorso convince il film francese ‘Les choses humaines’ diretto da un provocante Yvan Attal

Il 12 maggio 1983 la polizia polacca uccide Grzegorz Przemyk, il figlio di Barbara Sadowska, aveva 19 anni. Questo racconta ‘Żeby Nie Było Śladów’ (Non lasciare tracce) del trentasettenne polacco Jan P. Matuszyński in un film che è un atto di condanna verso il rozzo e dittatoriale sistema staliniano instaurato in Polonia fino al 1989, e nello stesso tempo è un monito verso le oligarchie che oggi si instaurano o cercano di instaurarsi nel nostro mondo. Il regista ci presenta subito i tre personaggi che saranno il fulcro della vicenda: Jurek (un bravissimo Tomasz Ziętek), il suo amico Grzegorz Przemyk (un interessante Mateusz Górski) e la padrona di casa Barbara Sadowska (una intensa e dolente Sandra Korzeniak). I due ragazzi festeggiano il successo scolastico di Grzegorz bevendo un po’ di vino poi si avviano verso il centro di Varsavia per continuare la festa, succede che uno salti sulle spalle dell’altro per gioco e che ridendo finiscano per terra, proprio in quel momento arrivano due poliziotti che pretendono i documenti. Sapendo di non essere tenuto a mostrarli, Grzegorz non lo fa: i due vengono portati insieme al commissariato e qui Jurek vede l'amico pestato violentemente. Inviati dal commissariato all'ospedale per un controllo psichiatrico i due vengono mandati a casa ma dopo una notte di dolori indicibili il giovane viene portato in ospedale e operato d’urgenza ma è inutile, gli hanno spappolato l’intestino e altro. Grzegorz muore e Jurek diventa l’unico testimone: per lui si dà via a una vera e propria caccia all’uomo con lo scopo di non far condannare i poliziotti. Alla fine si trova la soluzione: incolpare gli infermieri. Il potere ha vinto, Grzegorz non avrà giustizia neppure nei tribunali di revisione dopo il 1989. Film amaro, spietato per l'accuratezza con cui racconta il dramma di una generazione di giovani che vedevano gli albori di un mondo che cambiava senza poterlo afferrare.
Delude invece ‘America Latina’ di Fabio e Damiano D’Innocenzo, un complicato giallo psichiatrico con un affermato dentista che cade in una profonda crisi di paranoia che lo allontana dalla sua tranquilla vita familiare e sociale per portarlo in un infernale abisso mentale in cui realtà e incubo perdono i loro confini. Tutto resta freddo sullo schermo, nessuna emozione solo noia. A risvegliare tutte e tutti è stato invece il film francese ‘Les choses humaines’ diretto da un provocante Yvan Attal che regala a suo figlio Ben Attal la possibilità di mettersi in mostra e alla sua compagna e madre del protagonista Charlotte Gainsbourg un altro di quei ruoli da ricordare. La vicenda è presto detta: Lui (Ben Attal) è un giovane che torna dagli Usa alla natia Parigi per un importante premio che suo padre (il sempre bravo Pierre Arditi) famoso opinionista deve ricevere ufficialmente, l’uomo è un impenitente donnaiolo, che ha fatto allontanare da sé la moglie e madre (Charlotte Gainsbourg), una saggista nota per il suo femminismo radicale. Alla cena della sera partecipa anche Lei, la figlia minorenne del nuovo compagno della madre: Lei segue Lui a una festa dove si beve, si fuma e si tira cocaina. I ragazzi della festa si sfidano a portare le mutandine di una ragazza per dimostrare la loro impresa amorosa, ma Lei distrae Lui da altri appetiti chiedendogli di uscire da quella bolgia: dopo una passeggiata si appartano. La mattina dopo Lui si ritrova in casa la polizia che lo arresta con l’accusa di avere stuprato la ragazza. Ognuno racconta la sua storia, i media prendono posizioni contro Lui, contro lo stupratore. Dice il regista: “Il potere degli uomini e il suo abuso, la cecità del desiderio maschile e le sue conseguenze devastanti, la cultura dello stupro, l’area grigia del consenso, i social media, la giustizia repubblicana e il tribunale popolare che condanna senza lasciare spazio alla difesa e conduce al linciaggio. L’intera sfida è racchiusa nella possibilità di realizzare un film che non sia manicheo, senza che ciò possa essere interpretato come un tradimento della causa delle donne/vittime”. Di sicuro ci riesce e il film fa tremare la mente ponendo anche in campo la diversità sociale e culturale di Lui e Lei, il mondo da cui vengono lui dall’alta borghesia liberale, lei da una famiglia di ebrei integralisti. Il film pone una domanda necessaria, di approfondimento culturale. Grande film necessario.

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