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06.07.21 - 05:30
Aggiornamento: 12:04

Cannes, eppure il cinema c'è ancora

Ma Cannes è anche questo, un bagno di folla e sarà un bel vedere tra smoking e abiti da sera per le proiezioni serali e mise da spiaggia popolare

di Ugo Brusaporco
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Ci siamo (Keystone)

Si rianima la Croisette, la 74ª edizione del Festival di Cannes è à la carte, con buona pace del sindaco della città, David Lisnard, che alle ultime elezioni ha preso l’88 per cento dei voti e che fino a ieri ha tuonato per impedire che la corazzata Festival andasse a impattare con la stagione turistica in ripresa dopo la pandemia. Da maggio in cui era previsto il Festival a pieno luglio! Questa 74ª edizione in programma dal 6 al 17 luglio rischia seriamente di causare un micidiale ingorgo, già si fa il conto con gli alloggi coi prezzi andati alle stelle e il popolo dei turisti infuriato.

Ma Cannes è anche questo, un bagno di folla e sarà un bel vedere tra smoking e abiti da sera per le proiezioni serali e mise da spiaggia popolare, tra ricercati profumi e dozzinali creme solari. È il Cinema finalmente, e si comincia con ‘Annette’ di Leos Carax, un musical non certo tranquillizzante con Marion Cotillard e Adam Driver, quello di Carax sarà anche il primo film di un lungo concorso che comprende oltre venti film, un impegno faticoso per il mitico Spike Lee, presidente di giuria, e i suoi giurati. A proposito di Spike Lee: ha già provocato polemiche la frase “primo afroamericano a ricoprire tale carica”, apparsa su Wikipedia e ripresa da molti altri. Nel mondo del cinema non esiste una classificazione razziale, grazie a Dio: asiatici, oceanici, africani, europei, uomini e donne, eterosessuali omosessuali e persone trans, cattolici e musulmani ed ebrei e… sono una famiglia, Spike Lee è un regista come Carax, come Nicolas Bedos, che chiuderà il Festival con il suo ‘Agente speciale 117 al servizio della Repubblica - Allarme rosso in Africa nera’, come tutte e tutti che sono qui a Cannes e nel mondo. Che poi lui sia un campione dell’orgoglio afroamericano è altro discorso, non è per questo che è stato chiamato a presiedere la prestigiosa Giuria.

Tornando ad ‘Annette’: è interessante scoprire che tra i Paesi produttori del film con Francia, Germania, Belgio, Giappone, Messico c’è anche la Svizzera, che qui a Cannes si trova nominata solo con un altro film, ‘Noche de fuego’ di Tatiana Huezo Sánchez dove la Svizzera si trova in compagnia produttiva con Messico, Germania e Brasile.

Non si deve dimenticare che il Festival di Cannes è anche il Mercato: Cannes ha chiaro che i film sono arte, cultura, civiltà, storia, ma per esistere anche mercato, e l’impegno perché i film siano diretti alle sale e possano essere visti e incassare è primario per questo Festival, la sua sfida nell’immenso mondo delle immagini in movimento che ci sommerge quotidianamente. Si aspetta in concorso lo scandalo con ‘Benedetta’ che Paul Verhoeven ha tratto da un saggio di Judith C. Brown ‘Atti impuri - Vita di una monaca lesbica nell’Italia del Rinascimento’, mentre incuriosisce ‘Bergman Island’ di Mia Hansen-Løve, che si annuncia come una riflessione sul fare cinema in un tempo di selvaggia produzione. Sulla stessa idea di rapporto tra cinema, arte e vita si pone ‘Doraibu mai kā’ di Ryūsuke Hamaguchi in cui il protagonista è un regista a cui è appena morta la moglie.

Atteso, soprattutto dai cinefili è il nuovo film di Ildikó Enyedi ‘A feleségem története’, mentre già pronto per il grande pubblico ‘Flag Day’ di Sean Penn, adattamento dell’acclamato libro di memorie di Jennifer Vogel ‘Flim-Flam Man: The True Story of My Father’s Counterfeit Life’ che racconta il difficile rapporto dell’autrice con il padre truffatore. Mescola sociale, le rivolte operaie nella Francia di oggi e il privato ‘La Fracture’ di Catherine Corsini, e ancora la società in ‘France’ di Bruno Dumont, ritratto di una donna, una giornalista televisiva, di un Paese, la Francia, di un sistema, quello dei media. E ancora di giornali, giornalismo e società parla l’attesissimo ‘The French Dispatch of the Liberty, Kansas Evening Sun’ di Wes Anderson; noi aspettiamo un film israeliano che si annuncia importante: ‘Hadereḵ (Ahed’s Knee)’ di Nadav Lapid in cui un regista si ritrova a combattere due battaglie perse: una contro la morte della libertà nel suo Paese, l’altra contro la morte di sua madre. In ‘Haut et Fort’ Nabil Ayouch guarda ai giovani di Casablanca tra voglia di modernità e peso delle tradizioni. Nel suo ‘Hytti nro 6’, il finlandese Juho Kuosmanen prova a raccontare la Russia di oggi. Di una coppia che nonostante tutto prova a essere normale parla ‘Les Intranquilles’ di Joachim Lafosse, mentre in ‘Lingui’ (I sacri legami) il regista Mahamat-Saleh Haroun affronta il tema dell’aborto in un Paese come il suo Ciad, dove è legalmente e moralmente condannato. Già tra i favoriti alla Palma d’oro è ‘Memoria’ di Apichatpong Weerasethakul, un film che nasce da un libro fotografico che lo stesso regista ha pubblicato per cercare di capire il conflitto in Colombia negli anni 80 dello scorso secolo.

A un terribile massacro avvenuto in Tasmania nel 1996 – un killer psicopatico uccise a colpi d’arma da fuoco 35 persone e ne ferì 23– si ispira ‘Nitram’ dell’australiano Justin Kurzel. Tratto da tre graphic novel (‘Amber Sweet’, ‘Killing and Dying’ e ‘Hawaiian Getaway’) scritte da Adrian Tomine, è ‘Les Olympiades’ di Jacques Audiard, storia di amori e amanti. Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è invece infelice a modo suo, sosteneva Lev Tolstoj e il russo Kirill Serebrennikov prova a raccontare una sua famiglia in ‘Petrovy v grippe’. Del suo Iran racconta in ‘A Hero’ (Qahremān) il pluripremiato Asghar Farhadi, è la storia di un uomo qualunque finito in carcere perché povero e con debiti. In ‘Red Rocket’ anche il regista Sean Baker ha un suo fallito: una pornostar che torna nella sua piccola città natale in Texas, anche se nessuno lo vuole davvero indietro. Di altro genere è l’atteso horror di Julia Ducournau ‘Titane’ con Agathe Rousselle e Vincent Lindon, per altri motivi è attesissimo il dolente ‘Tout s’est bien passé’, di François Ozon, su una figlia che deve rispondere al padre malato che vuole uccidersi. Ancora malinconia e vite che sfuggono in ‘Tre piani’ che Nanni Moretti ha tratto dal romanzo omonimo di Eshkol Nevo. Più vitale sembra essere ‘Verdens verste menneske’ in cui Joachim Trier guarda a quattro anni della vita di una donna in cerca di dare un senso a parole grosse come amore, lavoro, società, infine a dare uno sguardo realistico a chi è veramente. Ecco i film di un concorso che non è tutto il cinema che si vedrà in questo Festival, solo una parte, importante come le altre.

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