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C'era una volta Almodóvar (Keystone)
Spettacoli
04.09.20 - 14:470

Venezia77 comincia a macinare film

In Concorso arrivano il massacro di Srebrenica e un insipido melodrammone. Poi, un bel noir sudcoreano e un deludente Almodóvar

Dobbiamo subito dire della grande difficoltà di vivere una Mostra che rappresenta nel suo peggio un’Italia impantanata nel suo eccessivo burocratismo. Non è il prenotare ogni tre giorni i film da vedere, non il farti fare chilometri di cunicoli per raggiungere le sale, non l'aver trasformato un festival del cinema in una dimostrazione politica della sicurezza, di più è l’aver segregato la Mostra, ormai non se ne accorgono non solo i locali intorno che rimpiangono il turismo estivo, ma neppure le persone che passeggiano nel Viale Santa Maria Elisabetta.

Ugualmente il Cinema è arrivato. Fuori concorso con ‘Nak-Won-Eui-Bam’ (Una notte in Paradiso) di Hoon-jung Park, un noir perfettamente lontano dalla scuola francese e statunitense, per legarsi profondamente a precise mentalità artistiche e linguistiche sudcoreane. Un film che per la sua violenza visiva ha fatto allontanare il pubblico più teneramente romantico. Basti dire che i due protagonisti sanno entrambi di dover morire e lo stesso non sanno raccontarsi quel profondo amore che ha segnato il loro incontrarsi. Viaggiando dalle parti di “Le Quai des brumes”, Hoon-jung Park ne offre una rilettura che mantenendo un impatto romantico, aggiunge un cóte di pura e innervosente violenza, assolutamente necessaria alla narrazione. Il film si avvale anche di una straordinaria attrice come Jeon Yeo-been e di uno straordinario direttore della fotografia qual è Young-Ho Kim.

In concorso sono passati l’atteso ‘Quo Vadis, Aida?’ della bosniaca Jasmila Zbanic e il melodrammone ‘Amants’ di Nicole Garcia. Del primo già si parla, ed è il primo film in concorso, come possibile Leone d'Oro: è girato da una donna, ha come protagonista una madre eroica ed è ambientato in Bosnia, durante il massacro nella cittadina di Srebrenica, nel luglio del 1995. L’Aida del titolo, la bravissima Jasna Djuricic che ricorda la miglior Anna Magnani, è una maestra di scuola che per la sua conoscenza dell’inglese viene chiamata come interprete a Srebrenica. La sua vita cambia quando le truppe serbe occupano la città e migliaia di cittadini musulmani cercano rifugio nell’accampamento delle Nazioni Unite. All’epoca il comando era olandese e la regista punta senza mezzi termini alla forte denuncia verso quei vertici. Il film è civilmente importante, peccato che la regista non riesca a diventare autrice restando nobile artigiana.

A questo massacro se ne aggiunge un altro ben conosciuto, quello toccato agli ebrei nell'Europa nazista della seconda guerra mondiale. Lo riporta in evidenza il documentario 'Final Account' di Luke Holland. Il film nasce da un'inchiesta che il regista britannico ha condotto nel 2008 intervistando l'ultima generazione di tedeschi ancora in vita che avevano fatto parte del Terzo Reich, nelle varie situazioni di ex SS, di impegno nei campi di sterminio, di fedeltà ad Adolf Hitler. Lo stesso regista confessa che “le interviste erano rivolte non ai nomi agghiaccianti e tristemente noti appresi nei libri di storia, ma ai comuni cittadini che realizzarono i progetti concepiti dagli architetti del genocidio di massa.” Il problema è che il film diventa una testimonianza veramente agghiacciante non solo su una generazione di nazisti creati dal regime, ma un segno evidente di una eredità viva e non nascosta, un'eredità che pesa oggi nella Germania della Merkel. Non è un caso, questo rigurgito di destra: il film fa pensare che se il razzismo antiebraico fece coagulare intorno a Hitler un popolo, quanto può fare oggi il razzismo contro gli emigrati in gran parte dell'Europa?

Non convince in concorso ‘Amants’ di Nicole Garcia   un melodrammone incapace di incuriosire, stantio e senza spirito. Storia di un amour fou, il film ci mostra gli inseparabili Lisa e Simon: lei studia cucina, lui spaccia in grande stile; la loro vita cambia quando un ricco cliente di lui muore per overdose: Simon fugge ingannando Lisa per paura di essere preso, si rivedranno tre anni dopo. Il film non ha niente di interessante, noiosamente conduce lo spettatore al termine senza emozioni.

La giornata era stata aperta da ‘The Human Voice’ di un  Pedro Almodóvar che in Cocteau va a scoprire la demenza dell’innamorarsi; Tilda Swinton è intensa ma fredda e poco credibile protagonista, per il resto Almodóvar rinuncia troppo spesso a fare cinema per omaggiare il teatro.

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