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Einstein on the Beach (© Carole Parodi)
Spettacoli
10.09.19 - 17:500

Finzi Pasca on the Beach

Quattro ore di sogno: l'artista ticinese ha diretto a Ginevra l'opera minimalista ‘Einstein on the Beach’ di Philip Glass e Robert Wilson.

Ci accomodiamo nella sala del Grand Théâtre de Genève con l’organo elettronico già impegnato con le poche, semplici note del prologo reiterate in cicli di pochi secondi. La prova generale di ‘Einstein on the Beach’ – l’opera di Philip Glass e Robert Wilson degli anni Settanta con cui il teatro ginevrino apre la stagione, affidando la regia a Daniele Finzi Pasca – sta per iniziare ed è il momento in cui i timori, di fronte a quattro ore di spettacolo senza pause, dovrebbero aumentare, vuoi per la stanchezza del viaggio fino a Ginevra, vuoi per lo smarrimento di fronte all’apparente semplicità della musica minimalista, vuoi perché non c’è trama e il testo è composto di sillabe solfeggiate, numeri e brevi estratti poetici.

Eppure, mentre il prologo sfuma nella prima ‘Knee play’, i timori svaniscono – e non è solo per la scritta luminosa che rassicura il pubblico che è libero di entrare e uscire dalla sala durante lo spettacolo. Il fatto è che bastano pochi minuti e la musica ti cattura e ti porta in un sogno. Un sogno con foreste di luci, sirene che volano sopra una spiaggia, cavalli, toreador, spose, librerie che crescono e mutano la forza di gravità, clown, biciclette volanti… Un sogno che, alternando momenti poetici ad altri più divertenti, ti tiene per quattro ore sulla poltrona del Grand Théâtre. Ma quel sogno è di Daniele Finzi Pasca (o meglio della sua compagnia: coreografie di Maria Bonzanigo, scenografia di Hugo Gargiulo, costumi di Giovanna Buzzi) che abbiamo incontrato al termine dello spettacolo.

‘Einstein on the Beach’ vi ha permesso una certa libertà…
Più o meno. Devi sapere che ho cominciato a fare opera a Londra con un’opera contemporanea, di Kaija Saariaho, e la cosa particolare quanto lavori a questi progetti è che hai in vita il compositore, il librettista, il regista della prima messa in scena. Ti confronti con qualcosa che non è solo un progetto, perché chi gli ha dato vita è ancora lì – cosa che normalmente non succede: nessuno si ricorda come venne messo in scena il ‘Nabucco’ e hai una libertà che viene dal non doverti sedere di fronte all’autore.

Però qui non c’è una storia, un’ambientazione…
Certamente con ‘Einstein on the Beach’, abbiamo la libertà di un’opera senza una linea drammaturgica, senza una narrazione precisa – ma in realtà è una cosa che ti condiziona enormemente, perché non è che ti senti libero di fare quello che vuoi, anzi devi cercare di capire che cosa in fondo volevano i due autori, e come si può far affiorare altri aspetti del loro progetto.

La vostra messa in scena però è più leggera, a tratti quasi circense…
Conosco la messa in scena originale di Bob Wilson che ha uno stile molto preciso, è un architetto, un matematico del gesto – e si vede la sua interpretazione del linguaggio matematico di Philip Glass. Però se uno pensa bene alla musica di Glass, alla sua struttura, si rende conto che assomiglia profondamente alla musica indiana con i suoi Raga, dove cambiando piccoli elementi all’interno di un continuo ripetere frasi musicali. Questo ti porta a un processo simile alla meditazione – che è parte del mio mondo, quello del sogno. Quando Philip Glass è stato informato che il Grand Théâtre de Genève voleva mettere in scena ‘Einstein on the Beach’ affidandomi la regia, c’è stato il suo nulla osta: “Fai pure, non c’è bisogno che tu mi dica cosa vorrai fare”. Partendo da quel punto di fiducia, è diventato più naturale usare il mio, il nostro modo di “cucinare”. Che ha più leggerezza, è più trasognato, sicuramente più giocoso – clownesco, più che circense.

E poi abbiamo questi ‘tubi di luce’…
Bob Wilson è un maestro della luce. Nella versione originale c’è una creazione che trent’anni fa era incredibile, una macchina di lampadine, una specie di nave spaziale con questo gioco di lampadine. E noi sulle luci continuiamo a lavorare: questi tubi sono una tecnologia molto particolare alla quale abbiamo iniziato a pensare per le Olimpiadi di Sochi. Luce che reagisce a degli stimoli – in questo caso musicali, ma possono reagire anche ad altre sollecitazioni. Il nostro approccio è strano: da una parte c’è questa voglia di ragionare sull’uso della tecnologia. E dall’altra parte la voglia di costruire sulla scena piccole immagini molto clownesche. Passare da mondi un po’ diversi è il nostro modo di affrontare i progetti teatrali – e di aiutare il pubblico a superare questa avventura teatrale.

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