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06.12.22 - 21:31

Perché (e come) parlare di emozioni a scuola con gli adolescenti

Nel libro ‘In media stat virtus’ idee e attività per l’educazione socio-emotiva negli anni formativi. Anna Bosia: ‘Strumento per docenti ma non solo’.

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La teoria è detta del quadrifoglio, il libro si legge come si sfoglia una margherita. ‘In media stat virtus’ (edizioni La Meridiana partenze) è una corolla di idee, spunti e attività semplici e però dalle innumerevoli venature. Rivolto a docenti e formatori, può essere uno strumento anche per genitori alle prese con figli non più bambini e non ancora ‘grandi’.

Uscito a settembre, è pensato per giovani della scuola media inferiore e superiore, ci spiega Anna Bosia. Giocando con la famosa frase latina In medio stat virtus (‘la virtù sta nel mezzo’), si evidenzia fin dal titolo come «proprio in quegli anni di scuola si inizia a formare l’adulto, si sviluppa la personalità e si acquisiscono alcune competenze che in futuro andranno rinforzate, ma che già in quel periodo vanno promosse e sostenute nel loro sviluppo».

Perché un libro sull’educazione socio-emotiva degli adolescenti?

L’idea di base è sostanzialmente fornire degli strumenti in un ambito che ne era sprovvisto. In Ticino siamo fortunati ad avere uno spazio come l’ora di classe, della cui importanza ci si è vieppiù resi conto. Negli anni le si è dato più spazio e al contempo si è valorizzato il ruolo del docente di classe, che non è disciplinare bensì volto ad accompagnare i ragazzi. Quell’ora è un momento principe che si può dedicare allo sviluppo socio-emotivo dei giovani; ma il taglio da dare alla docenza di classe è lasciato ai singoli docenti delle varie discipline. L’obiettivo del libro è che a scuola, alla cultura dello sviluppo cognitivo del ragazzo si affianchi quella di uno sviluppo socio-emotivo.

Significa che nella scuola di oggi non c’è posto per le emozioni?

No, anzi. A mio parere negli anni ci si è accorti di quanto l’aspetto cognitivo e quello socio-emotivo debbano essere coltivati in parallelo. Un allievo che non sta bene, non è predisposto a imparare; perciò anche gli strumenti di auto efficacia o un sentimento di appartenenza gli permettono di entrare in una condizione in cui l’apprendimento avviene con maggiore facilità. Del resto il piano di studi ticinese che nelle competenze trasversali ha uno dei capisaldi, va proprio in questa direzione. L’insegnante di oggi si interessa di chi ha di fronte e lo guida nella scoperta di sé. Il nostro libro si inserisce dunque su un terreno già fertile.

Si fa ancora fatica a parlare di emozioni? Si fatica a riconoscerne l’importanza anche in termini di apprendimento?

Credo che tutti ne capiscano la rilevanza. Il difficile è invece capire come si possa prendersi il tempo, alle Medie, per coltivare un aspetto su cui si riflette già alla scuola dell’infanzia e alle elementari, mentre forse si pensa non sia più necessario farlo con ragazzi più cresciuti. Invece è proprio quando si entra nell’adolescenza, in cui vale la pena ragionare sul ruolo delle emozioni. Sono gli anni in cui i giovani faticano a capire chi sono e cosa vogliono. È quindi importante che possano prendersi il tempo per riflettere su sé stessi, su sé stessi nel gruppo, su sé stessi come parte di qualcosa e sul ruolo che voglio avere.

Da un lato va trovato il tempo per l’educazione socio-emotiva, dall’altro ci sono i programmi d’insegnamento che ‘incombono’. Due esigenze in conflitto?

Non è più così. La ‘scuola del programma’ è passata; oggi c’è più attenzione al bisogno della classe e dell’allievo. Il fil rouge che lega le attività presentate nel libro, è che sono sostenibili anche in termini di tempo: la maggior parte prendono un quarto d’ora e non necessitano materiali speciali o grandi preparazioni.

Nel libro si parla dell’importanza crescente della relazione educativa tra docente e allievi. È della scuola il ruolo di educare?

La scuola è un partner fondamentale della famiglia: a essa non si deve delegare il ruolo dell’educatore, ma la scuola può accompagnare nell’educazione e, soprattutto, deve offrire l’ascolto. È solo entrando in relazione col ragazzo, che poi passano anche i contenuti. Nel libro cerchiamo di evidenziare come la relazione insegnante-studente sia davvero la chiave. Poi anche la disciplina insegnata o la modalità usa per insegnarla, può essere un’educazione a qualcosa. Prendiamo la poetica dell’Ungaretti, per fare un esempio: se come docente ne parlo ascoltando l’opinione di tutti, educo all’ascolto delle convinzioni dell’altro; se propongo un lavoro di gruppo per giungere a estrapolare il messaggio della poesia, insegno a collaborare; se prendo il contenuto e lo lego al vissuto del ragazzo, insegno al giovane a guardarsi dentro e a capire meglio chi è.

In media stat virtus’ è un manuale?

No, è una proposta di lavoro che raccoglie anche idee già attuate sul territorio. Alcune attività le ho inventate io, altre le ho viste fare nelle sedi scolastiche, altre ancora le ho progettate insieme a colleghi. Ce ne sono però pure di quelle che prendono spunto da laboratori teatrali, da campi scout e via dicendo. È dunque un libro che nasce dal fare; poi ogni docente può personalizzare le proposte. L’idea delle carte per svolgere le attività è venuta perché volevamo fornire uno strumento. Alle citazioni su un lato, spunto di riflessione per chiunque, sono abbinate domande più semplici che possono a favorire il dialogo e la condivisione a qualsiasi età. È un modo per mettersi in gioco, che può aiutare a qualsiasi età.

Il Metodo Clover

‘In media stat virtus’ è scritto da Anna Bosia (docente di italiano nella scuola media e formatrice di insegnanti), Davide Antognazza (pedagogista che del progetto è coordinatore) e Silvia Rossetti (docente di italiano in una scuola media romana, giornalista e autrice). Gli autori fanno riferimento alla teoria del quadrifglio (four leaf clover). Il ‘Modello clover’ – ideato da Gil Noam, professore associato ad Harvard e psicologo – definisce quattro aree. Coinvolgimento attivo: connessione con il mondo (capire ciò che mi circonda); il mondo entra in aula e il mio sguardo vola verso la realtà che mi aspetta; metto in gioco chi sono per scoprire le mie peculiarità; scopro il mio valore e ne vado fiero. Appartenenza: consapevolezza nel sentirsi parte di un gruppo; identificare un’identità sociale per definire un’identità personale; avere un ruolo per segnare la propria presenza nel gruppo. Riflessione: capisco chi sono e chi voglio essere; riesco ad analizzare il mio operato e quello degli altri; riesco a dare senso alle mie esperienze, alle mie emozioni, ai miei pensieri per indagare sulla mia identità. Assertività: sviluppo la mia capacità di autocontrollo, di negoziare regole, ruoli e confini; so prendere decisioni per me stesso, ho la capacità di agire; capisco che tutti gli esseri umani sentono il bisogno di incidere e influenzare il mondo che li circonda; so ascoltare e gestire le diverse opinioni, dire no a un’idea che trovo irragionevole; rispetto me stesso e gli altri.

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