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14.09.21 - 08:29
Aggiornamento: 11:35

Iris von Roten, la femminista che ha visto lontano

Intervista a Federica De Rossa, direttrice dell’Istituto di diritto dell’Usi, sulla giurista che negli anni Cinquanta ha scritto ’Frauen im Laufgitter'

di Ivo Silvestro
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Iris von Roten e il marito Peter von Roten. Fotografia di Hans Baumgartner, 1947 (Collezione privata; fotografia Fotostiftung Schweiz, Winterthur).

Cinquant’anni di suffragio femminile in Svizzera. Ma più di sessanta da quando uscì ‘Frauen im Laufgitter’, letteralmente “donne nel box per bambini”, un corposo saggio che metteva, e mette tuttora, sotto accusa le tante disuguaglianze di una società costruita dall’uomo per l’uomo. Autrice di questa analisi tanto acuta quanto tagliente è Iris von Roten, figura che con il marito Peter sarà al centro di una serata speciale, organizzata dall’Istituto di diritto e dal Servizio pari opportunità dell’Università della Svizzera italiana con il patrocinio della Città di Lugano: oggi alle 18 incontro al Boschetto del Parco Ciani con la figlia Hortensia von Roten e il biografo Wilfried Meichtry e alle 21 proiezione del film ‘Iris und Peter: verliebte Feinde’ al Lido di Lugano.

«I cinquant’anni del voto alle donne diventano un’occasione per valorizzare figure che hanno avuto un ruolo chiave nella storia ma che non sono conosciute in tutti gli ambienti» ci spiega Federica De Rossa, direttrice dell’Istituto di diritto dell’Usi. «Grazie alla municipale di Lugano Cristina Zanini Barzaghi avremo con noi Hortensia von Roten e potremo quindi ascoltare una testimonianza diretta e personale della vita di questa coppia».

Chi erano, quindi, Iris e Peter von Roten?

Per rispondere partirei non da ‘Frauen im Laufgitter’, ma da ‘Verliebte Feinde’, una biografia della coppia ricostruita attraverso le lettere che Iris e Peter si sono scambiati per tutta la loro esistenza. Ciò che mi ha particolarmente colpito è l’influenza che Iris, con la sua personalità dirompente, inquieta e battagliera, ha esercitato su Peter, cresciuto in una famiglia cattolica molto conservatrice. Lui all’inizio si prendeva gioco delle sue battaglie femministe, affermava di non poterla prendere sul serio, ma lei non si è certo fatta scoraggiare. Ha continuato a descrivergli la sua visione della società, aprendogli gli occhi sulle dinamiche di prevaricazione di cui erano vittime le donne in una società maschile. I primi anni della loro relazione sono quindi una storia di una vera e propria conversione di Peter: grazie a Iris, lui inizia a vedere la società in modo diverso fino a sposare con profonda convinzione la causa femminista, a tal punto che sarà lui – grazie al suo ruolo politico – a portare avanti la causa del suffragio femminile, in Parlamento federale e anche in occasione della prima votazione aperta (illegalmente) alle donne nel paese di Unterbäch dove, nel 1957, le donne vennero invitate a esprimersi.

Immagino che per alcuni Peter von Roten si sia lasciato corrompere.

Sì, Iris era vista come una donna che aveva traviato il marito. Ma non è l’unico aspetto che ha attirato le critiche: lei nel 1958 pubblicò ‘Frauen im Laufgitter’, una fotografia a 360 gradi della condizione femminile dell’epoca, una denuncia feroce, scritta con un linguaggio molto duro e senza concessioni. Un attacco al potere maschile e alle dinamiche di prevaricazione sulla condizione giuridica ed economica della donna, ma anche una severa critica alle donne che non lottavano con sufficiente fermezza per la loro emancipazione. Questo stile così crudo e tagliente, le sue idee troppo radicali per quel tempo, hanno portato le organizzazioni femministe a distanziarsi dal libro e dalla sua autrice.

Non si limitava alla lotta per il diritto di voto ma guardava alle strutture sociali: troppo all’avanguardia per l’epoca?

Iris von Roten era certamente avanti per la sua epoca e ha sollevato dei problemi che non sono ancora risolti. Lei vedeva il tema della parità della donna nel suo insieme: alla fine di ‘Frauen im Laufgitter’, dopo aver tracciato una descrizione minuziosa e impietosa della condizione della donna – nel mondo del lavoro, nella sfera affettiva, rispetto alla maternità, al lavoro domestico, fino ai diritti politici –, afferma che il punto di partenza è la conquista del diritto di voto, ma che questo da solo non basterà. Perché lei già vedeva che bisognava cambiare le strutture dell’intera società, riconoscendo la parità salariale, garantendo l’accesso alle professioni più importanti, ciò che avrebbe permesso di conquistare un’indipendenza economica e uno statuto sociale indipendente da quello dei mariti; ma già lei rivendicava il fatto che ciò era impensabile senza ad esempio un’assicurazione maternità adeguata e un supporto domestico e nella cura dei figli.

Lei è una delle poche femministe dell’epoca che ha messo in connessione tra loro tutti questi aspetti, dimostrando che non si può raggiungere la parità risolvendo un singolo problema ma che occorre intervenire in maniera strutturale, abbattendo i privilegi di cui hanno goduto gli uomini per secoli. È un discorso che gli uomini non erano pronti a sentire, ma nemmeno le associazioni femministe dell’epoca che sposavano una strategia più morbida, di ricerca del consenso.

Quanto sono attuali le rivendicazioni di Iris von Roten?

Su tutti i punti che Iris sollevava nel suo libro c’è ancora molto da fare. Abbiamo il suffragio universale, ma come preconizzava lei, questo non è bastato per avere una vera parità. Ancora oggi ci battiamo per più donne in politica, per la parità salariale, per l’accesso delle donne alle posizioni apicali, per una maggiore conciliabilità famiglia-lavoro e contro la violenza di genere… Quello che mi ha impressionato è la lucidità con cui lei, più di sessant’anni fa, aveva visto tutti i problemi e in fondo anche indicato la via da seguire, con lo stesso approccio trasformativo che troviamo oggi ad esempio nella Convenzione delle Nazioni Unite sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione della donna: nessuna misura positiva volta a favorire la donna abbattendo un privilegio maschile preesistente può essere considerata una discriminazione.

Cambiare le strutture della società: in che misura lo si può fare tramite il diritto?

Il ruolo del diritto è ambivalente. Da un lato cristallizza delle situazioni sociali esistenti istituzionalizzando quindi delle discriminazioni. Nel codice civile svizzero, ad esempio, fino agli anni Ottanta era previsto che la donna per impegnarsi nei contratti dovesse avere il consenso del marito: una disposizione arcaica che, anche se non più applicata, era un freno per il raggiungimento della parità. Le leggi vanno quindi “ripulite” da queste discriminazioni dirette, facendo poi attenzione anche a quelle indirette, cioè alle norme che sembrano neutre dal profilo del genere – si rivolgono a tutti, uomini e donne – ma di fatto hanno un effetto discriminatorio sulle donne. Pensiamo ad esempio a un’azienda che accorda un regime pensionistico favorevole solo a chi lavora a tempo pieno: poche donne potranno beneficiarne, visto che molte lavorano a tempo parziale, mentre per gli uomini la regola è il tempo pieno.

L’altro aspetto del diritto?

Il diritto può essere però un motore per la parità. Ma i legislatori devono essere coraggiosi, varare leggi che permettano di rompere uno schema sociale che si è costruito per secoli e che potranno eventualmente essere abrogate una volta raggiunta la parità effettiva. L’esempio classico è quello delle quote, ma penso anche alla creazione di strutture adeguate per la cura dei figli per favorire il reinserimento delle donne nel mondo del lavoro dopo la maternità o al congedo parentale.

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