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17.04.19 - 06:200

Quegli ignoti sodali del bello, tutti feriti con Notre-Dame

Fra le reazioni all’incendio della cattedrale, i volti muti e attoniti di chi si è ritrovato a contemplare la distruzione di un gioiello storico-culturale

«Vedi, mi infervoro a parlarne! Ma tutto questo mi risuona dentro». All’altro capo del filo, Claudio Guarda si accende di passione nel ricordare ciò che ha riscoperto l’altra sera contemplando fino a notte, davanti a uno schermo, quello spettacolo di grandiosa tragicità che d’improvviso ci ha riportati ai fantasmi del Medioevo, quando le fiamme erano minaccia quotidiana e l’uomo consapevole della propria infinita piccolezza al cospetto del creato, e di elementi sempre in agguato, pronti a cancellare ogni traccia del suo passaggio. Era, non solo per lui, il legame profondo, personale, misterioso, con quel luogo, Notre-Dame.

Mentre altrove si azzarda una conta impossibile dei tesori perduti e di quelli salvati, dei danni portati dal fuoco e di quelli causati dall’acqua – dei “grandi Mays” offerti ogni primo maggio dal 1630 al 1707, dell’organo da 8’000 canne costruito fra XV e XVIII secolo, delle vetrate e dei rosoni del XIII secolo, della campana da 300 tonnellate e della corona di spine che Cristo avrebbe portato lungo la salita al Calvario – mentre le immagini scorrono senza sosta, tutto questo mi riporta ai volti attoniti delle persone qualunque che lunedì sera si sono riunite al cospetto della cattedrale ferita.

Ecco, le parole di Claudio e quei visi sconosciuti mi ricordano che la cultura non ha confini, e lega silenziosamente tutti coloro i quali la amano, la accolgono nelle proprie vite, le riconoscono forse un ruolo decisivo nelle storie private e in quelle collettive. Pare di scorgere in tutto ciò un misterioso, caldo, innato senso di solidarietà; una sorta di patto mai sottoscritto, eppure quanto mai operante, fra gli affiliati a una setta, quella dei fiduciosi cultori della bellezza, dai cui valori si lasciano contagiare, magari senza rendersene conto finché un fuoco non li porta via.

Nell’Insostenibile leggerezza dell’essere di Milan Kundera, Tereza è una donna fragile e ferita che riesce a fidarsi degli esseri umani quando li vede, come lei, con un libro in mano: un uomo che legge un romanzo non può essere malvagio, non può resistere al potere benefico della cultura e del bello. Né assistere indifferente alla sua distruzione, per incuria o per idiozia. Come a Notre-Dame, fra le cui guglie poteva abitare solo l’amore più puro e più bello, quello fra due reietti.

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