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02.12.22 - 14:21
Aggiornamento: 14:39

Ecco cosa causa le eruzioni esplosive di Etna e Stromboli

I due vulcani, generalmente di tipo effusivo, a volte manifestano eventi esplosivi a causa di nanocristalli che rendono il magma denso e causano bolle

Ats, a cura di Red.Web
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All’origine delle eruzioni esplosive di vulcani, come l’Etna e lo Stromboli, ci sono nanocristalli fino a 10’000 volte più piccoli di un capello umano, che si formano nel magma quando è presente un’elevata quantità di metalli come titanio e ferro: la loro presenza rende il magma più denso e provoca la formazione di bolle, due elementi che favoriscono le eruzioni esplosive.

Lo ha scoperto lo studio internazionale pubblicato sulla rivista Nature Communications Earth & Environment e guidato dall’Italia, con Università di Roma Tre e Istituto di Geologia Ambientale e Geoingegneria del Consiglio Nazionale delle Ricerche.

Il magma di tipo basaltico, che si differenzia da quello granitico perché risale fino alla superficie invece di solidificare all’interno della crosta terrestre, è tipico di vulcani come l’Etna e lo Stromboli e di solito non produce eruzioni esplosive. "Tuttavia, eventi esplosivi sono occasionalmente osservati presso vulcani basaltici, generando un acceso dibattito scientifico circa le loro cause", spiega Alessandro Vona dell’Università Roma Tre, uno degli autori dello studio guidato da Alex Scarani. "Il nostro lavoro dimostra che minime differenze nella composizione del magma possono portare alla formazione di nanocristalli durante la sua risalita – aggiunge Vona – che aumentano la viscosità e intrappolano bolle di gas".

I ricercatori sono ora al lavoro per collegare le osservazioni fatte in laboratorio con quelle sul campo presso tutti i vulcani del mondo. "I risultati ottenuti con questo studio invitano le scienze della Terra ad una revisione critica e sistematica dei dati finora disponibili sul magma", commenta Alessio Zandonà dell’Università francese di Orléans, coautore dello studio. "Questi cristalli, tanto piccoli da essere pressoché invisibili se non studiati con la giusta strumentazione, possono alterare la viscosità in modo significativo: ciò significa – prosegue Zandonà – che i dati attuali potrebbero essere meno accurati del previsto".

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