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Alberto Mantovani, Direttore Scientifico dell'Istituto Clinico Humanitas e Professore Emerito di Patologia Generale all'Humanitas University
Scienze
14.04.21 - 05:300

Alberto Mantovani e la scienza tra rispetto e responsabilità

Dalla distribuzione dei vaccini al dovere di comunicare in modo chiaro, intervista al direttore scientifico dell’istituto clinico Humanitas, ospite della Fondazione Ibsa per la consegna delle cinque fellowship

“Responsabilità sociale della ricerca scientifica“: sarà questo il titolo dell’intervento che l’immunologo Alberto Mantovani, direttore scientifico dell’Istituto clinico Humanitas, terrà oggi, mercoledì 14 aprile, alle 15 durante la cerimonia di premiazione delle fellowship della Fondazione Ibsa, le borse di ricerca che quest’anno, per la nona edizione, andranno a cinque giovani ricercatori: alle quattro aree di dermatologia, endocrinologia, fertilità e urologia, medicina del dolore, ortopedia e reumatologia si aggiunge infatti la categoria speciale infezioni da coronavirus. La cerimonia sarà presentata da Silvia Misiti, direttrice della Fondazione Ibsa per la ricerca scientifica, e visibile in streaming sui canali social della fondazione (info: www.ibsafoundation.org).

Professor Mantovani, nel suo incontro parlerà di responsabilità sociale della ricerca scientifica: che cosa intende?

Si può parlare di responsabilità sociale della ricerca scientifica a diversi livelli. Il primo livello, è ovvio, ha a che vedere con l’integrità e purtroppo dobbiamo riconoscere che ci sono stati episodi di comportamento scorretto, delle vere e proprie falsificazioni e alla fine le conseguenze le ha pagate la comunità. Il caso più clamoroso riguarda il presunto legame tra il vaccino trivalente per morbillo, parotite, rosolia e l’autismo. Il caso Wakefield, dal nome dell’autore di questa ricerca fraudolenta, è un chiaro esempio di questo primo livello di responsabilità sociale di chi fa ricerca scientifica.

Un secondo livello ha a che vedere con l’oggetto della ricerca scientifica, perché questo può avere delle conseguenze sociali. Ad esempio, un importante ente italiano, la Fondazione Cariplo, non sostiene ricerche che possano avere applicazioni in strumenti di guerra.

Il terzo livello della responsabilità sociale di chi fa ricerca riguarda la comunicazione. Io sono convinto che faccia parte dei doveri dei ricercatori comunicare i risultati del proprio lavoro – riprendo un’affermazione del filosofo della scienza karl Popper – nel modo più chiaro, più semplice e più umile possibile.

Responsabilità sociale verso chi? Vediamo con i vaccini per il Covid, ma il problema non riguarda solo la pandemia, che ci sono grosse disparità a livello internazionale.

Questo è il problema, più generale, di garantire l’accesso alle risorse sanitarie alla parte più povera del mondo. È un tema al quale sono estremamente sensibile: per cinque anni ho servito nel board di Gavi, l’Alleanza globale per i vaccini, che è il motore dell’iniziativa Covax per la distribuzione globale dei vaccini contro il Covid.

Bisogna fare qualcosa e questo per quelle che definisco le due S. La prima è la solidarietà: un dovere morale, se vuole una responsabilità sociale. La seconda è la sicurezza di tutti noi: siamo di fronte a una pandemia e la circolazione del virus in altre parti del mondo è una minaccia per tutti. Non è un caso se due varianti le chiamiamo brasiliana e sudafricana: occuparci della condivisione, dell’accesso equo agli strumenti contro il Covid risponde a un imperativo morale di solidarietà e a una convenienza per tutti.

Ha citato l’iniziativa Covax: secondo lei perché non ha funzionato?

Non direi che non ha funzionato: l’iniziativa Covax ha iniziato a funzionare, ho con me la fotografia di un operatore sanitario in Kenya che riceve una dose di un vaccino fornito da Covax.

L'iniziativa ha un obiettivo significativo ma limitato: coprire il 20 per cento della popolazione, facendo arrivare i vaccini nel Paese, diciamo nella capitale. ma la vera sfida è far arrivare le dosi alle persone giuste, raggiungere tutte le zone. Questo viene fatto molto bene ad esempio da un’organizzazione alla quale sono molto vicino che si chiama Medici con l’Africa Cuamm. Covax quindi sta funzionando, anche se con risorse limitate – ed è importante ricordare che a breve si porrà un problema di rifinanziamento da parte dei Paesi ricchi – ma da sola non basta.

Questo per il Covid, ma altre malattie che colpiscono soprattutto Paesi a basso reddito, come la malaria, attendono ancora lo sviluppo di vaccini efficaci.

Quello delle cosiddette “tre grandi”, malaria, tubercolosi e Hiv, è un problema, ma dobbiamo ricordarci che ogni anno un milione e mezzo di bambini muoiono perché non hanno accesso ai vaccini di base, quelli disponibili. C’è quindi un problema a monte: al mondo un bambino su cinque non ha accesso a tutti i vaccini di cui ha bisogno.

Per malaria, tubercolosi e Hiv non c’è comunque solo un problema di risorse, ma c’è anche un’obiettiva difficoltà scientifica. E speriamo che strumenti come i vaccini a mRna, una novità assoluta portata dallo sforzo per affrontare il Covid-19, ci aiutino anche contro queste malattie.

Il terzo livello di responsabilità sociale della ricerca riguarda la comunicazione. Pensando a questa pandemia, che cosa comporta?

Nella mia attività di comunicazione cerco di attenermi a quelle che definisco le tre R: il rispetto delle competenze, il rispetto dei dati e la responsabilità sociale.

Posso fare degli esempi, iniziando dal rispetto delle competenze. Io sono un immunologo, quando mi vengono poste domande sulle politiche di salute pubblica o sulle curve epidemiologiche, rimando ad altri colleghi.

Secondo punto, il rispetto dei dati. Purtroppo abbiamo sentito molte cose che non avevano conferme nei dati: è stato detto che l’idrossiclorochina curava il Covid, che il plasma iperimmune curava il Covid, che il cortisone dato precocemente cura il Covid. È stato anche detto che il virus si stava attenuando, e potrei continuare a lungo. Sono tutte cose che non rispettavano i dati.

Ma i dati si possono prestare a varie interpretazioni.

Io parlo dei dati condivisi nella comunità scientifica, sottoposti al vaglio della comunità scientifica. Stiamo parlando di comunicazione della scienza e un ricercatore non può dire la prima cosa che gli passa per la testa.

Come Humanitas siamo stati tra i primi a riportare che tra le persone che hanno già sviluppato la malattia basta una sola dose di vaccino per avere una risposta immunitaria molto alta. Se l’avessimo detto solo noi non sarebbe stato rilevante, ma il risultato è stato confermato da numerosi gruppi di ricerca: è questo che intendo con dato condiviso.

È vero che nella comunità scientifica ci sono e ci devono essere discussioni e divergenze, ma ci sono anche margini di consenso.

E la terza R, la responsabilità sociale della comunicazione?

Se io dico che il virus si è attenuato, o che certi farmaci curano il Covid, incoraggio comportamenti irresponsabili e non adeguati. Chi esce dal laboratorio o dal reparto ospedaliero deve pensare alle conseguenze di quello che dice.

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