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21.12.20 - 06:00

Covid-19, variante più contagiosa ma non per i vaccini

Il punto sulle mutazioni del nuovo coronavirus che hanno dato il via a nuovi restrizioni in Gran Bretagna

di Ivo Silvestro
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Lockdown a Londra per una nuova variante del coronavirus. Ma quanto è pericolosa? (Keystone)

Nel Regno Unito il premier Boris Johnson ha annunciato sabato la diffusione di una particolare variante del coronavirus che si stimerebbe essere del 70 per cento più infettiva. Si tratta di un insieme di mutazioni del virus che preoccupano le autorità britanniche, che hanno introdotto nuove misure “cancellando il Natale” come hanno riassunto i giornali, e di altri Paesi che hanno sospeso i collegamenti aerei con il Regno Unito per evitare il diffondersi di questa nuova variante, peraltro già rilevata in altri Paesi tra cui l’Italia. L’Oms, l’Organizzazione mondiale della sanità, sta monitorando la situazione.

L’allarme di Boris Johnson

Nel suo discorso, il premier del Regno Unito ha parlato di una più forte crescita di contagi in alcune aree (Londra, Est e Sud-est dell’Inghilterra) che potrebbe essere dovuta a una nuova variante del virus. Secondo la commissione consultiva New and Emerging Respiratory Virus Threats citata da Johnson, la nuova variante non aumenterebbe né la mortalità né la gravità della malattia; sarebbe tuttavia più contagiosa: dalle prime stime aumenterebbe di 0,4 l’indice di trasmissibilità Rt, rendendo quindi praticamente certo il superamento del valore di 1 di una crescita esponenziale.

La variante è al momento denominata VUI-202012/01 (la prima variante sotto indagine del dicembre 2020) ed è stata identificata dal consorzio Cog-Uk (Covid-19 Genomics Uk) per la prima volta a fine settembre ed è adesso largamente diffusa. Cog-Uk effettua il sequenziamento di circa un decimo dei tamponi risultati positivi al coronavirus per monitorare focolai e tenere traccia delle mutazioni, molto comuni trattandosi di un virus a Rna, molecola meno stabile del Dna.

Verosimilmente più contagiosa

In un report sul ‘British Medical Journal’, Jacqui Wise osserva che al momento l’unica certezza è che nelle aree dove è stata trovata questa variante i contagi sono in aumento, ma non è detto che VUI-202012/01 ne sia la causa: correlazione non significa causalità, ma la rapida diffusione di questa variante rimane un fatto preoccupante e da approfondire.

In favore dell’ipotesi di una variante più contagiosa ci sono comunque alcune delle mutazioni presenti in VUI-202012/01, già apparse altrove e di cui si conoscono gli effetti biologici come descritto da Cog-Uk. Alcune di queste mutazioni riguardano infatti gli ‘spike’, le protuberanze che permettono al coronavirus di infettare le cellule umane. Troviamo ad esempio la mutazione Y453F, trovata negli allevamenti di visoni in Danimarca, e la N501Y: entrambe aumentano l’affinità tra un meccanismo chiamato chiamato RBD (receptor-binding domain, “dominio che lega il recettore”) e il recettore ACE2 presente nelle cellule. Un’altra mutazione, la N439K, rende inutili alcuni anticorpi monoclonali, una terapia per il Covid in corso di sperimentazione e già approvata in alcuni Paesi.

Mutazioni naturali, ‘selezione’ forse artificiale

Il coronavirus, come detto, è particolarmente soggetto a mutazioni genetiche. La maggior parte di queste non ha alcuna conseguenza sulla struttura del virus e anche quelle che portano a qualche cambiamento, in genere non hanno effetti sul funzionamento del virus e la loro diffusione avviene per un effetto chiamato “deriva genetica”, in pratica per caso. Limitandosi a quelle che modificano parte dello ‘spike’, Cog-Uk ne ha identificate quasi duemila.

Se le mutazioni sono casuali – e infatti come accennato alcune di quelle identificate in VUI-202012/01 si erano già sviluppate indipendentemente in altre zone –, non lo è la loro selezione. Un’ipotesi avanzata da alcuni ricercatori del Cog-Uk è che questa particolare variante si sia sviluppata in uno o più pazienti cronici trattati con farmaci antivirali e con plasma iperimmune. I lunghi tempi di malattia e i medicamenti avrebbero creato l’ambiente ideale per l’evoluzione di un virus più contagioso. Si tratta, al momento, di una semplice ipotesi.

Il vaccino

Questa nuova variante come detto riguarda lo ‘spike’ del coronavirus che non solo è il meccanismo con cui il virus infetta le cellule, ma è anche il bersaglio dei principali vaccini, incluso quello Pfizer/BioNTech appena approvato in Svizzera, che “insegnano” al sistema immunitario a riconoscere e attaccare proprio quella parte del virus.
Solo una sperimentazione sull’efficacia dei vaccini per questa nuova variante del virus, cosa ovviamente non ancora fatta, ci potrà dire se le mutazioni di VUI-202012/01 riducono, e in che misura, l’efficacia dei vaccini. Gli esperti sono tuttavia al momento ottimisti: i cambiamenti dello ‘spike’ non dovrebbero infatti compromettere l’immunità del vaccino che si basa su più parti della proteina ‘spike’.
L’epidemiologo Eric Feigl-Ding ha descritto così la situazione: una cicatrice sul viso non ci impedisce di riconoscere una persona, anche se potrebbe rallentare il riconoscimento.

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