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11.10.21 - 05:25
Aggiornamento : 13:41

Dominique Bourg e il cambiamento climatico oltre i dati

Intervista al filosofo franco-svizzero, ospite domani dell’associazione Nel per parlare del rapporto tra essere umano e natura

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Si parlerà di cambiamento climatico, domani al Lac. Partendo da una domanda che è anche un’accusa: “Clima, collasso della vita,perché non stiamo facendo nulla o così poco?”. Questo il titolo della conferenza che terrà il filosofo franco-svizzero Dominique Bourg, professore onorario all’Università di Losanna e specialista in questioni ambientali. L’incontro, moderato da Giovanni Pellegri dell’Ideatorio dell’Università della Svizzera italiana, è parte della rassegna ’È per rinascere che siamo nati’ promossa dall’associazione Nel Fare arte nel nostro tempo in collaborazione con LACedu e L’ideatorio. Prenotazione obbligatoria sul sito www.luganolac.ch.

Parleremo di cambiamento climatico, ma se non sbaglio con un approccio più filosofico che scientifico.

Sì. Dipende ovviamente dal contesto: nell’ambito di una conferenza ci si concentra sulle informazioni essenziali, ma cerco sempre di fare attenzione ad alcuni aspetti. La profondità della storia della scienza, ad esempio, perché è molto importante. E la scelta della parole: “crisi climatica” non ha ad esempio senso, non è una crisi perché il clima
sta cambiando in maniera irreversibile, per il livello dei mari, per le temperature, per le conseguenze sulla vita. Mi interrogo molto sulle modalità di comunicazione: parlare di media delle temperature alla fine del secolo è troppo astratto, troppo lontano, non significa nulla per le persone comuni.
Direi che, per quanto conosca molto bene i dati e la ricerca che c’è dietro, non parlo come parlerebbe un climatologo perché ho uno sguardo diverso, filosofico come abbiamo detto, più attento alla storia della scienza, alle implicazioni politiche.

Che cosa porta questo sguardo diverso?

Un punto è che le conseguenze del cambiamento climatico non sono ancora del tutto comprese. Mi riferisco a come cambierà l’abitabilità della terra. Abbiamo una riduzione dello spazio abitabile: con l’aumento del livello del mare che porterà alla scomparsa di vasti territori, o con un fenomeno molto preoccupante, il caldo umido, che si pensava sarebbe arrivato nella seconda metà del secolo e che invece è già adesso presente ad esempio del Golfo persico e in Pakistan. A questa inabilità fisica che riduce lo spazio, si aggiunge un peggioramento delle condizioni di vita. Penso agli eventi meteorologici estremi, alle difficoltà della produzione agricola eccetera.
Tutto questo, ribadisco, viene dalle ricerche degli scienziati: senza la climatologia non potremmo dire nulla. Ma non possiamo limitarci a dati e numeri che risultano astratti e lontani.

Sul cambiamento climatico la comunità scientifica è sostanzialmente concorde: la controversia è piuttosto a livello politico. Come mai?

Sì, a livello scientifico le cose sono chiare da molto tempo. Ma non direi che a livello politico c’è una controversia: ci sono delle menzogne che non sono esattamente la stessa cosa. Si può ovviamente discutere su quali misure è giusto prendere, su quali scadenze dobbiamo darci – e sono anzi questioni molto importanti.

Come distinguere una posizione politica legittima, ad esempio come detto sul tipo di misure da adottare, e le menzogne alle quali accennava?

In generale, le scelte legittime della politica sono quelle che si basano sullo stato delle cose. La grande difficoltà che con il cambiamento climatico comporta per la politica è che di solito il politico reagisce a una situazione, a qualcosa che i cittadini vedono. Il clima è una tendenza, è qualcosa che gli scienziati ci dicono che arriverà e la politica non sa come gestire le tendenze, le affronta facendo promesse che sa di non mantenere. Le emissioni globali sono calate solo in due occasioni: nel 2009 con la crisi economica e nel 2020 per il Covid, ma volontariamente non sono mai diminuite.
Quindi, sappiamo che cosa arriverà – anche sugli eventi estremi: i grandi incendi in Australia li troviamo preannunciati in rapporti del 2007 – ma la politica non tiene conto di questo, ignorando le preoccupazioni delle giovani generazioni.

Per affrontare il cambiamento climatico dobbiamo modificare il nostro stile di vita. Almeno noi dei Paesi ricchi.

Ricordo solo la statistica di Oxfam: l’1% delle persone più ricche della terra sono responsabili del 15% delle emissioni, il 10% dei più ricchi sono responsabili del 52% delle emissioni globali. E il 50% più povero genera il 7% delle emissioni. Non è quindi solo un problema di comportamento, ma di ricchezza. Gli stili di vita che più pesano sul clima sono quelli i cui ricavi sono più elevati. È meno evidente per la biodiversità, perché che tu sia ricco o povero hai bisogno della stessa superficie per generare la tua aria e la tua acqua, ma se si guarda ai bisogni di energia e di materia la correlazione con la ricchezza è immediato.

È possibile affrontare disuguaglianze economiche e cambiamento climatico allo stesso tempo o sono due obiettivi in contrasto?

No, non c’è una contraddizione di fondo, ma le cose sono complicate. Le statistiche mostrano che ogni volta che il Pil aumenta di un punto percentuale, il consumo di risorse aumenta di più di un punto. Per l’energia è un po’ più complicato e a ogni punto del Pil in più l’energia aumenta un po’ meno di un punto percentuale: negli ultimi vent’anni il consumo energetico per punto di Pil è sceso, ma il consumo totale è aumentato. La crescita verde, sostenibile, al momento è una promessa, non una realtà. Quindi dobbiamo lasciare i poveri nella povertà? No, perché il problema non è la ricchezza, ma la distribuzione della ricchezza ed è possibile affrontare questo problema senza aumentare l’impronta ecologica. Bisognerà fare delle rinunce, sì: mi spiace dirlo ma è così, dovremo cercare un livello ottimale di comfort, non un massimo.

Per affrontare il cambiamento climatico dovremmo anche cambiare il modo di pensare al rapporto tra uomo e natura?

Sì, è un aspetto fondamentale. Siamo arrivati alla situazione attuale proprio perché a un certo punto della storia è cambiato il nostro modo di concepire la natura. È accaduto alla fine del Cinquecento, con l’avvento del meccanicismo, con l’idea che la natura è un aggregato di materia governato dalle leggi del movimento, un aggregato di particelle materiali senza interiorità, senza intelligenza, senza vita spirituale. Va da sé che l’essere umano non appartiene a questo mondo ma lo vede e lo governa.

È una visione che viene criticata da molto tempo, soprattutto dalla fine dell’Ottocento e oggi sappiamo di avere delle alternative, delle visioni del mondo che sono molto diverse. Sappiamo che gli animali non sono delle macchine, sappiamo che in buona parte del mondo animale c’è un’intenzionalità e anche per le piante si inizia a parlare quantomeno di agentività. Si parla di diritti della natura, di morale non antropocentrica… nella nostra società si stanno diffondendo, per quanto ancora in situazione di minoranza, dei nuovi modi di vedere la natura.

Un cambiamento che è già iniziato.

Sì e lo vediamo anche in cose concrete come l’agricoltura: la permacultura e l’agroecologia sono molto diverse dall’agricoltura della ‘Rivoluzione verde’, è tutto un altro modo di rapportarsi alla natura nell’ambito della produzione di alimenti.

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