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16.06.21 - 19:07
Aggiornamento: 19:23

“Se parli ti soffoco”: Nicola Emery e le forme della repressione

Intervista al filosofo che domani presenterà alla Biblioteca cantonale di Lugano il libro ‘Potere e pregiudizio. Filosofia versus Xenofobia’

di Ivo Silvestro
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Discriminazione, disumanizzazione del diverso, repressione: temi attuali con una storia antica, al centro dell’incontro di domani, giovedì 17 giugno, alle 18 alla Biblioteca cantonale di Lugano per la presentazione del volume della collana Incontri internazionali Max Horkheimer ‘Potere e pregiudizio’ (Mimesis). Ne discuteranno Giona Mattei, Silvio Joller e il curatore Nicola Emery.

L’incontro ha come titolo ‘Se parli ti soffoco’.

Con questa formula si dà espressione alla minaccia del potere che colpisce i diversi, costringendoli al silenzio, costringendoli a perdere il logos, la parola, il respiro, ogni soggettività: pratiche di disumanizzazione che rendono l’altro, il portatore di una differenza, qualcosa di “sporco” e “mostruoso” quando semplicemente cerca di affermare la propria identità.

Questo lo vediamo bene nell’attualità, sia quella geograficamente lontana – penso a Black Lives Matter – sia quella a noi più vicina, con l’eliminazione di ogni spazio per le forme di vita alternative. Ma io credo che queste siano pratiche connaturate con l’idea moderna di sovranità statale, cosa che cerco di dimostrare tentando un’archeologia di queste pratiche distruttive dell’alterità.

Quanto è antica questa pratica?

Si può andare molto indietro nel tempo: io faccio riferimento a un capitolo che mi sembra importante, il racconto spagnolo del ‘Lazarillo de Tormes’ che ci riporta alla nascita della modernità. Modernità che inizia da una parte con la scoperta dell’America – cioè con la distruzione delle società dei nativi americani – e dall’altra con la contemporanea cacciata dei marrani dalla Spagna. È lì che si crea la naturalizzazione della discriminazione perché si parla di ‘limpieza de sangre’ come criterio di inclusione/esclusione: la differenza del marrano, dell’ebreo, dell’infedele viene sostanzializzata e il pregiudizio religioso assume la fisionomia di una differenza di natura, addirittura di sangue.

Nel libro si affrontano molti tipi di discriminazione, come sessismo e antispecismo. Cosa c’è in comune?

A mio modo di vedere la riduzione alla “natura” dell’alterità. La direzione che si prende è quella di una disumanizzazione che spesso passa da una animalizzazione dell’altro. È un’idea che ha una lunga storia: il selvaggio, il diverso non è umano e deve essere rigettato nella foresta, perché chi è esterno alla società politica proviene da uno “stato di natura” ferino, violento, incontrollabile, anarchico. Hobbes ha impiegato magistralmente questo fittizio stato di natura per giustificare lo stato, il gelido mostro del Leviatano che espropria le soggettività dalla possibilità di manifestare la loro potenza anche politica.

Non dobbiamo dimenticare che il Leviatano è la trasfigurazione di un mostro biblico, che con la modernità subisce una metamorfosi in positivo: il mostro biblico diventa il dio Stato. E tutto quello che non rientra nello spazio politico del Leviatano viene invece trasfigurato in mostro da mettere al bando. In questo il racconto ‘Lazarillo de Tormes’ è chiarissimo.

Quali vicende narra questo racconto?

Faccio riferimento a un episodio narrato nel prosieguo del 1620 della versione originale del ‘Lazarillo’ che è una sorta di meticcio migrante che fa naufragio ai confini della Spagna. I pescatori che lo trovano, vedendone la “natura diversa”, lo trasformano in una sorta di mostro mettendogli delle alghe in testa. Non lo riconoscono come soggetto e decidono di trasportarlo in giro per la Spagna, chiuso in una tinozza con l’acqua che gli arriva alla gola: in questo modo se il pesce-mostro Larazillo prova a prendere parola, immediatamente viene tirato sott’acqua grazie a una fune. Soffocare, annegare…

La riduzione al silenzio, come detto, è parte del processo di disumanizzazione.

Certamente nell’attualità i casi sono tanti. Penso ai richiedenti d’asilo posti in situazioni intollerabili, addirittura sottoterra nei famosi bunker che ci sono in Svizzera come quello di Camorino. Lo dico perché è un segno di estrema violenza ‘topografica’.

Il racconto è importante perché, nell’interpretazione che ne do, si intreccia con delle istanze filosofiche non di Hobbes ma di Spinoza. Il marrano Lazarillo riesce a organizzare una sorta di rivolta: abbiamo una bella scena di sommossa popolare nella quale chi lo aveva posto in quella bagnarola – che anticipa la tortura del waterboarding – finisce come pesciolini infarinati e pronti a essere fritti. Così dice il testo, con un rovesciamento di prospettiva carnevalesco, molto interessante. Io sono arrivato a questo racconto grazie a un testo di Rousseau, ma secondo me non va interpretato nella prospettiva di Rousseau e del contratto sociale, ma in quella di Spinoza, il quale rovescia il circolo paura-potere. Quel circolo vizioso di paura, soggezione e protezione che è alla radice dell’idea dello stato sovrano di Hobbes dove lo stato ci protegge se cediamo ogni nostra potenzialità, con Spinoza si rovescia e ad avere paura è il potere stesso quando le soggettività riprendono la parola e l’agire, scrivono la loro contro-storia.

Però oggi l’oppressione non avviene solo da parte dell’autorità che anzi viene chiamata a intervenire a tutela delle minoranze.

Indubbiamente il pregiudizio è diffuso anche nelle masse e questo lo sappiamo bene guardando ad esempio la storia dell’antisemitismo, e anche l’attualità lo conferma.

Dobbiamo chiederci perché accade e sono possibili più risposte. A mio modo di vedere una spiegazione ancora valida è quella della Scuola di Francoforte che fa leva sul desiderio inconscio di vendetta delle masse nei confronti del diverso. Vendetta che deriva dal fatto che le masse stesse subiscono il cosiddetto disagio della civiltà, sono sottoposte alla rimozione della loro libertà e della loro felicità. Questo rimosso torna come desiderio di liquidare coloro che a loro avviso riescono a non subire lo stesso tipo di frustrazione e di repressione. Un esempio sono “gli asilanti che non lavorano”: perché io lavorando subisco il disagio della civiltà e non posso permettere che l’altro possa avere una vita diversa dalla mia. Invece di elaborare questa sofferenza – ad esempio in una lotta per l’emancipazione e per contatti di lavoro migliori – proietto questo disagio sull’altro e faccio di lui il nemico. Non tocco i rapporti sociali esistenti, che pure mi opprimono, ma proietto sul nemico immaginario, sui ‘deracinés‘, magari ancora capaci, malgrado tutto, di ridere e ballare.

E per quanto riguarda il ruolo dello stato?

Non è ovviamente possibile affrontare in poche parole questo tema, ma vi è una tensione tra le possibilità che abbiamo di ampliare il diritto a garanzia delle minoranze e il continuo ritorno di un formalismo giuridico, che taluni chiamano nichilismo giuridico, che con i suoi procedimenti amministrativi e le sue procedure burocratiche spesso fa l’opposto, portando a una regressione della forma stato a qualcosa di etnicamente e nazionalisticamente connotato. Quello che voglio dire è che non è sufficiente fare appello allo stato di diritto per risolvere tutti i problemi – fosse così – perché anche lo stato di diritto è una cosa molto complessa, al cui interno troviamo dinamiche contraddittorie, tensioni, interessi, pre-potenze eccetera. È tristemente ben noto il paradosso storico: stato di diritto-stato di delitto. In altri termini, il vero e ‘spregiudicato’ universalismo può essere ridotto entro confini?

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