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La recensione
01.03.18 - 13:010

Il giudizio della scienza

A partire dal processo per il terremoto dell’Aquila e altri casi simili, Luca Simonetti si interroga sulle cause di errori legali e giuridici prima ancora che scientifici

Quando si lamentano i danni dell’incomunicabilità tra le cosiddette “due culture”, l’umanistica e la scientifica, quasi sempre ci si dimentica del diritto, nonostante costituisca una parte importante della nostra società. E nonostante i rapporti tra diritto e scienza siano tutt’altro che pacifici, tra incomprensioni e diffidenze, come mostra il bel saggio ‘La scienza in tribunale’ di Luca Simonetti, appena pubblicato da Fandango, che analizza alcuni recenti casi – italiani, ma il discorso è per buona parte universale – in cui scienza e diritto si sono incontrati, o meglio scontrati: dalle sentenze di risarcimento sui “danni da vaccini” ai casi Di Bella e Stamina al famoso, o famigerato, processo dell’Aquila, al quale è dedicata una buona metà del testo e che ha (in primo grado) portato alla condanna di alcuni membri della Commissione grandi rischi della Protezione civile per aver rassicurato la popolazione prima del terremoto del 6 aprile 2009.

In un certo senso è inevitabile che vi siano delle divergenze: abbiamo a che fare con due imprese umane molto diverse. Da una parte abbiamo il diritto, un sapere millenario che, grosso modo, ha come scopo risolvere conflitti tra persone; dall’altra la scienza, attività molto più recente – appena qualche secolo nella sua forma moderna, anche meno per alcune discipline – finalizzata, sempre grosso modo, a conoscere il mondo. Così capita che i concetti su cui il diritto si fonda – Simonetti, nell’introduzione, cita causalità e volontà, ma se ne potrebbero aggiungere molti altri – siano messi in discussione dal sapere scientifico: a volte in maniera proficua, come gli studi sull’affidabilità delle testimonianze sostanzialmente accolti dal diritto ormai attento alle fallacie della memoria, altre volte un po’ meno. E se giudici e avvocati – come del resto buona parte della popolazione – hanno poca dimestichezza con la scienza, altrettanto si può dire della cultura giuridica di uomini di scienza cui spesso mancano le basi, come la differenza tra giustizia civile, penale e amministrativa o tra giudizi cautelari e definitivi.

Non solo un processo alla scienza

Uno dei meriti del libro di Simonetti è proprio quello di riuscire – senza perdersi in pedanterie e tecnicismi ma anzi con una scrittura avvincente, tranne quando è costretto a citare testualmente leggi e sentenze, ma lì non è colpa sua – a spiegare la dimensione giuridica prima che scientifica dei casi presi in esame, mostrando come l’ignoranza della scienza da parte di giudici, avvocati e procuratori è, tutto sommato, un aspetto secondario: quelle raccontate sono innanzitutto “storie di orrori legali e giudiziari”, come recita il sottotitolo del saggio. Prendiamo il già citato caso dell’Aquila, quello che da molti fu criticato come un “processo alla scienza”, magari tirando in ballo pure Galileo. E se certo procuratori e giudici hanno dimostrato una discreta ignoranza geologica, il peggio lo si è visto su questioni di diritto se non di semplici logica e buon senso, trovando capziose contraddizioni nelle dichiarazioni degli accusati, considerando una riunione ufficiale della Commissione grandi rischi quello che in realtà fu un semplice incontro di consulenza e pasticciando sul tipo di reato contestato, giusto per citare alcuni degli errori implacabilmente evidenziati da Simonetti.

Insomma, errori e orrori evitabili, prima che sul piano scientifico, su quello giuridico. Il che, volendo vedere il bicchiere mezzo pieno, potrebbe essere una buona notizia per il diritto, le cui regole funzionano, se rispettate. Il problema – passando al bicchiere mezzo vuoto – è appunto che giudici e procuratori in questi casi non le hanno rispettate, forse perché fuorviati dalla scarsa conoscenza e sensibilità scientifica che li ha portati – come del resto molti comuni cittadini – a credere alle cure miracolose di ciarlatani come Di Bella o Vannoni, o a cercare capri espiatori nella comunità scientifica come per i vaccini o il batterio Xylella.

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