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08.08.22 - 23:35

Gitanjali Rao narratrice dei piccoli sogni di tutti i giorni

La regista indiana è stata insignita del Locarno Kids Award per essere ‘una delle voci inconfondibili e originali del cinema indiano’ e non solo

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©Locarno Film Festival
La regista indiana Gitanjali Rao

Occhi nerissimi, profondi e un’affabilità quasi disarmante: Gitanjali Rao è come le sue opere – a cui infonde la sua essenza –, racconti animati che trasportano lo spettatore in un’atmosfera delicata, onirica, dove si respirano i profumi della sua terra (l’India), disegnati con cura e passione, pervasi da una luce "morbida", che ricorda le fotografie scattate con le fotocamere Zenit (quelle meccaniche).

L’occasione di intrattenerci con la regista è data dal Locarno Kids Award la Mobiliare – dedicato alle figure che hanno contribuito a diffondere il cinema fra il pubblico più giovane – che le è stato consegnato nel contesto della 75esima edizione del Pardo questa sera in Piazza Grande. Il direttore artistico Nazzaro aveva motivato la scelta ricordando che la regista "è una delle voci più inconfondibili e originali a essere emerse dal continente indiano", aggiungendo che con questo riconoscimento l’intento è "premiare il talento di un’artista innovativa e originale, il cui lavoro nell’arco di pochi anni ha saputo imporsi all’attenzione del pubblico del mondo intero e celebrare il meglio della creatività contemporanea". La cerimonia è stata poi accompagnata dalla proiezione del suo corto d’esordio ‘Printed Rainbow’ (2006), che le ha dato l’opportunità di farsi conoscere a livello internazionale, presentato in anteprima alla Semaine de la Critique di Cannes ben sedici anni fa e vincitore di tre premi, fra cui il Golden Conch 2006 al Bombay International Film Festival. Il cortometraggio è anche entrato nella rosa dei candidati ai Premi Oscar.

Nata nei primi anni Settanta, nel 1994 Gitanjali si è diplomata come illustratrice al Sir J.J. Institute of Applied Art di Bombay. Con le sue opere, la regista sta tracciando una nuova strada del racconto d’animazione, unendo "il gesto artistico del disegno a mano e le nuove tecnologie". Dopo il cortometraggio del 2006, Rao ha realizzato ‘Shorts’ (2013); ‘Chai’ (2013); ‘True Love Story’ (2014); ‘October’ (2018); ‘Bombay Rose’ (2019) presentato alla Settimana Internazionale della Critica della Mostra di Venezia nel 2019 (è il primo film animato indiano distribuito su Netflix) e ‘Tomorrow my Love’ (2021) con cui ha inaugurato la 74esima edizione del Locarno Film Festival.

A lei abbiamo posto alcune nostre curiosità circa la sua nascita come regista di film d’animazione e sul contesto in cui opera.

Che cosa la spinta sulla strada del cinema di animazione?

Ci sono capitata dentro. Mi sono formata in una scuola d’arte a Bombay diplomandomi come illustratrice. Desideravo fare cinema, ma non potevo permettermi di frequentare una scuola di cinematografia, così ho iniziato subito a lavorare in uno studio d’animazione, che è un luogo che combina pittura e cinema. Ho imparato a fare ciò che desideravo lavorando: mi piaceva molto e ho quindi capito che questa sarebbe stata la mia strada.

Quali sono i temi su cui lavora di più?

Subconscio e sogni: quelli di fuga, i desideri inesauditi… Come persone abbiamo molti sogni, non intendo quelli impossibili, ma i piccoli sogni, quelli che ti fanno vivere, giorno dopo giorno.

Il disegno a mano è una peculiarità delle sue opere, perché mantenere questa manualità in un mondo digitale?

Ho iniziato a lavorare nel 1994 e a quell’epoca non c’erano computer con cui si potesse realizzare animazione. Quindi si faceva tutto a mano: dai disegni sulla carta, riportati poi sui fogli trasparenti che venivano quindi ripresi con la fotocamera, fotogramma per fotogramma. È un processo molto interessante, sebbene necessiti di molta pazienza e passione. Ora non è più così, con il digitale è tutto molto più semplice. Faccio ancora lo stile di animazione tradizionale, ma uso il computer per farlo: è lo stesso processo ma con strumenti diversi e mi piace continuare a farlo perché è diventata la specialità dei miei film.

Come si inserisce il suo lavoro nel contesto del cinema d’animazione indiano e lo stesso, in generale, deve uniformarsi ai canoni statunitensi per avere successo?

Il cinema d’animazione dipinto non è molto diffuso, siamo davvero in pochi; forse sono l’unica (ride; ndr). Diciamo che non è un genere che sul mercato fa guadagnare. In India è molto difficile trovare fondi per film d’animazione che non siano destinati all’intrattenimento dei bambini. Allargando il discorso al contesto, nel mio Paese arrivano molte commedie animate hollywoodiane e quindi la competizione è molto forte, la produzione locale per essere sostenuta deve intrattenere e avere star del cinema che partecipano.

In quanto donna ha difficoltà a fare il suo mestiere in India?

Direi di no. Nel senso che il lavoro in sé è difficile e quindi lo è anche per un uomo, perché l’opera non è destinata ai bambini, non è puro intrattenimento, ha contenuti anche politici e non ha star… Al di là di questo, come regista sono stata fortunata, perché nell’ambito in cui mi muovo (che è un’industria giovane) non ci sono molti soldi, non c’è molta competizione e non ci sono i grandi registi di Bollywood con cui concorrere.

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