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Una scena di ‘My Neighbor Adolf’ in Piazza Grande giovedì sera
Sostiene Morace
05.08.22 - 22:48
di Mariano Morace

Signore e signori, ecco Lady Polemica

‘My Neighbor Adolf’ di Leo Prudovski ha scatenato i primi moti di dissenso. Chi l’ha visto lo sa: nessun pericolo di apologia del nazismo.

Sembra di essere tornati indietro di secoli, è arrivata la prima polemica, come ai tempi dello scandalo di ‘L.A Zombie’ film in concorso che fece gridare allo scandalo i benpensanti, o dell’invito a Roman Polanski o ancora del premio ad Abel Ferrara. E non stiamo parlando di preistoria ma del 2011 e 2012! Questa volta tocca al film ‘My Neighbor Adolf’, di Leo Prudovski, presentato giovedì sera in piazza.

Sembra che un gruppo di cineasti israeliani abbia denunciato le supposte limitazioni della libertà artistica imposte dalla Rabinovich Foundation, fondazione sovvenzionata dallo Stato israeliano. Da notare che il film era in prima mondiale, non ancora visto da nessuno, men che meno dal sedicente gruppo di cineasti israeliani, ma ancora una volta ci si basa sul "si dice", su quello che si trova su internet, sul soggetto del film. Noi, che abbiamo visto il film come le migliaia di spettatori presenti in piazza, vi possiamo assicurare che non vi è nessun pericolo di apologia del nazismo, anche se si parla di Adolf! È una commedia in cui un ebreo polacco rifugiato in Colombia litiga con il suo vicino per questioni di confini e crede d’intravedere somiglianze con il vero Hitler, da lui incontrato per caso nel 1934 a un torneo di scacchi. Una classica commedia degli equivoci, ben fatta anche se non memorabile, ma a quanto pare alla stupidità non c’è limite!

Intanto il festival ha iniziato a girare a pieno regime con le diverse sezioni e concorsi. Dovendo per forza fare delle scelte (ho sempre detto che uno degli aspetti più belli del festival è che ognuno può farsi il suo programma, scegliendo tra le decine di titoli proposti ogni giorno) seguo regolarmente Concorso e Piazza, più eventuali "extra". Dai primi titoli del concorso emerge chiaramente una tendenza: i giovani registi, che siano indiani, portoghesi o malesi, non vogliono più raccontare semplici storie, ma prediligono le metafore, e più complesse e intricate sono meglio è, anche a rischio della comprensione… Per carità sono scelte lecite, ma difficili da capire, è proprio necessario punire lo spettatore che all’uscita è costretto a chiedere al suo vicino "ma allora nel video era lei? ma come mai c’era un cellulare negli anni 70? ma è stata lei a ucciderlo?".

Forse bisognerebbe dare più importanza al ruolo dello sceneggiatore, colui che è incaricato di "raccontare le storie", forse i registi dovrebbero avere più comprensione del pubblico… Ma è un’opinione personale, lascio il ruolo di critico al collega e amico Ugo Brusaporco. Per finire un elogio a Cineteca, Usi, Supsi e Rsi per la collaborazione nella salvaguardia dell’archivio del festival, gli archivi sono fondamentali non tanto per noi, ma per le generazioni future!

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