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13.08.21 - 05:20

È John Landis, ma c'è davvero poco da ridere

'Hollywood è estinta da tempo, il movie business è crollato, e non è solo colpa del Covid’. Stasera in Piazza Grande, il regista ritira il Pardo d'onore Manor 2021

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Pardo d’onore Manor 2021. In Piazza Grande, dopo la premiazione, si proietta ‘National Lampoon's Animal House’

Stephen, guida dei giornalisti per l’intervista al maestro, la mette giù (in lingua inglese) a mo’ di barzelletta (italiana): “Ho un paio di notizie: una è buona, l’altra meno”. E di cattive notizie questo Festival ne ha avuta già una, tanto che nell’attesa che John Landis – Pardo d’onore Manor 2021 – riporti il buonumore a Locarno, tra ticinofoni non si parla d’altro che del sindaco che non c’è più, andato via in barba a un copione che tutti avrebbero voluto fosse diverso.

Come in ogni barzelletta, Stephen parte dalla buona notizia, e cioè che il regista statunitense cui dobbiamo una certa parte delle nostre motivazioni adolescenziali “is in a good mood”, è di buono, buonissimo umore, e sarà felice di rispondere a ogni tipo di domanda a patto che non gli si chiedano i selfie. La notizia cattiva è che incombono altre interviste e, soprattutto, che John Landis è un gran chiacchierone e potrebbe succedere che del folto numero di giornalisti nella sala congressi dell’Hotel Belvedere – giunti chi in auto e chi a piedi ma sempre in salita, poco orgogliosi di un maculato di sudore comunque degno di un pardo – qualcuno resterà a bocca asciutta. È il bello della diretta, o il brutto delle interviste di gruppo. Di certo, è il brutto di certa stampa che, in separata sede, dopo aver presenziato all’incontro di gruppo, finisce l’intervista altrove in privato, one to one, e il cronista locale – locale come il Festival – ci resta un po’ male.

Per un motivo che ha a che fare con l’effetto domino, le reazioni a catena, l’imponderabile, “un terremoto, una tremenda inondazione, le cavallette!” (cit), qualcuno chiede a Landis di politica e il sospetto che si parlerà poco di lupi mannari si fa strada da subito. Tant’è. «La politica internazionale ha ripercussioni sui film? Certamente, ma tutto ha ripercussione sul cinema. Tutto è politico, e la politica è andata fuori di testa: quando la Brexit è passata ho realizzato che Trump sarebbe potuto essere presidente, un clown che non avevo mai tenuto in considerazione. Poi ho pensato che l’Italia era sopravvissuta a Berlusconi. Di gente bizzarra – in sintesi – ne è sempre esistita. Il problema è che oggi sono il 30% della popolazione, e non solo degli Stati Uniti» (“Sono polacca”, commentano dalla sala).

E in un mondo «bizarre», il cinema non è da meno. «Il movie business è completamente esploso – tuona Landis – ma soltanto in parte a causa del Covid. Gli studios sono diventati parte di altre multinazionali, tanto che faccio fatica a individuarne. Ciò che succede ultimamente è che ci sono meno film e le majors non ne sviluppano di nuovi, non assoldano sceneggiatori se non per produzioni franchise. Ci troviamo in un’era in cui gli studios spendono volentieri fino a 200 milioni di dollari per un film, più che altro per i supereroi, e un low budget di un paio di milioni al massimo, guardo alla Universal, destinato ai film horror, genere che sta avendo il suo rinascimento. C’entra con quello che stiamo vivendo socialmente? Non lo so».

Rovine archeologiche

A dirla tutta, per John Landis «nemmeno c’è più Hollywood, che arranca come i dinosauri in ‘Fantasia’». Perché Hollywood, secondo il suo autore, si è estinta con un suo film: «Sono stato un mailboy (tuttofare, ndr) alla Twenty Century Fox a Los Angeles quando avevo 16 anni, e negli anni a venire ho vissuto la morte degli studios. ‘The Blues Brothers’, che ci crediate o no, è stato l’ultimo film prodotto ‘da studios’. Universal ha ancora i suoi dipartimenti, costumi, effetti speciali, le stesse persone che continuano a fare molto bene quel lavoro che hanno fatto per anni per produzioni low budget. Ma è tutto finito, gli studios sono come Cinecittà, una rovina archeologica».

Un pensiero alle sale. «Il cinema, dall’inizio, prima ancora del suono, è un’unione di esperienze comuni. È l’immagine primordiale dello sciamano seduto davanti al fuoco, e tutti quanti intorno. Il cinema è qualcosa di contagioso, le emozioni sono qualcosa di contagioso. L’esempio più ovvio sono i generi horror e commedia, perché entrambi richiedono, per realizzarsi, uno spasmo, una convulsione fisica di risposta. La paura è contagiosa e più gente c’è in una sala più la paura si diffonde, e così il divertimento. Quindi, il fatto che la gente guardi i film sui propri iPhone mi spezza il cuore». Nella deriva, una parentesi ironica si apre: «Immaginatevi David Lean: “Hey David, sai che oggi guardano il tuo ‘Lawrence d’Arabia’ sul computer?”. E David: “E cosa sarebbero i computer?”; “Sono una cosa rettagolare, ecc. ecc.”». E poi l’invito: «Guardate ‘Lawrence d’Arabia’, o ‘Ben Hur’, o qualsiasi altro di questi film epici: migliaia di persone, di costumi, di armi, persone reali, che qualcuno ha messo lì, e ha dovuto coordinare. Non è Cgi (Computer Generated Imagery, ndr). Ma è anche vero che le cose cambiano». Appunto: la tecnologia? «Fantastica, la rivoluzione digitale è assolutamente fantastica, e non c’è nulla di più economico, visto che molta gente del settore è convinta che la crew non vada pagata». Fantastica, se non che «la prima volta che vidi ‘Il Signore degli Anelli’ rimasi stupefatto, pur sapendo che si trattava di effetti speciali. È funzionato sino a che tutti hanno iniziato a usare la Cgi». E quindi «nei film dei supereroi sono state distrutte così tante città che ora vedere l’ennesima distrutta, pur in modo assolutamente realistico, mi fa sbadigliare». Chiamando in causa il suo amico Joe Dante: “Non è che se adesso puoi distruggere una città lo devi fare per forza”.

Di ‘quella volta che’, all’Hotel Belvedere, se ne ascoltano pochi. Quella volta che Landis rinunciò a ‘007 - Vendetta privata’ «perché lo script era pessimo», ma anche a ‘Beverly Hills Cop’, propostogli con Stallone e un mucchio di soldi. «Eddie Murphy rimpiazzò Sly e il film lo fece Martin Brest. Resta uno script pessimo, ma il film è divertentissimo, grazie a loro due».

‘Basta trovare i soldi’

Più tardi, al primo piano dell’Hotel Belvedere, tra signore che tornano dalla spa e signori in distinti accappatoi hollywoodiani, ci sono quelli che non mollano. Nell’ordine (da leggersi con fantozziano accento): fan di Michael Jackson con libro di Michael Jackson aperto sulla foto di John Landis con Michael Jackson; coppia di accreditati italiani con dvd da autografare; giornalista del giornale locale che ha deciso che qualunque cosa accada – anche le cavallette – chiederà a John Landis di musica. Il regista esce dal ‘privé’, autografa l’autografabile e ci regala una battuta non politica. «‘The Blues Brothers’? Sì, credo che un film così si possa fare anche oggi. Non è una questione di nomi o di artisti. La questione è piuttosto trovare chi mi darebbe i soldi». E di quel film dice che «tutto è accaduto in modo molto rilassato, tutti erano contenti di esserci», che fu «una buona esperienza per me e per loro, tutti molto collaborativi». Con un’unica parte meno felice: «John Belushi era una persona meravigliosa, che io ho amato tantissimo, ma la sua dipendenza dalla droga durante la produzione diventò progressivamente incontrollabile. Confesso che lo diedero per morto almeno un paio di volte».

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