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Teatro Sociale
08.12.22 - 20:58

‘The children’, il futuro del mondo è una questione di scelte

Elisabetta Pozzi al Sociale nel pluripremiato testo di Lucy Kirkwood per la regia di Andrea Chiodi. Al centro, l’ambiente, e il destino del pianeta

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In replica domani, 9 dicembre, a Bellinzona

Hazel e Robin sono una coppia di fisici nucleari in pensione. Poco fuori le quattro mura dell’apparente normalità rappresentata dal cottage sulle coste della Gran Bretagna scelto come buen retiro, il mondo è sottosopra a causa di un disastro provocato da un incidente occorso a una centrale nucleare nella quale la coppia un tempo ha lavorato. Anche la bolla che Hazel e Robin si sono costruiti mostra i segni della catastrofe: l’elettricità viene e va, l’acqua è inquinata, il rischio radioattivo è conclamato. Tutto scorre in una controllata precarietà sino all’arrivo di Rosa, vecchia amica e collega, creduta morta; l’incontro turba il fragile equilibrio familiare e impone alla coppia scelte radicali.

Andrea Chiodi dirige Elisabetta Pozzi, Giovanni Crippa e Francesca Ciocchetti in ‘The Children’ di Lucy Kirkwood, testo pluripremiato che mette al centro l’ambiente, l’equilibrio tra responsabilità individuale e collettiva e il rapporto tra giovani e vecchie generazioni a confronto con il futuro personale e dell’intero pianeta. Elisabetta Pozzi, attrice teatrale con esperienza cinematografica «breve ma intensa» (sue parole, già con Bolognini e Antonioni, un David di Donatello come migliore attrice non protagonista in ‘Maledetto il giorno che t’ho incontrato’ di Carlo Verdone) è Hazel ancora per stasera alle 20.45 al Teatro Sociale di Bellinzona per la rassegna ‘Chi è di scena’.

Elisabetta Pozzi: ‘The children’ porta in scena tematiche attualissime: in quale modo vengono declinate?

In maniera molto intelligente, mi sento di dire. L’autrice aveva 26 anni quando scrisse il testo, centrando il punto: parlare di persone che, avendo compiuto un certo tipo di azioni, devono ora prendersi la responsabilità degli effetti negativi che queste azioni hanno causato o potrebbero causare. Kirkwood lo fa in maniera intelligente perché riesce a raccontare tutto questo attraverso relazioni amorose, amicali, in una storia che inizia come commedia, con personaggi intrisi dell’umorismo inglese, prima che tutto precipiti nel dramma della scelta. Hazel, nello specifico, si è creata un mondo in cui salvaguardare la propria salute che Rose scardina, creando nello spettatore una situazione di suspense, che dura fino alla fine.

Tra i temi evidenziati c’è il cortocircuito tra generazioni, con al centro quei problemi che i giovani di oggi dicono, giustamente, essere stati creati dalle vecchie generazioni. In questo caso, nello spettacolo, la risoluzione dei problemi viene consegnata proprio alle vecchie generazioni…

Sì, alla vecchia generazione, in questo caso generazione ‘intelligente’, che si pone il problema e cerca di agire. Sarebbe davvero una rivoluzione se chi ha partecipato a fabbricare morte si esponesse e cominciasse a mettersi personalmente in gioco, aiutando a uscire da questo turbine. Parliamo di tragedie nucleari ma si potrebbe parlare di tante altre cose, dal Ponte Morandi fino a Ischia. L’autrice ha preso spunto da Fukushima per spostarsi sulla costa est dell’Inghilterra, ma poco cambia.

Lo spettacolo nella versione italiana ha debuttato nel 2021, anno difficile per i motivi che sappiamo: com’è stato accolto in un periodo così complesso?

In modo meraviglioso e il merito va innanzitutto alla scrittura dell’autrice, e poi al regista che l’ha messa in scena senza mai calcare la mano. Il pubblico ci ha accolti con stupore, commozione. Perché la tematica commuove, la storia è tenera. Da Agrigento a Bologna, a Cervia è stato un successo. Sarebbe stato bello poter restare più a lungo nei luoghi che ci hanno ospitati, la soddisfazione è stata grande.

Lei porta a teatro i grandi classici e, insieme, capolavori più contemporanei come appunto ‘The Children’: cosa cambia, se cambia in lei qualcosa, interpretare una pièce classica rispetto a un testo che parla dell’oggi?

Lavorare sulla drammaturgia contemporanea è cosa che faccio sin da giovanissima. Già nell’89 a Genova portavo in scena testi contemporanei, anche da sola. I classici, pur nella loro certezza di contenuti basici, di punti fermi di un’umanità che continua a perpetrare gli stessi errori, sono ogni volta una scoperta; ugualmente i testi contemporanei, giusti, belli, importanti, che raccontano la nostra storia in diretta. In questo senso, dalla Svizzera arrivano echi di grande drammaturgia, e quella tedesca è una fucina capace di fornire voci che non si disperdono nel quotidiano liquido, ma diventano parole di alto livello, tendenti al classico.

In piena era tecnologica, il teatro ha ancora modo di catturare futuri spettatori?

L’emozine che si percepisce non consola affatto. I più giovani, non tutti, sono un po’ sperduti; hanno capacità di concentrazione minima, sono fagocitabili dal ‘buco nero’ in un attimo. A teatro la musica continua ad avere grande potenza, a livello di concerti, classica o contemporanea che sia. Quanto alla prosa, le cose stanno diversamente e non c’è da stupirsi: la prosa resta elitaria e si prende spazi più piccoli. Ma molto sta nelle persone che guidano il teatro, che stimolano la popolazione. Laddove c’è questo stimolo, c’è il pubblico. Più la direzione artistica si occupa di portare ‘in scena’ la sua idea, più esiste un pubblico teatrale. Forse così si spiega come mai a Cervia, a Parma, ad Agrigento ‘The children’ fa il tutto esaurito e a Bologna invece no. Il mio monito, la mia richiesta di aiuto, va a tutti coloro che dirigono i teatri: fatelo al meglio possibile, perché anche dove non transitano i ‘divi’ contemporanei della tv e della fiction, la gente risponde eccome. Io la vedo così: o ci si dà da fare all’interno dei teatri, o è finita.

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