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La recensione
27.11.22 - 17:28

Diretti da Mencoboni, in quattro per Monteverdi

Voces suaves, Concerto Scirocco, Männeroktett Basel, Coro Clairière: al netto delle scelte interpretative, il pubblico applaude

di Giuseppe Clericetti
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Alejandro Gomez Lozano
Concerto Scirocco
+1

Sabato sera la Cattedrale di Lugano ha ospitato l’esecuzione del Vespro della Beata Vergine di Claudio Monteverdi, raccolta pubblicata nel 1610, fondamentale in quel particolare momento perché incarna il nuovo stile, quello concertato, basato sul basso continuo, con la presenza di strumenti in dialogo, con scrittura a voci solistiche. Uno stile che si è fatto largo prepotentemente nella musica "profana", nei madrigali e negli albori del "dramma in musica", il cui atto di battesimo è firmato a Firenze dieci anni prima del Vespro, e al quale Monteverdi ha già fornito due prove esemplari con l’Orfeo e l’Arianna.

Il concerto di sabato, entrata libera, era una proposta di CaronAntica, l’importante iniziativa culturale che, per l’occasione imponente e succulenta, era dislocata a Lugano; quattro i gruppi vocali e strumentali impegnati nell’esecuzione, Voces suaves, Concerto Scirocco, Männeroktett Basel e il Coro Clairière del Conservatorio della Svizzera italiana: la direzione era affidata a Marco Mencoboni, valente interprete, tastierista di grandissimo talento, la cui attività spicca sulla scena italiana e internazionale.

Sabato è innanzitutto emersa l’eccellenza dei cantanti e degli strumentisti; spericolati i violini, cornetti e flauti nelle diminuzioni, solido il basso continuo, ben nutrito, compatti i tromboni; svettavano le dulciane e i flauti di Giulia Genini, spina dorsale del Concerto Scirocco e anima di CaronAntica. Chiare e stilisticamente adeguate le voci soliste – Riccardo Pisani si conferma tenore di qualità eccelse – ad eccezione di Dan Dunkelblum, in serata decisamente negativa. Valore aggiunto della serata, la presenza del Coro Clairière, preparato da Brunella Clerici: alle voci del Clairière è stata affidata di tanto in tanto l’intonazione di alcuni canti fermi, alla base del lavoro di scrittura di questo Vespro, come pure l’esecuzione di alcune parti solistiche nell’Inno e nel Magnificat: scelta intelligente ed efficace, che ha valorizzato il Coro Clairière e che è risultata vincente.

Scelte interpretative

Detto dell’importanza dell’offerta concertistica e della pregevolezza delle forze musicali impegnate, la riflessione è su alcune scelte interpretative, visto che il lavoro di concertazione di una pagina simile consente ampi margini di scelta, e che il Vespro lascia parecchi problemi aperti. Mencoboni sceglie innanzitutto di integrare le antifone gregoriane prima dei brani composti da Monteverdi, sostituendo le ripetizioni delle antifone con i brani che Monteverdi chiama "concerti", opzione intelligente e godibilissima. Altra scelta, quella di eseguire "a parti reali", una voce per parte, a eccezione delle già citate sezioni affidate al Clairière; inoltre, le voci sono saggiamente posizionate davanti agli strumenti. Nonostante queste decisioni improntate alla chiarezza, sabato sera sono emersi problemi legati alla trasparenza del risultato, dell’intelligibilità del testo, musicale e letterale.

Ci si può chiedere, ad esempio, per quale ragione l’organo suonasse per tutta la durata del Vespro, organo che riempiva abbondantemente l’acustica della navata, fino a invadere e sovrastare il tessuto complesso e raffinato, la trama vocale e strumentale. Infatti, nell’Esurientes del Magnificat, unica oasi di freschezza senza l’onnipresente organo, sono finalmente emersi i due soprani in tutto il loro splendore. Sprecate, in questa continua saturazione sonora, le miniature sonore dei tre tenori nel Duo Seraphim. Complici, probabilmente, anche i tempi talvolta eccessivamente veloci rispetto all’acustica della Cattedrale (in controtendenza con i tempi ternari che Mencoboni sceglie di eseguire lenti), l’esecuzione non ha sempre mostrato quella trasparenza che è condizione essenziale del Vespro. Da Mencoboni, geniale propugnatore di prassi esecutive particolarmente sensibili alla spazialità, ci si poteva attendere maggiore attenzione alle questioni della posizione dei vari interpreti, sfruttata peraltro nel gregoriano dietro l’altare o nel cantus firmus ben variato della Sonata sopra Sancta Maria, forse il momento più toccante del concerto.

Il pubblico, numeroso e attento, ha tributato grande successo agli interpreti, con applausi lunghi e convinti.

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