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06.12.22 - 08:30
Aggiornamento: 19:31

Come ‘Ritornare in sé’ (dialogo tra economia e filosofia)

Christian Marazzi e Fabio Merlini discutono gli effetti delle odierne forme di produzione di ricchezza sulle nostre vite, a partire dal libro del secondo

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Christian Marazzi (sx) e Fabio Merlini

In un dialogo serrato tra economia e filosofia, Christian Marazzi (CM) e Fabio Merlini (FM) riflettono attorno agli effetti delle odierne forme di produzione della ricchezza sulle nostre esistenze, a partire dal libro ‘Ritornare in sé. L’interiorità smarrita e l’infinita distrazione’ (Aragno, Torino 2022). Se vi è una "vita" alla quale occorre fare ritorno, quando non si desideri mancare l’appuntamento con sé stessi, che cosa vi si oppone così tenacemente e perché?

CM: Nel tuo ultimo libro, ‘Ritornare in sé’, ragioni sulle conseguenze dei processi di cattura della nostra attenzione da parte dei dispositivi tele-tecnici (dallo smartphone ai social media, alla rete in generale) ai quali siamo tutti soggetti. Si tratta, sostieni, di veri e propri processi di esteriorizzazione del nostro sé, di una continua deviazione della nostra attenzione su richiami ogni volta diversi. Il risultato è, letteralmente, un "perenne essere fuori di sé". E ti chiedi: ma che esistenza è quella dove il mondo interno di ognuno di noi risulta risucchiato in modo così insistente dal mondo esterno?

FM: Non è forse la domanda che ci poniamo tutti ogni qualvolta la mobilitazione cui sono indotte le nostre esistenze, dentro e fuori gli spazi professionali, fa sorgere il sospetto sul senso di questa chiamata a una incessante produzione di valore economico? Tutto trasformato in merce, tutto orientato a fare mercato, costi quel che costi. Ogni nostra azione, ogni nostra emozione può essere convertita in un prodotto capace di generare profitto. Qui agisce quell’imperativo irresistibile che ci spinge a "uscire fuori di noi". Siamo sempre attesi da qualche altra parte rispetto a dove ci troviamo. Ma se non riusciamo più a temperare i processi di estroflessione con un contro-movimento di introflessione, allora diventiamo controfigure di uno schema d’azione che ha già deciso che cosa fare di noi. Laddove l’attenzione funziona per distrazioni continue, ciò che viene meno è proprio la capacità di disallineare l’interiorità rispetto all’esteriorità. Il che conduce a una doppia colonizzazione: siamo al contempo prede della normatività imperativa di un mondo esterno che frantuma qualsiasi ideale di autoaffermazione e di un narcisismo bulimico che si proietta ovunque per ricondurre tutto a sé.

CM: Alla fine degli anni 60, l’economista americano premio Nobel Herbert Simon mise in luce la relazione che intercorre tra una società dell’informazione che produce un’abbondanza di dati e la capacità dei fruitori di questi dati di analizzarli e di leggerli in modo completo e soprattutto consapevole. "In una società ricca d’informazione – concludeva Simon – deve dunque mancare qualcosa: questo qualcosa è l’attenzione". La "economia dell’attenzione" è insomma un sistema che riconosce nell’attenzione dei cittadini-utenti una forma di valuta considerata alla stregua del denaro, proprio perché in grado di generare profitto. Da allora la "attention economy" ne ha fatta di strada, al punto che con i processi di digitalizzazione siamo ormai giunti a una pressoché totale ‘immersività distratta’. Produrre attenzione a mezzo di distrazione per produrre profitto. Con il risultato che l’esperienza di sé, per riallacciarmi al tuo libro, collassa in un’esteriorizzazione perenne.

FM: Non potevi sintetizzare meglio. Il collasso cui fai cenno è l’effetto di un processo sofisticatissimo di cattura dell’attenzione per cui se non "sei sul pezzo", come si dice oggi, ti senti superato da ogni parte. Ma una tale ansia da superamento è l’astuzia con cui una società dell’innovazione senza riflessività inganna se stessa. Vive d’innovazione continua, poiché non riesce più a dare profondità al tempo. Oggi non chiamiamo infatti "reale" proprio quel tempo che lavora all’abolizione di se stesso? È una società che pensa al passato e al futuro ancora solo come passato e futuro ‘di’ se stessa. Così, non vi è più spazio per nessuna alterità radicale, né retrospettivamente né prospettivamente. Il magistrale insegnamento di Walter Benjamin (il presente inteso sia quale risarcimento delle istanze di giustizia calpestate dalla Storia, sia quale laboratorio per un futuro di riscatto e di emancipazione) sembra perduto. Conosciamo il tempo ancora solo nella forma dell’immediatezza. Per questo la nostra esistenza riesce ancora solo a riprodursi come funzionariato gestionale: o siamo conformi (efficienza) o siamo difformi (inefficienza) rispetto a ciò cui l’urgenza chiama. Il profitto cui ti riferisci funziona oggi grazie a questa rincorsa incessante. È, dunque, come affanno mai sopito che le nostre prassi producono incessantemente valore. Più di ogni altra, è questa la funzionalità richiesta dal mercato. Senza che la ricchezza così generata ritorni, come dovrebbe, là dove è stata prodotta. Un’altra declinazione della perfida gratuità di cui parlate nei vostri studi.

CM: La domanda è: come ritornare in sé? Per tentare di rispondere, convochi Socrate, Goethe, Dostoevskij, Buber, Proust, Glenn Gould. In loro cerchi indicazioni per muoverci verso un riequilibrio tra interiorità e esteriorità, per cercare di definire un "sentimento dell‘interiorità" che ci protegga da questo mondo predatorio e narcisista. Sono pagine bellissime nelle quali ricorre, come hai appena detto, la questione del tempo, del ‘tempo rigenerativo’, quel tempo di vita di cui abbiamo urgente bisogno per stare bene con noi stessi, per tornare in sé, appunto.

FM: Possiamo dire che tutto è racchiuso in quel che chiami "stare bene con noi stessi". Se non accade, è perché qualcosa si è fissurato all’interno di noi stessi. Ovvio, in un mondo imperfetto (ma è la condizione umana), ci sono mille ragioni per vivere questa inquietudine che ci rende indisponibili, prima ancora che verso altri, verso noi stessi. Succede ogniqualvolta diciamo: "nulla funziona più per il verso giusto, mi sono perso". Allora, è forse il momento di smettere di recriminare, che è letteralmente un accusare e accusarsi retrospettivo, per tentare un’inedita sollecitudine verso se stessi e il mondo: un esercizio lungo, talvolta insostenibile, in cui nulla è mai risolto una volta per tutte. Le tecniche per farlo non mancano. Proprio a questo riguardo l’eredità della Modernità, di cui nonostante tutto andiamo fieri, dovrebbe mostrare più attenzione verso le tradizioni "eccentriche" che l’hanno preceduta o che appartengono ad altre culture. Siamo ancora troppo moderni nella nostra convinzione che io e mondo, interno ed esterno, appartengano a sfere contrapposte. Quando invece è l’immagine dello specchio dove l’uno è sempre anche il riflesso dell’altro, quella più conveniente e convincente.

CM: Oltre alle strategie individuali per riappropriarsi di un tempo per sé, occorre considerare anche le condizioni strutturali, materiali e collettive, entro le quali concretizzare tale ricerca. È quanto ha svelato il movimento pandemico della Grande dimissione, quel fenomeno sociale globale in cui milioni di persone hanno abbandonato, correndo non pochi rischi, il loro lavoro perché mal pagato, umiliante, defatigante, quel lavoro che ha caratterizzato l’intera epoca liberista. La pandemia ha imposto un tempo per riflettere sulla propria esistenza, sul rapporto vita-lavoro, dando origine a quel processo di risignificazione del lavoro che è la vera causa della crisi del mondo del lavoro odierna. Insomma, c’è una dimensione strutturale, sovraindividuale, entro la quale le singolarità possono riscoprire il proprio sé.

FM: Hai usato la parola perfetta: "risignificazione". Direi che non è un caso che, così inaspettatamente e, al contempo, così prevedibilmente (la nozione di spillover è conosciuta da tempo), la catastrofe sanitaria globale abbia offerto un’occasione straordinaria per tentare di "riprendersi in mano", facendo propria una diversa esperienza del tempo e di ciò che accade in esso. È forse proprio ciò di cui avevamo bisogno? Le condizioni strutturali cui alludi sono spesso la messa in scena oggettiva di un disfunzionamento soggettivo. Il riflesso (lo specchio di cui parlavo prima) di una crisi che innanzitutto riguarda gli individui, il nostro modo di "praticare" noi stessi e il mondo. Sentivamo di doverlo "risignificare", ma come dici bene abbiamo dovuto attendere le condizioni per farlo. Il problema, di nuovo, è se sapremo e potremo assicurare continuativamente tempo e spazio a questo immane lavoro di risignificazione.

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