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22.09.22 - 12:11
Aggiornamento: 15:38

Dalla malattia della figlia nasce un libro. ‘Una promessa a lei’

Intervista a Michela Maiocchi, autrice di ‘Storia di Pino’: una fiaba a metà, uscita dal cassetto grazie ad allievi della Scuola speciale di Biasca

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‘Storia di Pino e del prodigio della voce dell’acqua’ di Michela Maiocchi è edito da Giampiero Casagrande

«Io ho scritto una storiella, che mi aveva preso forse un paio di giorni, poi l’avevo messa nel cassetto. Ma il testo l’hanno fatto vivere loro, dandogli un senso». Loro sono gli allievi della scuola speciale di Biasca, cui Michela Maiocchi tiene a rendere merito, perché «hanno fatto il grosso del lavoro». È nato così ‘Storia di Pino’ (sottotitolo ‘e del prodigio della voce dell’acqua’, Giampiero Casagrande editore, con un testo del pediatra Valdo Pezzoli), racconto in parte fiabesco che prende spunto da una vicenda dolorosa: la nascita di una figlia affetta da una grave cardiopatia.

Dal cassetto la storiella è uscita quasi per caso. «Anni dopo l’accaduto, tramite un’amica il testo è stato proposto come lettura ai ragazzi della scuola speciale di Biasca, ai quali Pino è piaciuto fin da subito. Forse perché contiene tre vicende: quella di mia figlia e del suo alter ego, Pino appunto; la mia, con il desiderio di trovare la voce migliore per raccontare la storia; e quella dei ragazzi stessi, che tramite la lettura del testo hanno potuto esprimere il loro vissuto a volte simile a quello di mia figlia, e che hanno poi accettato la sfida di realizzare le illustrazioni. Per me – ci dice Michela Maiocchi – tutto ciò che sarebbe uscito dal lavoro di e con i ragazzi, sarebbe andato bene. Una volta che il mio racconto è uscito di casa, l’ho lasciato partire. Che è un po’ – sorride – come si fa con gli adolescenti».

Sua figlia è nata nel 2002. Come mai ha deciso di scrivere un libro a diversi anni di distanza da un’esperienza così difficile, come è la malattia grave di un figlio?

Perché subito non ce la facevo. C’è stato bisogno di mettere del tempo tra me e ciò che avevo vissuto. Ho atteso dodici anni per rimettere mano a una storia, che comunque avevo promesso a mia figlia di raccontare un giorno. Ne avevo avuto il desiderio fin da subito e quando stavo all’ospedale di Zurigo con la bimba, gli stessi medici mi avevano invitata a prendere un quaderno e ad annotare le mie sensazioni e il mio vissuto. Poi però il materiale era rimasto in forma disordinata in un cassetto. L’ho ripreso in mano nel 2014, quando a causa di un tumore al seno ho dovuto interrompere il mio lavoro. In quel frangente ho avviato la stesura di due testi diversi. Uno era una sorta di diario dei giorni della mia malattia, pubblicato sullo slancio l’anno seguente (‘Dopo di questo mi manca solo il bungee jumping’).

Specialmente all’inizio, avevo tanto avuto la percezione che la malattia non mi togliesse la salute, quanto che mi facesse diventare da un giorno all’altro invisibile agli occhi di tutti: non potevo lavorare, non potevo vedere persone, non potevo uscire e se lo facevo, mi ‘camuffavo’ indossando ad esempio una parrucca, per evitare sguardi imbarazzati. Il solo modo, per me, di affermare un po’ il mio posto nel mondo era fare la sola cosa che so fare, oltre a insegnare: ossia prendere carta e penna e scrivere. La storia del mio tumore è raccontata con una voce decisa, che non ha mezze misure; una voce che rivendica un ruolo e un diritto.

Parallelamente sempre nel 2014 ho iniziato il racconto poi diventato ‘Storia di Pino’, scritto però con una voce totalmente diversa. Mi sembrava infatti che solamente in quel modo, avrei potuto raccontare la storia legata alla malattia di mia figlia; un’esperienza paradossalmente più dolorosa rispetto a ciò che stavo vivendo in prima persona.

‘Storia di Pino’ è scritta con un linguaggio che lei definisce lieve. Lo ha fatto anche pensando a un certo tipo di pubblico, ad esempio i bambini?

Di solito, quando mi metto a scrivere, in un certo senso dentro di me sento il tipo di voce con la quale mi voglio esprimere. Non so da che cosa derivi questo; se dal pubblico, dal contesto o da ciò che scrivo. Per ‘Storia di Pino’ la scelta del linguaggio è stata invece più complicata, ci ho dovuto pensare un po’. Mi sono chiesta quale fosse il modo migliore per restituire quel vissuto, in modo tale che a me non facesse troppo male nel ricordarlo e nello scriverlo, e che ai lettori non provocasse troppa sofferenza. Perché di famiglie con bambini con un’esperienza come la mia, probabilmente ce ne sono tante e non volevo che il testo facesse riaffiorare troppo dolore. La soluzione per la quale ho optato è una sorta di fiaba a metà con animali che parlano, in cui la quotidianità di oggi (ci sono telefono e telecomando ad esempio), irrompe in un mondo esotico volutamente distante. Anche la lontananza mi ha permesso di parlare dell’accaduto in maniera più libera.

Non è dunque stata una scelta legata a una tipologia di lettori; anche perché spero che il libro venga sì letto da bambini, ma pure da adulti. Due pubblici che vi possono trovare sfumature diverse. Ne ho avuto la prova, facendo leggere il racconto ai ragazzi della scuola speciale di Biasca, che ci hanno visto cose diverse rispetto a quelle che magari io avevo immaginato. E che, anche grazie al loro sguardo, mi hanno aiutato a completare il testo. Proprio da loro, ad esempio, è venuto lo spunto per il sottotitolo del libro, in quanto l’elemento dell’acqua che ha ridato voce a Pino li aveva colpiti parecchio.

Cosa ha rappresentato per lei la scrittura, in relazione alla malattia di un figlio?

Durante la mia malattia, che ha sì coinvolto me e indirettamente il mio entourage, avevo cercato di trovare qualcosa che potesse ancora rendermi utile all’interno della famiglia e che al contempo fosse per me una sorta di ancora di salvezza. La scrittura mi era sembrata la cosa più consona. Perché si affida alla carta ciò che si è vissuto e, come spiego anche ai miei studenti, è come se ci si liberasse di un fardello.

Mentre durante il periodo della malattia di mia figlia – esperienza molto forte, inaspettata e sconvolgente sia per me, sia per mio marito – io non avevo messo in campo nulla per poter ‘sopravvivere’. Noi eravamo giovani e ancora inesperti genitori, che non si aspettavano certo una situazione del genere. Quando nostra figlia era all’ospedale, mio marito e io ci siamo lasciati travolgere. Sapevamo che l’unica cosa da fare era stare vicino alla bimba e per alcuni mesi è stato tutto ciò che abbiamo fatto.

Perché ha scelto un protagonista maschile?

Anche questo è stato un modo per avere quella lontananza di cui ho parlato prima; per ricavarne maggiormente un senso di benessere mentre scrivevo e per prendere le distanze rispetto a ciò che avevo vissuto.

Sua figlia cosa pensa del libro?

Non sembra essere molto coinvolta – ride –. Oppure la sua distanza è una maschera che indossa. Ha una specie di distacco, che anche nel suo caso dev’essere qualcosa che le serve e le è sempre servita per andare avanti senza farsi troppo sommergere dalle emozioni.

Come sta oggi sua figlia?

Sta bene. Ha frequentato le scuole normalmente e ora è al secondo anno di Medicina all’università.

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