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27.08.22 - 11:16

Il canzoniere di Faber come elogio della fuga

Tra le righe de ‘La filosofia di Fabrizio De André’ (Il Melangolo) del musicologo e musicista Simone Zacchini

di Valerio Rosa
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Fabrizio De André, 1940-1999

"Si può fuggire per molti motivi: si può fuggire da una catastrofe, da una persecuzione: di solito, in condizioni normali si fugge da un’angoscia: può essere quella della morte o più semplicemente il timore dell’identificazione o del controllo dell’autorità; si scappa dalla paura di essere identificati in un solo mestiere, in un solo atteggiamento, in una maschera". Così annotava De André, commentando la predisposizione comune all’umanità sbandata e ferita che aveva accolto e raccontato nelle sue canzoni. Un tema talmente ricorrente e imprescindibile da indurre lo storico della filosofia, musicologo e musicista Simone Zacchini a interpretare (nel saggio ‘La filosofia di Fabrizio De André’, ed. Il Melangolo, pp. 150, € 10) l’intero canzoniere di Faber come un elogio della fuga, di cui indaga i presupposti, le modalità e i possibili approdi. In quest’ottica l’opera di un intellettuale anarchico, in un certo senso l’ultimo dei pensatori presocratici, ruoterebbe intorno alle costrizioni che ostacolano gli uomini nella fatica di diventare sé stessi, costringendoli a fuggire dai rituali e dai conformismi di "un mondo che ha ridotto l’uomo a cifra dell’economia e le persone a tristi consumatori inesausti; un mondo inumano dove gli uomini valgono meno delle monete". La fuga da una vita indegna di essere vissuta è la scelta delle anime salve, che si staccano coraggiosamente dalle imposizioni del gregge per ergersi a uniche artefici del proprio destino.

Queste figure solitarie, che veleggiano in direzione ostinata e contraria "per consegnare alla morte una goccia di splendore" (da ‘Smisurata preghiera’), sono gli scemi del villaggio che hanno voltato le spalle ai facili schemi e ai comodi pregiudizi in cui una società ottusa li incasellava, alienandoli e soffocandoli. Sono utopisti che hanno rifiutato di lasciarsi incanalare entro "la rotta dei carghi e delle petroliere, la rotta senza imprevisti imposta dalle compagnie di navigazione" (citazione da Henri Laborit, un autore amato da De André). Una rotta diversa, da una stazione all’altra, è quella che segue senza retropensieri né rimorsi Bocca di rosa, allegra incarnazione del mito della Natura, grande madre mediterranea che accoglie tutti i suoi figli e li ama senza riserve. È il puro istinto vitale che, come l’amore in ‘Dolcenera’, ha sé stesso come solo argomento. Alle rigide regole scritte, che mirano a sopire e reprimere gli istinti di libertà, e all’autorità dei gendarmi che ottusamente le applicano, si appellano allora i demoni dell’aridità e della morte (le "cagnette a cui aveva sottratto l’osso", la vecchia "senza mai figli e senza più voglie"), per eliminare l’allegria, la primavera, la voglia di vivere offrendo la faccia al vento: la ventata d’aria fresca, la possibilità di liberazione che la donna aveva portato nel paesino di Sant’Ilario in barba alla rispettabilità dei buoni borghesi e alle maglie censorie dell’ordine costituito. Un ordine che è una trincea di leggi, come quelle che obbligano Piero e altri giovani sbandati a indossare divise di colori diversi e per questa ragione a combattersi e a uccidersi, pedine del potere che prende il controllo delle vite degli altri attraverso la guerra, il giudizio, il sopruso e la prevaricazione. Nella lettura di Zacchini, ‘La guerra di Piero’ non è però soltanto una canzone simbolo dell’antimilitarismo, ma soprattutto un confronto tra le leggi della natura e le leggi dell’uomo: da un lato, una condizione ideale in cui persino la morte, come tutte le cose della vita (compreso il sentimento amoroso, dissacrato e ridimensionato in Amore che vieni, amore che vai), trova serenamente il posto che le spetta in una dimensione ciclica; dall’altro, una condizione violenta e inumana, imposta dalle dinamiche di un potere che sottomette sudditi senza voce al volere e ai capricci di chi lo esercita.

De André canta le storie dei poveri cristi, degli umili, degli emarginati, dei vinti, sollevando la polvere dalle loro vicende per reclamare, come ne ‘La città vecchia’, l’umana pietà negata dai codici, che cristallizzano le ambizioni meschine, le millenarie paure e le inesauribili astuzie di un’umanità arida e grettamente moralista. E se il potere, arbitro in terra del bene e del male, non vuole sentire ragioni, si può invocare la misericordia di un Dio disposto a regalare sorrisi a chi non ne ha mai avuti. Una divinità pagana a cui rivolgere una ‘Preghiera in gennaio’ perché non giudichi severamente la disperazione dei suicidi; un Dio gentile e comprensivo, che si fa uomo nei gesti paterni e religiosi ("versò il vino, spezzò il pane per chi diceva: ho sete, ho fame") del silenzioso ed enigmatico pescatore nei confronti di un giovane e impaurito assassino, anch’egli in fuga.

"Il pane e il vino", osserva Zacchini, "la carezza di un momento, il ricordo dell’infanzia e poi il sogno di un’avventura che continua: tutta la canzone esprime una grande liturgia della vita, senza trascendenza e senza peccato, tutta immanente ed innocente come la natura, finché l’ultimo raggio di sole non scava un solco lungo il viso. L’ultimo raggio, come l’ultima fioca luce che rischiara il pescatore, richiama quell’ultimo esile filo di voce di Gesù morente in croce". Ma dove conduce la fuga dell’assassino? Dove si rifugiano, ritrovandosi, le anime salve? La risposta, per Zacchini, va cercata seguendo la rotta di altri pescatori, che come l’Ismaele di Moby Dick prendono il largo per cacciare la malinconia e regolare la circolazione. Il Mediterraneo di ‘Crêuza de mä’, mare circondato da terre e terra bagnata dal mare, per Pavese "una meta che cancella l’andare", è un microcosmo da esplorare a bordo di un’imbarcazione più simile al bateau ivre di Rimbaud, che assorbe le inquietudini e le angosce dei marinai, che al Nautilus del Capitano Nemo, simbolo dell’ottimismo positivista che addomestica la natura e assoggetta un mondo che l’uomo sa dominare con il pensiero e con la mano. Qui le convenzioni terrestri non hanno alcun valore: il sole, al massimo del suo splendore, lascia i marinai senza ombra, alla maniera dei morti; la luna, nel cielo in cui il Diavolo si è fatto il nido, domina una notte che punta il coltello alla gola; il mattino, per chi approda temporaneamente a terra, si porta via i brevi momenti di spensieratezza e riconduce i marinai alla loro necessità e scelta di vita. Tutto è da ripensare e da ricostruire, ristabilendo l’armonia del cosmo compromessa dalle leggi degli uomini, "in questo Mediterraneo senza tempo che", conclude Zacchini, "è la somma di tutti i tempi della sua storia, che è mito e immaginazione, che è un luogo dell’anima anziché un posto fisico, dove finalmente De André oltrepassa la collina ed incontra una frontiera culturale, un orizzonte meraviglioso da dove sono germogliati tutti i miti e tutte le storie, tutti i significati e tutte le interpretazioni. Da dove finalmente trovare quei sentieri interrotti dell’Occidente e ripercorrerli verso la loro fonte".

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