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Estate giallo-nera
06.08.22 - 16:50

‘Soldi bruciati’, la versione argentina di una tragedia greca

‘Plata guemada’ (1997) è il romanzo più riuscito di Ricardo Piglia. Tratto da vicende accadute nel 1965, è il suo più noto e il più duro

di Marco Stracquadaini
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Il romanzo più riuscito di Ricardo Piglia, Soldi bruciati (Plata quemada, 1997), il più noto e il più duro. Molto duro per l’orecchio letterario italiano, opportunamente inselvatichito negli ultimi decenni ma non tanto da poter star dietro, a proprio agio, ai toni della narrativa argentina. Per durezza qui si intende la violenza, e la naturalezza con cui entra nel racconto. Piglia si è fatta la mano al racconto criminale sul poliziesco statunitense di ogni genere e livello, non esclusi i più neri e, dei livelli, i più bassi. Ha diretto per dieci anni una collana chiamata ‘Serie negra’, leggendo romanzi a capofitto per farla procedere secondo la fame dei lettori. Altro punto notevole: ha improntato il suo lavoro di scrittore sul contrasto, nelle lettere e nella storia argentina, nella vita sociale, tra ‘civiltà’ e ‘barbarie’.

E Malito si chiama Malito

Plata quemada è un romanzo (tratto da vicende accadute, nel 1965) di pura barbarie. Fatti barbari devono essere riportati barbaramente, forse. Ma Piglia si serve di più registri. Il primo è il più vicino all’autore, benché mascherato. Poi c’è quello dei media che narravano i fatti quasi in presa diretta. Quello della banda di rapinatori sempre più preda, lungo la storia, di violenza e follia, droghe, alcool e disperazione. Come si possono riportare, civilmente, parole di disperati? I registri sono tutti mescolati ma la vera forza è che il primo si incroci con l’ultimo. La prima voce è la più impressionante: sorprendente e disturbante. Come fosse quella di un delinquente in più, uno di loro che da fuori racconta. Infine c’è il tono lirico, così lontano dagli altri e che è la firma del grande scrittore.

A capo della storia una frase di Brecht: "Che cos’è rapinare una banca, a paragone del fondarla?". E questo è l’incipit: "Li chiamano i gemelli perché sono inseparabili. Ma non sono fratelli, nemmeno si somigliano. Difficile anche trovare due tipi più diversi. In comune il modo di guardare, gli occhi chiari, quieti, una fissità folle nello sguardo diffidente". Tutti hanno un soprannome, Dorda è il Gaucho, Brignone il Nene... E Malito si chiama Malito che è già un soprannome: "aveva conosciuto uno sbirro che si chiamava Verdugo (ndr: boia), che è peggio (...), c’era uno che si chiamava Delator, con cognomi così meglio chiamarsi Malito". In realtà Malito un nomignolo ce l’ha: el Rayado, il pazzo. In quanto mezzo matto e per le frustate ricevute in un commissariato (raya vuol dire striscia) che hanno lasciato il segno per sempre. Malito è il cervello dell’operazione. Gli altri stanno insieme, si separano poche ore, si ritrovano, e Malito non si sa dov’è e ci sta da solo, con le sue controllatissime paranoie. Nella banda ‘allargata’ ci sono politici o poliziotti, ma a operare sono in quattro. Il furgone portavalori uscirà dalla Banca de la Provincia, si sposta di mezzo isolato e raggiunge il Municipio. Sette minuti in tutto e "quasi seicentomila dollari".

E comincia la fuga: fuori da Buenos Aires e dall’Argentina per Montevideo. A Montevideo di tana in tana, aiutati da delinquenti locali. Nel frattempo Piglia intreccia storie. La ragazza che incontra il Nene e i due si confidano, innocentemente, in cinque pagine che sono il primo contrappunto lirico. La panettiera che vede, dal negozio ancora al buio, i ‘gemelli’ cambiare la targa della macchina e avvisa la polizia. Di tutti dà un ritratto rapido, netto e vivo che sospende la frenesia del racconto. A Montevideo, assediati, cominciano a delirare più di prima, quando già "ridevano di qualsiasi cosa e non dormivano mai".

Aveva un Dio a parte

E noi li lasciamo a pagina 126, una quarantina dalla fine, chiusi in un appartamento-trappola, con il commissaro Silva atterrato da Buenos Aires, perduti, sorridenti e sparando. Sognando la fuga e destinazioni improbabili. E l’arrivo di Malito, da un momento all’altro, che li salverà tutti, Dorda il Gaucho, il Nene Brignone e il Cuervo Mereles. "Malito ottiene sempre che gli altri facciano quello che lui vuole, come se fosse un’idea loro. E poi chi ha visto mai un tipo con la fortuna di Malito? Aveva un Dio a parte".

La "versione argentina di una tragedia greca", pensa Piglia quando ascolta i fatti la prima volta. Una tragedia selvaggiamente e superbamente da lui ricreata, trent’anni dopo. O creata.

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