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02.08.22 - 10:31
Aggiornamento: 16:12

Il Film Festival prima della Prima: Marco Solari

Locarno non avrà altro presidentissimo al di fuori di Rezzonico, semmai ha un presidente coach. Che dice: ‘Un giorno tutta questa pressione mi mancherà’.

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Ti-Press
Marco Solari, presidente del Locarno Film Festival

Meno uno al Locarno Film Festival. Continuiamo a sondare gli animi al PalaCinema, aspettando il Prefestival di questa sera alle 21.30 in Piazza Grande – la proiezione gratuita dell’ultimo film di Alain Ughetto ‘Interdit aux chiens et aux Italiens’ – e prima che tutto abbia inizio, da domani fino a sabato 13 agosto. Dopo Giona A. Nazzaro, direttore artistico, è la volta del presidente.

Marco Solari. Raimondo Rezzonico fu presidente per tredici anni, lei lo è da ventidue: se Rezzonico è il presidentissimo, come la dobbiamo chiamare?

Presidentissimo è un nome storico. Senza Raimondo Rezzonico il Locarno Film Festival non esisterebbe. Ha dato tutto ed è stato a tutti gli effetti il presidentissimo. Io vivo in altri tempi, in un’epoca in cui questo incarico è forse meno personalizzato, un’epoca in cui si evidenziano più funzioni, quelle del managing director, del direttore artistico, della Chief Innovation Officer. Quella odierna è più una squadra, e in questa squadra non c’è un presidentissimo ma un presidente, che da ‘operativo’ si è trasformato sempre più in presidente coach, una figura che riempie quel gap generazionale che esiste, con tutti i suoi vantaggi e svantaggi.

Da parte mia, oltre all’esperienza, posso ancora mettere a disposizione una rete di relazioni, di conoscenze, e non vi è nulla di più dinamico che una rete di relazioni personali. Altrettanto, sono assolutamente convinto che tutto dipenda dalle persone e non dalle istituzioni e dagli organigrammi: sono le persone, con la loro voglia di fare, di riuscire, compresi gli errori, che portano avanti un’idea, una causa. Se ci si fida unicamente del fatto che il Festival sia un’istituzione, e si pensa che sia in grado di andare avanti da sé, ci si sbaglia.

Dalle sue parole, dopo ventidue anni, traspare ancora un certo entusiasmo di fondo…

Non amo troppo la parola ‘entusiasmo’. Preferisco ‘passione’, ‘curiosità’, e quando si ha una passione forte la curiosità è forse insita. Il giorno in cui questa curiosità non ci sarà più, allora può essere che la passione si sarà spenta. Si tratta di sentimenti che non possono spiegare razionalmente, o li hai dentro di te oppure no, o riesci ancora a superare le delusioni, che arrivano sempre e comunque dalle persone, oppure hai finito. In generale, ciò che mi ha sempre salvato nella mia vita professionale è che ogni qualvolta ho subito un torto, una delusione, spesso con tanta fatica ma anche con tanta forza di volontà, l’ho messo da parte e ho, quasi sempre, saputo perdonare.

Il ‘salvataggio’ del Locarno Film Festival, nell’anno Duemila, fu un prolungamento della sua missione in questo cantone, iniziata come direttore dell’Ett, l’Ente ticinese per il Turismo, ovvero ripulire il Ticino dalla dimensione bucolica con cui veniva un tempo identificato: la ‘disidentificazione’ può considerarsi compiuta?

Decisamente. Quell’immagine di Ticino ‘zuzzerellone’, un insulto alla dignità, si è dissolta del tutto. Di questa visione degradante, la generazione odierna non può nemmeno lontanamente avere contezza. Oggi il boccalino, detto fuori dai denti, è un divertimento, ma all’epoca era purtroppo la nostra immagine ufficiale agli occhi del resto della Svizzera. E il Ticino ha dovuto tirar fuori gli artigli, creando grandi motori culturali come l’Università, e quanti pregiudizi nei confronti di chi la volle creare! L’Università, lo stesso Lac, visione splendida, e il Festival, che ha dovuto lottare moltissimo, sono straordinari motori di un Ticino che ha acquistato orgoglio e sicurezza. Io credo che questo nostro scopo iniziale di sostituire un’immagine così avvilente, di smontare questo pseudo folklorismo che non era specchio del grande passato artistico e politico del Ticino, sia riuscito in gran parte a passare. Esiste oggi un abisso tra questo e quel cantone, che già allora vedeva nel Festival il suo unico momento di apertura.

Il Festival che ha superato la pandemia ha un corrispettivo nel suo presidente, che ha fatto altrettanto: accetta il paragone?

Il Festival ha superato il Covid perché ci sono state persone che hanno lavorato quasi giorno e notte affinché questo avvenisse. Paradossalmente, il Festival ne è uscito più rafforzato di prima. Il superamento della pandemia non è solo simbolismo, ma anche cifre: quando si passa da 140 a 180 sponsor, quando il budget aumenta da 14 fino a 17 milioni, questo vuole dire che qui c’è gente che ha lavorato, che ci credeva e che ha contribuito a far crescere il prestigio. Perché il Festival è sostanza, ma anche prestigio, e con la mia mentalità un po’ calvinista, ogni volta che mi trovo davanti a un successo, a qualcosa che funziona, mi chiedo cosa mai mi riserverà il futuro.

In che senso?

Il 75esimo è qui a dirci che siamo dentro fino al collo nel Festival di domani. La mia responsabilità, quella di tutti, è di parlare a una generazione che ha un altro linguaggio, un’altra maniera di fruire dell’immagine, di concepire il suo rapporto con il film, con il cinema in generale, con i festival in generale. L’era sedia-schermo a Locarno è finita e al Festival si può dare atto di non essersi mai fermato. La scelta di Simona Gamba, Chief Innovation Officer, coinvolta a inizio pandemia per sviluppare i nuovi linguaggi, ci consente di trovarci oggi in un’ottima posizione rispetto agli altri festival. Ma al mondo ci sono 6mila festival diversi di cui alla fine, scremando, ne restano dieci, e se Locarno non è in quei dieci ha disatteso le aspettative degli sponsor, della gente, della politica. Viviamo dunque una pressione costante. Eppure, il giorno in cui non sarò più presidente è possibile che questa pressione fortissima mi mancherà. Da fan dell’opera, mi piace il confronto cui è sottoposto chi ha la responsabilità del Regio di Parma: il pubblico è esigentissimo, le aspettative elevatissime. A Locarno accade la stessa cosa.

Non le chiedo se questo è il suo ultimo Festival, ma se ha già immaginato come sarà il dopo.

Non è l’ultimo e questo lo dico molto chiaramente, ma è chiaro che ho in testa un’idea molto precisa di come le cose dovranno terminare, senza eccitazione, possibilmente con coerenza e con un minimo di stile. Il mio obiettivo è quello di lasciare il Festival non solo più forte di come io l’ho ereditato, cosa non troppo difficile al tempo, ma che abbia in sé un potenziale enorme di sviluppo. Devo lavorare oggi a queste premesse.

Anche in quel momento, viene da dire, sarà una questione di persone…

Certamente, anche in quel caso si tratterà di persone, sempre e solo di persone. E il Festival non è fatto di barlafus, lo dico sempre, il Festival ha bisogno di persone che diano di più. È sempre stata centrale in me l’idea che si debba saper sorprendere, e che per far felice la gente, l’ospite, il politico, il giornalista, tu debba riuscire a dare sempre qualcosa in più di quanto dall’altra parte ci si aspetti. Anche questo è passione, è bellissimo poter ancora vivere queste dinamiche, ma la filosofia indiana è tremenda; della vita di un uomo dice che ci sono quattro fasi: nella prima fase impari, nella seconda insegni, nella terza contempli, e nella quarta mendichi. Io credo di essere… tra la seconda e la terza. Ecco, cerco di tenere molto lontana la quarta.


Ti-Press
Con Giona A. Nazzaro, direttore artistico, e Raphael Brunschwig, direttore operativo del Locarno Film Festival

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