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28.05.22 - 11:43

Stefano Raimondi. La città, il mare

Anni di quartieri popolari, giochi, sfide. Poi le scelte. A Milano, partendo dall’inizio, con il poeta, critico letterario e autore di saggi.

di Massimo Daviddi
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Catia Vollero
Stefano Raimondi

Osservare Milano, riconoscere le vie meno frequentate come una cosa personale è uno dei tanti modi per scoprirla e riscoprirla, cercando di assecondare le stagioni che arrivano e cambiano, improvvise. Un bel lavoro di Maurizio Cucchi, su cui torneremo, ‘La Traversata di Milano’, Mondadori 2007, riedito lo scorso anno, racconta come questa città sia "il luogo ideale per andare a passeggio". Oggi, incontro l’amico e poeta Stefano Raimondi che conosco da quasi vent’anni. Ricordo solo alcuni suoi lavori: ‘La città dell’orto’, Casagrande, 2002, ora La vita felice, 2021; ‘Il mare dietro l’autostrada’, Lietocolle, 2005; ‘Il cane di Giacometti’, Marcos y Marcos, 2017. È critico letterario e autore di saggi. Il 25 maggio, al Teatro Franco Parenti, ha parlato del suo rapporto con la poesia, la città, le persone, insieme all’attrice Marta Comerio. La mia piccola traversata parte dalla Stazione Centrale direzione Porta Romana, poi la sosta in un caffè.

Gli anni di San Luigi

Ci troviamo al ‘Refeel’, in viale Sabotino, caffè ampio e comodo. La pioggia si è appena fermata. Con Stefano abbiamo dieci anni di differenza. Cosa tieni del tempo che ti appartiene? "Sono del ’64. Penso a matrici culturali forti, iconiche e d’immaginazione. La Milano che ho vissuto fino a cinquantatré anni è stata quella del quartiere San Luigi-Corvetto, una delle zone più calde e umane della città". Il quartiere, la vita. "Senz’altro. Rimanendoci così a lungo, stessa via e numero civico, dalla finestra vedevo orti e baracche; adesso è cambiato tutto, pensa al mondo dorato della ‘Fondazione Prada’ che dà sullo scalo di Porta Romana. Per contro, ricordo le vie delle prostitute e dei camionisti dove andavamo a cercare i ritagli dei giornaletti porno. Vie della proibizione, buie, che facevano paura. Largo Isarco, via Orobia". Lo scalo, un confine. "Non potevamo andare là, allora scavalcavamo il cancello che c’è ancora; una forma di iniziazione, diventare grandi".

I luoghi erano molto caratterizzati. "Luoghi segnati da svolte, vie che separavano bande, gli angoli che incutevano timore. Oltrepassando un negozio cambiava tutto, mentre nel quartiere ti conoscevano per nome, se poi ci metti che ero il figlio della tintora, la signora Villa, voleva dire essere riconosciuto dovunque e da chiunque. Una forma di sicurezza e abitabilità. E di bene". Leggi ancora questo sentimento? "Sta a noi creare la relazione. Se riesci a portare avanti un impegno senza essere raggiunto dalla velocità, si possono trovare momenti dove farsi riconoscere". I tuoi genitori? "Sono figlio di due grandi amici d’infanzia che vivevano poco avanti, in viale Bligny, nella casa che chiamavano ‘l’Americun’, la grande America, trecentosessantacinque monolocali come i giorni dell’anno. Si sono conosciuti lì, da piccoli. Per tradizione mio padre ha seguito i suoi andando a lavorare alla ‘Cge’, poi diventata ‘Ansaldo’, prima come operaio e dopo come caporeparto. Da bambini abitavano al primo e quarto piano, fischiavano e cantavano insieme". Mi dicevi di tua mamma. I primi lavori? "Ha iniziato facendo la ‘piscinina’, ragazze che aiutavano le sarte portando i vestiti a domicilio. Poi, ricamatrice, commessa in un negozio di porcellane in viale Piave e tintora, come dicevo, nel negozio di via Vallarsa. Infine, impiegata nello stabilimento di un marchio d’epoca, la famosa Pizza Catarì. Come non ricordarla?".


Raimondi
Estratto da ‘Gli occhi di Larkin’

La lettura

Stefano, cresce nel clima di quegli anni, quartieri popolari, giochi, sfide. Pian piano le scelte, la scuola, le nuove frontiere. "Se penso alla scuola devo dire che sono stati anni di maschere perché non amavo ciò che studiavo. Anni di bugie e sfiducia nelle mie capacità. Il cambiamento è stato quando ho iniziato a capire l’importanza della lettura, dei libri che erano il luogo del mio rifugio, l’ancora della mia salvezza". Come è avvenuto? "Soprattutto nel riscoprire mio padre, il suo silenzio, lui grande lettore autodidatta, conoscitore della storia; è la cosa che mi ha dato di più senza dirmi nulla. Da bravo meccanico voleva che seguissi i suoi passi, ma mi sentivo distante da tutto questo, mentre invece è stato il suo modo di essere a darmi molto". L’Ansaldo, una fabbrica difficile. "Negli anni del terrorismo, certo. Penso che lui trovasse nei libri il suo sogno e lo capivo guardando la sua postura". Cosa pensi e ricordi della transizione verso gli anni 80? "Un periodo effervescente, un corpo che è cambiato, la tensione per altri corpi. Si parla in genere di anni di superficialità, ma invece hanno portato anche a svolte profonde, elementi di forte lacerazione proprio perché non tutti luccicavamo intorno allo scintillio del tempo. In quel contesto gli amici sono stati importanti, indimenticabili compagni di viaggio".

Filosofia

Mentre usciamo dal ‘Refeel’, ancora un po’ di pioggia. Le storie si intersecano e via Mantova ne è un esempio. Nel bombardamento del ’43, il padre di Stefano corre in bicicletta verso la futura moglie, macerie ovunque. Mio nonno, antifascista, decide per questo di far sfollare moglie e figlia sopra Luino. Le vie, il destino. Il tuo, partendo da San Luigi incontra la filosofia. Come accade? "Venivo da cinque anni di studi scientifici di cui ho solo vaghe nozioni. Dopo il militare conosco una persona che mi ha completamente portato a un’altra visione; al mondo della letteratura, del pensiero, della poesia. Ho nascosto l’iscrizione ai miei genitori, per vergogna, mentre il percorso che stavo facendo apriva a una nuova conoscenza di me, cose che non vedevo e non consideravo. Ricordo dei docenti di grande livello; Sini, Funari, Giorello, filosofi che hanno lasciato un segno. Sulle scale della biblioteca la scritta, ‘Istituto Antonio Banfi’". La tesi? "La scuola di Milano attraverso il pensiero della poesia e della critica letteraria, in particolare quello di Sereni, Banfi, Anceschi. Lavoravo in fabbrica, non potevo frequentare; poi, per vent’anni alla ‘Cuem’, libreria nel cuore della Statale, un’esperienza decisiva. Prendevo energie da entrambe le parti ridisegnando il mio destino". Stefano torna a questo momento della sua vita nel ricordo di amici e compagni, persone che hanno lasciato un segno nella città. Lui stesso si è dedicato a progetti culturali che hanno toccato il rapporto tra spazi urbani e poesia. "È un’altra parte decisiva nella mia vita. La città per me è un corpo che stupisce e meraviglia. Divento via, piazza, svolta. Attraversamento".


Raimondi
Da ‘Gli occhi di Larkin’

Le case

Nella poetica di Stefano Raimondi, questo vissuto appare forte e chiaro. Da, ‘Interni con finestre’. "È un taglia e incolla la città, dove le cose vanno in scena insieme, come niente: riflesso su riflesso, ombra dopo ombra. / Ognuno ha il suo nome tatuato, il suo rione da portarsi via. / La bocca si muove sopra un polmone di sangue scuro, / mentre i bambini pregano dai parchi i palloni infilzati sulle cancellate /". Accade così che la città si percepisca da uno sguardo che scende e sale dalle cantine, dai muri, sui davanzali. "Le case di questa città sono per me determinanti nel creare degli spazi verso il cielo; ultimamente i cieli milanesi sono di un azzurro potente. Ci sono giornate in cui la luce si riflette sui muri; cubi, parallelepipedi che hanno i tagli, vie di fuga meravigliose. L’architettura è un elemento fondativo della scrittura". Il mare, per chi vive in città? Ne parli in, ‘Il mare dietro l’autostrada’. "È l’arrivo dei quattordici anni, del primo bacio. I corpi che diventano di colpo grandi. Cervia, il mare dei milanesi dove gli operai andavano i primi quindici giorni di agosto, la fuga esotica nella pensione ‘Aurora’, il nostro Grand Hotel. Vivevamo come dei signori. Ci si guardava uscire dall’infanzia".

Questa via, come altre vicine, ha dei negozi sporgenti sul marciapiede; il meccanico d’auto, il ciclista. Una signora torna con la spesa in mano, le persone s’incontrano, scambiano un po’ di parole vicino al portone, prima di rientrare. "Siamo qui per vedere, per farci vedere, riconoscere fin dove il buio chiude, / ci porta fuori da tutto questo posto che rimane chiaro solo per le nostre voci, le nostre facce che tremano, / quando le si lascia vuote o si prende un tram e dentro non sei più nessuno /". Credo che tu abbia posto un asse significativo tra ricerca personale e collettiva. "La poesia porta una parola di conoscenza e questa è sempre verso qualcosa e qualcuno. L’elemento della relazione è stato per me fondativo". Ecco il profilo di via Mantova; mio nonno Alfredo aveva una bottega di restauro mobili, due vetrate proprio in fronte alla casa dove abita Stefano. "Tornare è una restituzione", mi dice, mentre un signore sta telefonando. Molte foto di Stefano sono state fatte dalla moglie Catia; lei, viene da un altro mare, il Ligure. "Un’acqua limpida, profonda, fredda". Ci salutiamo parlando di Vittorio Sereni, René Char, Paul Celan, qualche minuto ancora sotto casa.

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