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25.05.22 - 05:20
Aggiornamento: 08:15
di Elena Spoerl

Anche la poesia abita a Soletta

Alla vigilia delle Giornate letterarie, abbiamo incontrato Yari Bernasconi, Anna Ruchat e Fabiano Alborghetti

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A Soletta si apriranno domani sera le 44esime Giornate letterarie che dureranno fino a domenica. Il festival letterario svizzero per eccellenza ospita quest’anno 45 scrittrici e scrittori, 16 poete e poeti, 9 traduttrici e traduttori, più 13 autrici e autori di altri generi letterari (per l’infanzia, spoken word, graphic novel). Oltre ottanta voci letterarie leggeranno e discuteranno alla tre giorni, a cui si aggiungono quelle dei moderatori degli incontri e dei promotori di eventi collaterali. Il programma è molto ricco: www.literatur.ch.

Ad anticipare il festival vero e proprio, questa sera saranno consegnati i premi svizzeri di letteratura: tra i vincitori, Yari Bernasconi con ‘La casa vuota’ mentre a Maurizia Balmelli è andato il premio speciale per la traduzione.

Ci siamo chiesti, tra prosa e poesia, quale forma aderisca al meglio al proprio contenuto. Chi scrive spesso alterna il suo linguaggio, spaziando tra i due. Ma al bivio, come sceglie? Lo abbiamo domandato ai tre autori di lingua italiana chiamati al festival con la loro ultima opera poetica: il neopremiato Yari Bernasconi, Anna Ruchat (Premio svizzero di letteratura 2019) e Fabiano Alborghetti (premio svizzero di letteratura 2018).

Quando ci si accinge a scrivere, come avviene la scelta del linguaggio? Tra prosa e poesia, si adotta consapevolmente una o l’altra oppure è forse il testo stesso a guidare mano e mente e a suggerire come esprimersi?

Yari Bernasconi: Se è vero, come credo, che la letteratura rimane un formidabile strumento per scandagliare, approfondire e interrogare la realtà, la scelta del linguaggio dovrebbe rimanere subordinata a quello che si vuole (o si tenta di) dire. A me succede così, almeno: può capitare che in un gruppetto di poesie ci sia un testo in prosa, o che in un reportage affiorino dei versi (è persino successo scrivendo a quattro mano con Andrea Fazioli). Forse anche da questo scaturisce la tensione creativa della scrittura: dall’ignoto. Dal fatto che la pagina bianca è una promessa e al tempo stesso un abisso.

Anna Ruchat: Le diverse scritture sono sempre corse per me parallele. Nel linguaggio non c’è una scelta, la prosa ha tempi lunghi, un linguaggio che va lavorato e rilavorato per arrivare all’asciuttezza che mi è congeniale e richiede soprattutto all’inizio, per me, molta più fatica. La poesia invece arriva, se le dai spazio, ti piomba addosso con le sue parole, le sue pause, il suo ritmo e nei casi più felici la scrivi e non la lavori più.

Fabiano Alborghetti: Scrivo poca prosa, perlopiù indirizzata a interventi o interviste, più raramente per contenuti "diversi". In questo caso, certamente calibro il linguaggio a seconda del vettore (un quotidiano, una rivista, una antologia…). La poesia è invece la mia lingua primaria. La voce posso cercarla per mesi, talvolta anni ma sapendo che scriverò poesia. Trovato il tema e il titolo (quest’ultimo non è solo un contenitore ma calibra la direzione anche umorale) inizio a cercare l’intonazione (il linguaggio). Molto raramente scrivo grazie a un’epifania: ogni scritto ha una propria voce ricercata con volontà, e sempre più accade che nasca prima recitata e solo dopo scritta.

Yari Bernasconi, molti scrittori iniziano con la poesia per poi passare alla narrativa, forse anche per motivi commerciali (la seconda ha più mercato). Eppure la prima viene considerata l’apice dell’espressione scritta, quindi più che un punto di partenza, un orizzonte a cui tendere… Condivide?

Non credo affatto che la poesia sia un linguaggio migliore o peggiore degli altri. Ha le sue peculiarità, come ogni linguaggio, ma non per questo merita uno statuto particolare. Semmai, è fondamentale difendere la diversità di tutti i linguaggi, continuando a praticarli e a esplorarli per combattere omologazione, pregiudizi, luoghi comuni, mistificazioni. Ed è un aspetto decisamente più importante di quello commerciale.

Ecco uno stralcio da ‘La casa vuota’, pag. 44:

(…) Così una gazza, incuriosita dal trambusto, / plana e atterra vicino alla casetta. / I verdoni e le cince si disperdono. / La gazza dà un’occhiata in giro / e quando incontra i nostri sguardi / ruota la testa come se fosse il suo riflesso. / E scappa.

Fabiano Alborghetti, ‘Corpuscoli di Krause’ (Gabriele Capelli, 2022) è stata definita una raccolta poetica molto diversa da quelle che l’hanno preceduta. Perché?

Corpuscoli a differenza di ogni altra mia raccolta, non è una fluviale narrazione che si apre e chiude, è composta da più sezioni distinte. È costruita legando con un fil-rouge a doppio nodo i temi portanti (identità e paura): le sezioni sono in dialogo l’una con l’altra, diventando ognuna il termometro che segna le temperature di una data realtà. Se scrivessi in prosa questi sarebbero racconti.

Da Corpuscoli di Krause, pag. 115:

(…) Inizia tutto dentro l’atomo di un gesto: / lo starti accanto quando accade lo sconforto / o il farti ombra così che tu sia vedente / il preparare il nostro cibo quotidiano / quanto il porgerti la mano./ (…)

Anna Ruchat, lei da lungo tempo traduce, da 18 anni scrive in prosa e da 16 anche in poesia. La forza prigioniera (Passigli, 2021) è la sua quinta raccolta poetica: ci racconta il suo percorso da un genere all’altro?

Ho cominciato tardi a pubblicare cose mie, ma scrivere è da sempre il mio mestiere, esercitato (anche ora) principalmente nella traduzione che è una grandissima scuola di scrittura. Ho tradotto all’inizio molta prosa ma già nel 1993 la traduzione del carteggio tra Paul Celan e Nelly Sachs (allora Melangolo e adesso appena ripubblicato da Giuntina), mi ha aperto la strada della poesia. Da dieci anni dirigo con Domenico Brancale una collana di poesia in traduzione, Le meteore (Ibis) dove pubblichiamo poeti contemporanei e classici del Novecento. Il lavoro sui diversi linguaggi della poesia mi è oggi molto familiare e credo mi abbia aiutato negli anni a trovarne uno mio.

Da ‘La forza prigioniera’, pag. 57:

S’alza da terra il gufo / immenso / e grida / l’uomo // che da ore aspettava nel buio / animali di passo / una lepre // "Terribile / il silenzio di quel volo" / racconta.

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