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Indignazioni
01.06.22 - 08:30
Aggiornamento: 14:46

Non si può più dire niente?

Una conferenza e un libro rilanciano il dibattito sulla cancel culture e il politicamente corretto.

"È andata a casa con il negro, la troia!" Chissà se Vasco Rossi ce la infilerebbe anche oggi, una frase del genere, in quel classicone del rock italiano che è ‘Colpa d’Alfredo’, Anno Domini 1980. Perché se la prendiamo fuori contesto, è chiaro che siamo di fronte al peggio del peggio: sessismo e razzismo da manuale, di quelli che solleverebbero la classica ‘shitstorm’ ai tempi dei social (vedi sotto). E quando l’indignazione si scatena e tutti urlano, a poco serve ricordare che «lì c’è un errore estetico: non è Vasco Rossi che dice quella cosa, Vasco Rossi dà voce a uno strato dell’umanità, a un personaggio», un poveretto che torna a casa sconsolato da una serata in qualche discoteca della Bassa emiliana. Emanuele Trevi ce lo ha fatto notare a margine della sua Eranos Jung Lecture, venerdì scorso al Monte Verità: un intervento a braccio, dedicato alla "cultura della colpa" e alla "macchina del politically correct" dal critico letterario, scrittore e giornalista, premio Strega nel 2021 col romanzo ‘Due vite’ e Preside-fondatore della scuola di scrittura Molly Bloom.

Trevi pone al centro del ragionamento il meccanismo dell’indignazione collettiva, al quale spesso si cercherebbe di sfuggire anche tramite l’autocensura, perché chiunque «finisce prima o poi per pensare ‘questa cosa è meglio se non la dico, metti che c’è un imbecille che poi si offende’». E dove entra l’indignazione esce il ragionamento, «può accadere con un cantante ma anche col monologo di un comico, che risulta offensivo se non lo si contestualizza, se lo si legge cercando a tutti i costi un capro espiatorio». Così come capitò a Coleman Silk – il professore destinato all’ostracismo nella ‘Macchia umana’ di Philip Roth – vittima di un’accusa di razzismo «che tutti i personaggi riconoscono infondata, eppure ne accettano l’ingiustizia come unico elemento pacificatore possibile».

Se a volte il tono di Trevi è suonato un po’ apocalittico – «ci sentiamo circondati, ogni giorno se ne inventano una nuova» –, l’ironia e l’autoironia del personaggio hanno prevalso, e poi ce l’ha detto lui stesso: «Non sono un reazionario spengleriano». Nome ricorrente sulle pagine culturali del ‘Corriere della Sera’, Trevi ha riconosciuto come anche i media abbiano un ruolo nell’ingigantire ad arte le polemiche sulla cancel culture, come nel caso del bacio di Biancaneve, ‘importato’ da un piccolo giornale di San Francisco e divenuto dominante solo una volta sbarcato in Europa: «Molte volte noi giornalisti costruiamo del folklore su certi eventi, che magari hanno anche un aspetto buffo, per cui si prestano a creare una notizia a metà strada tra la realtà e una nostra costruzione».

Anche se ogni tradizione si seleziona e si riscrive ogni giorno – la memoria funziona così, dopo tutto – Trevi teme che le polemiche sul passato ‘scorretto’ inneschino una sorta di circolo vizioso, nel quale «si pretende che il passato debba assomigliare a quello che pensiamo noi oggi e si presuppone una superiorità del presente, in realtà il più labile dei tempi, un futuro appena finito che aspira alla dignità di passato». Il tutto nello sciabordìo di un dibattito culturale tanto massificato quanto acefalo: «Il pacifismo aveva Albert Einstein, il femminismo Susan Sontag e Simone de Beauvoir, mentre oggi questa psicologia e antropologia della colpa è lasciata a burocrati, dai quali scaturisce un controllo diffuso, forte di una presunta superiorità morale collettiva, con la quale si sceglie quel che fa comodo e si elimina tutto il resto».

Ecco allora che nel timore della punizione si incisterebbero «meccanismi di potere ai quali è difficile ribellarsi, proprio perché di quel potere si condividono i valori fondamentali», gli stessi che ci fanno inorridire se prendiamo la frase di Vasco Rossi ignorandone il contesto. Meccanismi efficaci e onnipervasivi, proprio perché «non si tratta di vietare, ma di mettere divieti nella testa delle persone: la dittatura perfetta, affermata attraverso la lingua, come temeva Orwell. Questo nonostante Ferdinand De Saussure ci abbia già insegnato che la lingua è puro arbitrio, che neppure le onomatopee hanno un aggancio reale a quel che descrivono».

Trevi si concentra soprattutto sul linguaggio e se la prende in particolare con il presunto bando del maschile sovraesteso, quella cosa per cui diciamo "ciao a tutti" anche se stiamo salutando un gruppo misto di uomini e donne, e che ora alcuni suggeriscono di sostituire «prima con l’asterisco, ora con la e rovesciata», ovvero lo schwa. Finendo però «per prendere alla lettera la lingua, come lo psicotico che crede che la sega abbia davvero i denti e la porta dal dentista, o come nella neolingua di ‘1984’». Il risultato sarebbe un mondo asfittico, in cui anche lo scrittore si morde la lingua e delle opere del passato «si sente ripetere sempre più stesso: oggi non si potrebbero più fare».

IL SAGGIO

‘Anatomia
di un merdone’

Carl Gustav Jung disse una volta – lo si è ricordato proprio ad Ascona – che "quando si è in troppi tutti insieme, i fucili sparano da soli". Un po’ quello che accade, sia pur metaforicamente, quando una parola, un’immagine, una scelta sbagliata diviene oggetto della gogna pubblica sui social network: la cosiddetta ‘shitstorm’ che il giornalista Matteo Bordone chiama, più semplicemente, "merdone". E ‘Anatomia di un merdone" è proprio il titolo d’un suo recente saggio, pubblicato da Utet in un volume collettivo che già in copertina si chiede provocatoriamente: ‘Non si può più dire niente?’.

Forte del suo senso dell’umorismo e da sempre nemico di qualsiasi trombonaggine, Bordone ci spiega che "il merdone" – figlio com’è d’una miriade di messaggi e reazioni che paiono venire da tutti e da nessuno – "è il Keyser Söze dei linciaggi: la sua dote più seducente è la capacità di convincere perfino i suoi artefici più volenterosi di non essere mai esistito". Una marea di indignazione autocompiaciuta che cresce, travolge e scompare, "una cosa di due, tre giorni al massimo", in cui "l’oggetto del contendere non è importante in sé" e "concentrarsi troppo sulla querelle iniziale da cui tutto scaturisce è come seguire un torneo di golf tenendo d’occhio esclusivamente la sacca delle mazze".

Il merdone è agevolato dal "collasso del contesto tipico dei social network", sui quali si incrociano curiosità e destini di "una folla di persone molto diverse tra loro, ciascuna con la propria sensibilità e i propri punti di vista, con un grado di conoscenza reciproca spesso nullo o scarsissimo". "Un grande spazio senza perimetro, dimensioni o verso", dove insomma può succedere di tutto e il povero amico di Alfredo – casomai gli venisse in mente di usare ancora certi epiteti – passerebbe quasi certamente un brutto quarto d’ora. Anche giustamente, penserà qualcuno, ma il problema è che tutto si riduce al giudizio di condanna col quale ci piace riempirci la bocca. Perché "è evidente che i protagonisti del merdone non sono mai né le vittime incaute (magari anche effettivamente razziste, violente o anche solo inopportune o imbecilli) né i singoli o le categorie apparentemente offese dagli stessi. I protagonisti sono gli indignati. Loro e solo loro ottengono un vero vantaggio sociale e psicologico partecipando al gioco", mentre "il soggetto sulla cui esecrabilità tutti si esprimono liberamente è diventato la sagoma del cattivo del poligono ad aria compressa del luna park". Questo, almeno, finché i linciatori non si stufano e la "funzione di predellino morale" del merdone, cui tutti appoggiano il proprio misero ego, svanisce. Magari nel frattempo si rovinano carriere o addirittura vite, nella convinzione "che ascoltare non serva a niente e sia meglio identificare gli stronzi, puntare il dito e darsi di gomito tra noi pochi perbene".

Anche se Bordone è moderatamente ottimista: secondo lui la percezione dei social network nel dibattito pubblico si va modificando, dopo gli anni del tweet selvaggio e dell’insulto facile impariamo a relativizzare, un po’ perché "i controllori professionisti della morale di internet hanno messo il piede nelle tagliole che loro stessi avevano piazzato", un po’ perché "cominciamo a capire che sarebbe più sano intendere i social come Las Vegas: quello che succede lì, è bene che resti lì", dal momento che "far ragionare la folla come un organismo senziente è impossibile. L’unica cosa da fare è guardare il tutto con altri occhi. Non cercare più in questi tumulti un segno del tempo, l’argomento per una discussione, lo spunto per un articolo. Non attribuire alcun valore sostanziale a questo riflesso collettivo, questo sgranchirsi la morale che non merita più peso di un colpo di tosse".

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