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Festival del film Nyon
Una scena di “Éclaireuses”
11.04.22 - 11:29
Aggiornamento: 16:25
di Ugo Brusaporco

Nyon, quando il cinema racconta l’immigrazione

“Éclaireuses” e “Vida férrea”. Un documentario e un film per capire la vita degli ultimi

Belgio, bambine e bambini migranti che restano da scolarizzare, il problema che accomuna molti paesi del mondo che accolgono i numerosi popoli migranti, che lasciano paesi tormentati dalle guerre e fuggono da carestie e desertificazione. Bruxelles una scuola, un appartamento a pianterreno di una strada trafficata, La Petite École, creata da Marie e Juliette, stanche di obbedire alle ossessive regole educative della scuola pubblica, cui negano la capacità di saper accogliere. Accogliere non vuol dire valutare e classificare, non vuol dire sbattere bambini migranti in classi inferiori all’età che hanno, solo perché non conoscono la lingua del paese dove sono arrivati. Senza mai chiedersi qual è mai stata l’esperienza che hanno vissuto nei campi profughi, nelle fughe faticose, nei viaggi mortali.

La regista Lydie Wisshaupt racconta questo nel suo necessario ‘Éclaireuses’ visto in concorso qui a Nyon a Visions du Réel. Un documentario il suo che mostra come solo il volontariato personale può aiutare l’inserimento di giovani migranti non solo nella scuola ma nella società in cui si ritrovano a vivere, quanto dolore e quanta rabbia hanno dentro, quanta violenza hanno vissuto e incamerato, quello che si apre di fronte a Marie e Juliette nella loro Petite École è così enorme da mettere in difficoltà anche le università se queste bambine e questi bambini sono cresciuti in un continuo confronto di prevaricazione e violenza anche nel gioco, come cancellare d’incanto tutto, non esisto colpi di spugna esiste il far loro levare la maglietta e picchiarsi, rispettando delle regole minime, sminando la violenza casuale, prima d’introdurre un’idea di altro gioco, di altra civiltà.

Si resta senza respiro di fronte al loro agire, al loro essere finalmente insegnanti, non impiegati di una scuola in attesa dello stipendio mensile. E Lydie Wisshaupt con una sapiente regia ci regala due ritratti di donna che si imprimono nella memoria per la bellezza della loro civiltà.

Di là dell’Atlantico fin sul Pacifico ci porta Manuel Bauer con il suo ‘Vida férrea’ (titolo internazionale ‘Steel Life’), sicuramente uno dei film più emozionanti degli ultimi anni, un road movie ferroviario, un viaggio attraverso il Perù, dal Cerro de Pasco, situato in cima alle sue Ande, a 4’300 metri di altezza, per terminare a Callao, sulla riva dell’Oceano Pacifico, da poco meno di 500 anni il più grande e importante porto del Perù. Un viaggio percorso a bordo del Ferrocarril Central Andino, un treno merci che trasporta minerali, e che qui chiamano il "serpente d’acciaio".

E vedendo il film si comprende bene il perché, questo pericolosamente assurdo treno, che trasporta ricchezza sotto forma di minerali, tra pericolose gole, improbabili ponti sospesi nel profondo vuoto, ed eterni scavi, è proprio un serpente che scarica a ogni fermata il suo veleno. Manuel Bauer ci porta insieme al treno a conoscere il suo paese, le sue bellezze e le sue maledizioni e approfittando delle trame visive e sonore del paesaggio naturale e umano, racconta una storia di profondo disincanto. A Cerro de Pasco ci fa incontrare, nella desolazione di una città inquinata e affacciata su una delle più grandi miniere in altitudine a cielo aperto, il sessantenne Manuel, minatore ammalato di cuore, sapiente del fatto che a quell’altitudine non gli resta molto da vivere, la maggior parte dei suoi amici se ne sono andati per non aggravare i problemi di circolazione, molti altri sono morti. Lui vive nella nostalgia di tempi passati e guardando le nuvole che sfiorano la città. Il treno parte carico di minerali, passa varie stazioni arrivando a La Oroya, 3’745 metri, una delle città più inquinate del mondo, qui incontriamo Betty, un’infermiera che lotta contro il peso di vivere vicino alle grandi compagnie minerarie. Quotidianamente e inutilmente le sfida aiutata anche da Università statunitensi, ma nulla si può in un paese vittima felice di un sistema neocoloniale che lo sfrutta e lo uccide. Manuel Bauer firma con ‘Vida férrea’ un film di grande e inquietante bellezza, di decisa e seria denuncia. Questo è cinema.

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