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16.10.21 - 05:25

Oleh Sencov, regista dal gulag

Dopo cinque anni di prigionia il dissidente ucraino è passato anche a Lugano per presentare ‘Numbers’, film distopico e profetico

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(Ffdul)

Un giorno di maggio del 2014, a Oleh Sencov hanno messo un sacco di plastica in testa e l’hanno portato via. Si è fatto cinque anni e quattro mesi di prigione, gulag, Siberia. Tutto per aver portato cibo e altri generi di prima necessità ai soldati ucraini intrappolati nelle loro basi dall’invasione russa (la versione di Mosca, ovviamente, è diversa: Sencov avrebbe partecipato alla pianificazione di attentati terroristici; il processo è stato una farsa conclusasi con una surreale condanna a vent’anni). Liberato dopo 145 giorni di sciopero della fame e uno scambio di prigionieri, oggi il regista ha 45 anni e lo sguardo fermo di uno che ormai è andato oltre: ha visto la morte in faccia, ma con un tono di voce freddo e quasi fatalista ci dice che «se hai paura di vivere ce l’avrai sempre. E io non ho nessuna paura».

Sencov è passato da Lugano, al Film festival diritti umani, per presentare il suo ‘Numbers’ (qui la recensione). Parlando con noi ce lo spiega come «un’anti-utopia, una specie di satira dell’organizzazione sociale, di quei rapporti di potere nei quali spesso ci si sottomette volontariamente a regole assurde». E in effetti il film è ambientato in una sorta di set concentrazionario, claustrofobico, un microcosmo nel quale dieci persone – senza nome, solo numeri – devono ubbidire a regole idiote, giustificate rifacendosi a un dio che altri non è se non un signore di mezz’età in pantofole e vestaglia.

Sencov, nel film le allusioni ‘cristologiche’ sono molteplici. La sua è anche una critica della religione, oltre che del potere?

No, non direi. Semmai è una critica di come il rapporto degli uomini con Dio possa degenerare in un tentativo di proiettarvi le loro stesse debolezze e di giustificare così regole ingiuste. Ma la base di tutto – l’oggetto essenziale della mia critica – è la nostra società, coi suoi presunti dei che impongono il loro arbitrio e tante persone semplici che ubbidiscono supinamente, spesso entrando a loro volta in relazioni di reciproca sopraffazione.

Ha scritto il film dieci anni prima della rivoluzione del Maidan, della guerra russo-ucraina e dell’arresto. Eppure aveva già immaginato i reticolati, le guardie, i fucili, le ghigliottine, una vita prigioniera. È stato profetico?

(Un sorriso sardonico, appena accennato senza toglierci gli occhi chiari di dosso, ndr)

Posso dire di aver immaginato quello che poi mi è toccato vivere. Ma i riferimenti sono a un passato storico che purtroppo tende a ripetersi: la rivoluzione francese e il suo successivo tradimento, quella russa col passaggio dalla dittatura zarista a quella staliniana. Per questo, anche dopo la mia esperienza personale nel film non cambierei nulla: in fondo ha confermato solo che gli umani commettono sempre gli stessi errori. Resta anche un monito valido contro questa tendenza.

I protagonisti sono numerati da 1 a 10. Il numero 1 è il più potente e il più imbecille.

Come capita spesso, no? La mia ‘numerologia’ serve a raffigurare la stupidità e l’artificialità delle gerarchie sociali. Anche per questo gli uomini portano numeri dispari e le donne numeri pari: a ogni livello le donne sono sempre un gradino più in basso, come pretende una lunga tradizione patriarcale.

Chi ha visto il suo film ha subito pensato a Samuel Beckett, Eugène Ionesco, George Orwell. Fuochino?

A dire il vero non si tratta di riferimenti voluti: io volevo fare qualcosa di mio, esprimermi con la mia voce. Comunque, un altro parallelo potrebbe essere col ‘Cipollino’ di Gianni Rodari (nel romanzo del 1951 si narra di una città abitata da vegetali parlanti, oppressi da regole insensate contro le quali il protagonista, Cipollino appunto, guida la rivolta a colpi di scherzi e dispetti, ndr).

Il suo però è un film distopico, cupo. Conseguenza di averlo diretto dal carcere?

Dirigendo dal carcere ero costretto a farlo solo tramite lettere al secondo regista, Akhtem Seitablaiev. Non è stato facile, anche perché mi trovavo in condizioni carcerarie e climatiche proibitive, oltre il Circolo polare artico. Ma penso che gli aspetti più drammatici siano soprattutto un contributo di Akhtem. Io avrei fatto qualcosa di più comico, più leggero.

Quindi non è soddisfatto di come è venuto?

Al contrario, penso comunque che il film si possa considerare riuscito. Sono soddisfatto, un po’ come si può essere filosoficamente soddisfatti del proverbiale bicchiere mezzo pieno.

Durante la prigionia ha detto di aver scritto sceneggiature, racconti, romanzi. Dai suoi prossimi film dobbiamo aspettarci una svolta ancor più drammatica?

Il mio film più crudo è quello che ho presentato all’ultimo festival di Venezia, ‘Rhino’: racconto l’Ucraina violenta dopo la caduta del regime sovietico, col potere consegnato a bande criminali come quella nella quale ‘fa carriera’ il protagonista. È un film brutale, perché brutale fu la realtà che vivemmo in quegli anni: un’esperienza superata, che però ci ha traumatizzato. Ma non è questa la direzione che ho preso durante il mio lavoro in carcere. In quelle condizioni avevo bisogno di immergermi in qualcosa di più positivo, di utilizzare il lavoro come strumento per contemplare e creare bellezza. Per questo penso che ne deriveranno opere più ottimistiche.

Dopo gli anni di prigionia ora lei è un uomo libero, come si suol dire. Ma sappiamo anche che il regime russo continua a sorvegliare quelli che ritiene i suoi nemici. Si sente al sicuro?

(Ancora quel sorriso, ancora quello sguardo un po’ amaro, ndr.) Se è per quello mi sentivo al sicuro anche in carcere, costantemente sorvegliato da una guardia. Comunque dipende sempre da quel che si intende per ‘sicuro’. In generale, non credo si possa vivere costantemente nel terrore.

Chi le ha fatto fare – a lei che peraltro è di etnia russa – di scendere per le strade di Sinferopoli e difendere chi protestava contro Mosca?

Ho visto la prepotenza, l’ingiustizia, ho visto le autorità comportarsi esattamente come le rappresento in ‘Numbers’. Ho visto il pericolo che l’Ucraina diventasse come la Bielorussia. E mi è parso doveroso fare la mia parte.

Cosa direbbe ai suoi carcerieri e al presidente russo Vladimir Putin?

Di venire a vedere il mio film.

Il Parlamento europeo le ha conferito nel 2018 – quando lei era ancora nel gulag – il Premio Sacharov per la libertà di pensiero, lo stesso assegnato a Nelson Mandela e intitolato al grande fisico e militante per i diritti umani Andrej Sacharov. Intanto, però, anche l’Europa pare considerare l’annessione della Crimea come un fatto compiuto. L’impressione, al netto dei soliti proclami diplomatici, è che non si farà nulla per contrastare la prevaricazione e le violenze di Mosca.

L’Unione europea è un’organizzazione complessa, nella quale spesso è molto difficile trovare un’intesa. Lo capisco, d’altronde io stesso apprezzo lo sforzo che fanno le varie nazioni europee per vivere e convivere in pace. L’importante è che tutti abbiano ben presente una cosa: l’Ucraina non intende cedere all’invasione russa, non può accettare l’occupazione della Crimea ed è pronta ad andare fino in fondo. Lo dico anche se capisco la prospettiva di voi europei occidentali: nessuno vuole morire nelle guerre degli altri.

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