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23.08.21 - 05:30
Aggiornamento: 12:52

Da Kabul al Ticino, 23 anni e una valigia di sogni infranti

La storia di Ramazan rientra nello spettacolo di cui è fra i protagonisti, ‘Avanti, avanti migranti!’. Da vedere per avvicinarci come comunità

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Ramazan

Ci sono due parole, tra quelle più elevate nel panorama umano, che per Ramazan, 23 anni, di origine afghana, suonano come un tradimento. Alla domanda su quali siano i suoi “sogni” e le sue “speranze” per il futuro, risponde con disarmante sconforto: «Non so cosa dire. Per me sono parole tristi, vuote, che non mi appartengono più. Ho sognato e sperato tanto quando ero piccolo, ma è successo sempre il contrario di quello che desideravo. Il mio futuro è incerto e indefinito, vivo nel momento e aspetto di vedere cosa succede». Ramazan sta svolgendo un apprendistato come decoratore di interni: è al terzo anno della formazione che ne dura quattro, lavora e frequenta la Csia di Lugano. Si trova in Ticino dal 2017. Prima di stabilirsi a Magadino, ha fatto il giro dei Centri per richiedenti l’asilo del cantone: Chiasso, Castione, Camorino. «Adesso qui mi trovo bene, ma all’inizio è stata dura. Non sapevo la lingua e non conoscevo la cultura del posto, ho dovuto imparare tutto da zero. Per l’italiano ho seguito un corso di un anno e continuo a cercare di migliorarlo parlando con i compagni, i colleghi, gli amici, e guardando YouTube». Il permesso che possiede è di tipo F, ovvero per persone ammesse provvisoriamente. Dura 12 mesi, può essere prorogato di anno in anno, e non permette di uscire dai confini della Svizzera.

Mamma e sorella chiuse in casa a Kabul

Ciò che più gli manca del suo Paese è la famiglia, che vive a Kabul. Ha sempre sofferto per il fatto di non poterla più vedere e da una settimana a questa parte prova anche un grande timore per le conseguenze dell’occupazione dell’Afghanistan da parte dei talebani. «Siamo in tre in famiglia, io mia mamma e mia sorella di 15 anni, che fino a qualche giorno fa andava a scuola. C’è anche la mia fidanzata che frequentava l’università. Da quando sono tornati i talebani, però, non possono più studiare. Sono rimasto scioccato da quello che è successo. È avvenuto tutto in così poco tempo e loro non sono riuscite a scappare. Le ho sentite per telefono, stanno bene, dicono, ma non escono più di casa. I talebani stanno facendo molte promesse, ho sentito alla radio che dicevano di voler fare gli interessi della gente, ma come possiamo credergli dopo tutto il male che hanno fatto alla popolazione? Si tratta di terroristi. Sono davvero molto preoccupato», dice con profondo turbamento.

Un viaggio lungo un anno

Ramazan ha lasciato l’Afghanistan quando aveva 17 anni. «In questi giorni la situazione è spaventosa, ma nemmeno prima si viveva bene, là, a causa di una guerra che dura da decenni. Io andavo al liceo e per l’altra metà della giornata lavoravo come sarto. Ma a un certo punto il pericolo è diventato troppo grande e sono dovuto scappare». Dopo aver trascorso un anno in Iran ha intrapreso il viaggio alla volta dell’Europa. «Sono partito da solo, non conoscevo nessuno. È stato un viaggio lunghissimo, durato un anno. Ed è stato veramente difficile. Ho vissuto in un mondo pieno di paura e disperazione. Era tutto talmente terribile, ma la parte peggiore è stata tra la Turchia e la Grecia, e poi l’attraversamento del Mediterraneo».

La scoperta della recitazione

L’esperienza del viaggio di Ramazan fa parte delle scene che compongono lo spettacolo teatrale “Avanti, avanti migranti!”, del quale è uno dei protagonisti. Quando parla di questo argomento, la sua voce si rischiara: «Faccio parte del gruppo dall’anno scorso e mi piace tantissimo. Assieme agli attori professionisti ci siamo noi migranti, che siamo anche i creatori, e portiamo in scena i nostri vissuti. Questo lo trovo fantastico. Il progetto mi ha anche permesso di conoscere diversa gente nuova e di mettermi alla prova. Avevo già fatto un po’ di teatro a Locarno in una piccola compagnia, poi si è presentata questa opportunità e mi sono reso conto che per me recitare è una vera passione. Sono felice di poter imparare qualcosa ogni volta», dice prima di congedarsi e dirigersi proprio verso le prove dello spettacolo. Vien da pensare che questo progetto magari da solo non basterà a riportare nella sua vita sogni e speranze, ma a farlo sentire un po’ meno in balìa degli eventi, un po’ più protagonista della propria esistenza, forse sì.

IL TEATRO

Lo spettacolo “Avanti, avanti migranti!” sarà presentato sette volte in Ticino a partire dal prossimo venerdì 27 agosto. «Si tratta di una rappresentazione costituita da scene teatrali basate sui racconti e le esperienze di richiedenti l’asilo e rifugiati che sono arrivati in Ticino e vi risiedono – spiega la responsabile del progetto e presidente dell’associazione Geamondo che lo ha lanciato, Ruth Hungerbühler Savary –. Sono persone scappate da situazioni molto difficili e drammatiche, partite per mettersi in sicurezza e arrivate in un luogo sconosciuto. Loro stesse hanno contribuito all’ideazione del progetto e partecipano allo spettacolo in qualità di attori».

Desiderio di non fermarsi

Nella sua prima versione, lo spettacolo è stato elaborato da una classe di studenti dell’Accademia Teatro Dimitri e da un gruppo di richiedenti l’asilo e rifugiati reclutati con l’aiuto di Sos Ticino, l’organizzazione che li accompagna. «Abbiamo proposto alcuni pomeriggi e serate di workshop teatrali dove abbiamo presentato il progetto a chi voleva partecipare – illustra Hungerbüler Savary –. L’esordio è avvenuto due anni fa e si trattava di un lavoro di fine formazione Bachelor degli allora studenti, con tanto di regia e coreografia. È stato rappresentato nel cortile del Dfa a Locarno e poi siamo stati in tournée a Zurigo, Udine, Venezia». Nel frattempo il gruppo di persone migranti e gli ormai ex studenti diventati attori professionisti hanno espresso il desiderio di continuare a lavorare su questi temi e hanno sviluppato un nuovo pezzo teatrale. «Non è una ripresa ma un ulteriore sviluppo dello spettacolo di due anni fa, stavolta senza regista; qualcosa di più partecipativo, se vogliamo».

Linguaggio del corpo per comunicare

A prendervi parte sono una decina di attori diplomati e una decina di persone richiedenti l’asilo e rifugiate, alcune che avevano già partecipato due anni fa e altre nuove. «È un gruppo variegato, composto sia da uomini che da donne. Il più giovane è Ramazan, di 23 anni, il meno giovane ne ha 66. C’è chi viene dall’Eritrea, chi dall’Afghanistan, abbiamo anche persone dall’Iraq, dalla Giordania, dalla Libia».

La rappresentazione si avvale dei mezzi formali del physical theatre, un teatro molto basato sull’espressione del corpo, del movimento, con poco testo, usato qui come tentativo di trovare un linguaggio comune per comunicare e permettere di avvicinarsi anche se non si parla la stessa lingua. Tra gli scopi principali vi è infatti quello di creare momenti di incontro e condivisione. «Alla prima rappresentazione di due anni fa sono venuti tanti colleghi e amici che le persone di questo gruppo di migranti hanno conosciuto qua. È anche un modo per incoraggiarle a fare qualcosa che permetta loro di esprimersi. Questo tipo di lavoro artistico dà la possibilità in un certo modo di elaborare il proprio vissuto e restituirlo in modo creativo. Quando abbiamo iniziato eravamo consapevoli che la maggior parte di loro ha dei traumi alle spalle. Però abbiamo lavorato in modo che potessero parlare delle esperienze vissute secondo le loro modalità e i loro tempi».

Storie drammatiche 

Nello spettacolo si avvicendano scene di fuga e di arrivo. Sono evocati gli addii e le separazioni. I viaggi su camion e barche stipati all’inverosimile, le minacce dei trafficanti, l’attesa e la disperazione nei campi profughi; le violenze, le torture, il vagare senza meta. I controlli umilianti alle frontiere. Gli sguardi ostili. La ricerca di senso e conforto attraverso preghiere e riti. Ma anche la salvezza, la condivisione del cibo, della musica. Storie drammatiche tutte diverse. «C’è ad esempio una donna che è dovuta fuggire per questioni politiche legate all’attività di suo marito ed è stata costretta a lasciare i suoi bambini in Eritrea. Non li ha più potuti vedere, ogni volta che ne parla piange. Dice che qui si sente come in una gabbia d’oro: si trova in sicurezza, ha di che sopravvivere, ma non può uscire dalla Svizzera. Come la maggior parte di loro non ha lo statuto di rifugiato riconosciuto (permesso B), ma quello provvisorio (permesso F), ciò che implica che se la situazione nel Paese d’origine migliorasse, la persona dovrebbe farvi ritorno». Si tratta di una condizione di grande precarietà esistenziale che può protrarsi per anni e anni.

«Un’altra storia che mi è rimasta impressa è quella di un giovane, anche lui eritreo, e del suo viaggio nel deserto. Ci ha raccontato che con il suo gruppo aveva perso i compagni lungo la traversata del Sahara rimanendo una settimana senza provviste, senza quasi più acqua e senza il minimo senso dell’orientamento. Si sentiva completamente smarrito e percepiva la morte incombente. Fortunatamente sono stati trovati da un altro gruppo e sono riusciti a uscirne».

E poi ci sono le storie alle dogane. «C’è una famiglia afghana che ha raccontato quanto vissuto al confine con l’Ungheria lungo la rotta balcanica: privati di tutto, hanno dovuto camminare accovacciati come anatre, con le mani dietro la testa, per passare la dogana».

Come si diventa xenofobi

In questo teatro si trova anche una sorta di secondo livello, rappresentato da due figure che fanno gli “avvocati del diavolo”. «Il loro ruolo è quello di riprendere i discorsi veicolati da alcuni partiti politici e media, fatti di diffidenza e avversione nei confronti della migrazione e dell’accoglienza. Da una parte volevamo far vedere qual è anche l’ambiente che queste persone incontrano quando vengono qua. E poi ci sembrava pure importante far capire le paure di parte della popolazione residente. Mostrare che si può diventare xenofobi perché si teme di perdere qualcosa – che può essere il benessere, la cultura, l’identità – o perché semplicemente non si conosce lo straniero. È importante non chiudere gli occhi su queste preoccupazioni e aprire un dialogo, perché se ognuno si barrica nelle proprie idee diventa difficile comunicare e convivere e si finisce solo per scontrarsi».

Verso un Nuovo Noi

Il progetto “Avanti, avanti, migranti!” va al di là di questo spettacolo, oltre alle rappresentazioni include tavole rotonde su temi legati alla migrazione, workshop, l’allestimento di una documentazione web. «Come presidente di Geamondo avevo presentato il progetto nell’ambito del programma “Nuovo Noi” lanciato dalla Commissione federale della migrazione (Cfm). Essendo stato accolto, gran parte di questo lavoro è sostenuto finanziariamente dalla Confederazione, così come dalla fondazione Ernst Göhner-Stiftung che dà un contributo. Non è sempre facile coprire tutte le spese con i mezzi a disposizione, ce la caviamo cercando di risparmiare e lavorando spesso gratis. Ma lo facciamo con grande motivazione, perché nel suo piccolo ci sembra un modo concreto per mettere in pratica quest’idea di “Nuovo Noi”, promuovendo la partecipazione culturale e la coesione sociale per creare un feeling di appartenenza che nel Noi includa anche chi arriva da altrove».

Date degli spettacoli (ore 20.30): 27-28 agosto, cortile Biblioteca cantonale Bellinzona; 3-4-5 settembre, cortile Castello Visconteo Locarno; 11-12 settembre, piazzale antistante lo spazio Officina/max Museo Chiasso. È previsto solo un numero limitato di posti a sedere. Prevendita e prenotazione biglietti: www.geamondo.ch o centro@geamondo.ch.

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