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14.08.21 - 19:40

Cent'anni di Giorgio Strehler

Dal Piccolo al Théatre de l'Europe, nasceva il 14 agosto del 1921 a Trieste. Nel 1996 si 'dimise' da italiano per vivere a Lugano.

di di Paolo Petroni, Ansa
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Giorgio Strehler (Keystone)

“Il teatro è una metafora della vita e della morte, ma è anche storia e cronaca che, a loro volta, sono politica”. In questa sua frase si sintetizza molto bene la visione di Giorgio Strehler, scomparso il giorno di Natale del 1997 e di cui, il 14 agosto, cadono i cento anni dalla nascita, nel 1921 a Trieste. C'è in questa definizione la coscienza shakespeariana della complessità dell'uomo, con la leggerezza goldoniana di chi conosce il valore del contingente e l'ironia della vita, e la dialettica dell'impegno brechtiano, che sono poi i tre autori classici su cui si fonda la sua ricerca, cui si potrebbe solo aggiungere Pirandello, per il gioco teatrale di apparenze e verità.

I suoi spettacoli, molti dei quali sono stati all'estero, non solo il celeberrimo ‘Arlecchino servitore di due padroni’ che ha avuto dieci edizioni per un totale di circa tremila repliche in giro davvero per tutto il mondo, avevano un cifra precisa nel loro assoluto, rigoroso nitore visivo e di parola, nel rispetto del testo, nella forza e profondità di un'apparente leggerezza, nella perfezione tecnica che si tramutava in poesia e verità, appunto esistenziale e politica, nel senso di necessità di riflettere e interrogarsi. A Milano ora verrà ricordato con un anno di spettacoli, pubblicazioni (anche una raccolta di suoi scritti ‘Lettere agli italiani’) e un convegno internazionale a maggio, una grande mostra, testimonianze e omaggi a teatro e in tv, mentre le Poste annunciano l'emissione di un francobollo commemorativo.

Strehler è stato un innovatore, il primo a realizzare quella rivoluzione del nostro teatro in nome della moderna regia auspicata da Silvio D'Amico sin dagli anni '20. Sostenitore del teatro come servizio pubblico, fu così fondatore con Paolo Grassi del Piccolo, teatro stabile che fece da apripista a tutti gli altri che seguirono in Italia, e quasi di conseguenza alfiere di quello che chiamava teatro d'arte opposto al teatro di consumo. Nel 1983 contribuì invece, con Jack Lang ministro della Cultura francese, alla nascita del Théatre de l'Europe con sede all'Odéon a Parigi (storica inaugurazione con ‘La tempesta’ di Shakespeare, quando Le Monde lo definì “il più grande regista del '900“). Al Piccolo, Strehler ha operato per 50 anni, dalla nascita nel 1947 fino alla morte, tranne una polemica interruzione tra il 1968 e il 1972, dopo le contestazioni e per il disinteresse della politica per il mondo dello spettacolo. Fu dopo quel periodo che il suo impegno intellettuale e culturale si concretizzò facendolo anche candidare al Parlamento europeo, eletto nel 1979 per il Psi, che lasciò nel 1987 divenendo poi senatore indipendente nelle liste del Pci per la X legislatura, quando presentò con Willer Bordon un progetto di legge per il teatro di prosa, che non riuscì mai a venir approvato.

Figlio di un impresario cine-teatrale a Trieste e di una nota violinista croata, crebbe nel mondo dello spettacolo e studiò a Milano. A 18 anni si iscrisse all'Accademia dei Filodrammatici, dove conobbe Grassi, e si diplomò nel 1940 cominciando a fare l'attore. La prima regia, da dilettante come sottolineava, fu per atti unici pirandelliani nel 1943 per il gruppo teatrale del Guf alla Casa del Littorio di Novara. Da professionista la prima nel 1945 a Milano, ‘Il lutto si addice a Elettra’ di O' Neill, dopo la guerra, al ritorno da Lugano dove era rifugiato per sfuggire a una condanna a morte quale partigiano. Da allora sino alla fine firmerà oltre duecento spettacoli per “un teatro fatto a mano”, come diceva, comprese tante mirabili regie liriche. Molti restano punti di riferimento, da ‘L'opera da tre soldi’ o ‘Galileo” di Brecht a ‘Riccardo III’ o ‘Re Lear’ di Shakespeare, sino a ‘I giganti della montagna’ di Pirandello, nella terza edizione del 1994 uno dei suoi tanti spettacoli testamento, proiettandosi nella figura del mago Cotrone e con quel sipario di ferro che alla fine stritola la carretta dei comici.

Negli anni '90 ha un complicato e per lui doloroso contenzioso con l'amministrazione comunale milanese, che il 3 giugno 1996 ne accetta le dimissioni, mentre lui si “dimette da italiano” e va a vivere a Lugano, non senza essere stato rinominato direttore del Piccolo, di cui non riuscì a programmare la stagione e inaugurare la nuova sede, morendo il 25 dicembre 1997 per un attacco di cuore. Quel cuore che Roberto De Monticelli diceva “volto al passato con l'intelligenza al futuro; ricercatore accanito dell'essenziale, perfezionista implacabile; istrione e poeta, estroverso e timido, clamoroso e dimesso; vivo come ogni artista autentico fisso al sogno di un teatro in cui l'arte si intrecci dolorosamente alla socialità”, lasciando così un segno profondo e nitido nella cultura del secondo Novecento di questo Paese che, per lui, doveva essere “un punto di riferimento e non un punto di smarrimento quale è diventato”.

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