laRegione
27.05.21 - 21:04

I luoghi di Abel Ferrara, da New York a Roma

Intervista al regista newyorkese, ma da tempo residente a Roma, ospite al Teatro dell’Architettura di Mendrisio

di Ivo Silvestro
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Abel Ferrara (Keystone)

Abel Ferrara è come i suoi film: anticonvenzionale, diretto, appassionato, lucidamente coerente dietro un’apparente sconclusionatezza. Il regista newyorkese – e su questa determinazione geografica torneremo – è stato oggi pomeriggio al Teatro dell’Architettura di Mendrisio, ospite dell’Ama, l’associazione degli studenti dell’Accademia, in collaborazione con il Locarno film festival, per parlare di cinema e architettura, in dialogo con il direttore del festival Giona Nazzaro e alcuni studenti.

Attraverso alcuni spezzoni di suoi film – da ‘Cattivo tenente’, ‘Re di New York’ e il recente ‘Siberia’ –, si è parlato del lavoro di regista (un gioco di squadra “come l’architettura, non costruite un edificio da soli”), di città che cambiano, del rapporto con gli attori (“scegli qualcuno che è bravo e cerchi di non fare casini”, e parliamo di gente come Harvey Keitel, Willem Dafoe e Christopher Walken). 

Abel Ferrara, nella presentazione dell’evento cita Pasolini, secondo il quale “la migrazione verso la città fu l’inizio dell’alienazione di una classe di persone”. La città non è un buon posto per l’umanità?

Spero di no, perché vivo in una città, sono nato in una città, sono cresciuto in una città! Le città sono in giro da molto tempo, credo sia una questione di evoluzione naturale, di come le città si siano messe insieme. Penso sia una questione di sopravvivenza: non puoi vivere in una situazione in cui ti uccideresti l’uno con l’altro…

Quando si scrive di Abel Ferrara non è mai “regista americano” ma sempre “regista di New York”: c’è qualcosa di speciale in questa città?

Buona domanda: tutti pretendiamo di essere speciali, di essere differenti. Ma alla fine ogni luogo è quello che è. L’America è un Paese immenso, un insieme di luoghi molto diversi e che cosa ci tiene tutti assieme, dall’East Coast all’Alaska? La lingua, la televisione.

Ma non è solo la città, perché alla fine le persone non vivono in una città, il posto dove realmente vivono è un quartiere, spesso una strada. Più che di New York io mi considero di Union Square e anche a Roma: con chi conosce un minimo la città, io dico che vivo e lavoro in Piazza Vittorio perché anche Roma è un insieme di luoghi diversi, un po’ come New York.

Perché ha lasciato New York per Roma?

La mia vita è cambiata, a un certo momento. Sono di una New York differente, sono nato negli anni Cinquanta, ho iniziato la mia carriera nel 1975… La città è cambiata,  e fino diciamo al World Trade Center potevo gestirla, dopo no, è diventata un luogo che non mi apparteneva. Sono rimasto ancora dieci anni ma non mi piaceva quanto ti costava vivere in città rispetto a quanto devi lavorare per pagare quel costo. A un certo punto la gente vive solo per lavorare, e certo può dire “almeno vivo a New York”, ma io a New York ci sono nato, non mi bevo certe cose. Poi ho conosciuto l’Europa, ho iniziato a fare film qui, ho conosciuto la donna che è diventata la madre di mia figlia. E Roma per certi aspetti è simile al Bronx, il Bronx della mia infanzia.

Piazza Vittorio è tra l’altro conosciuta per essere multietnica.


Sì. Non è come New York, ma c’è molto multiculturalismo, molta diversità. Ma vivo dalla parte di Colle Oppio che ha un ‘vibe’ molto diverso.

Come era la città durante la pandemia? So che ha scritto un film, ‘Zeroes and Ones’.

Due film, in realtà. Cosa posso dire? È un incubo, un incubo dal quale nessuno riesce a svegliarsi. Ma è stato anche un avvertimento su cosa è davvero importante, su quali sono le cose alle quali più teniamo, su quanto sono importanti le altre persone. Di che cosa abbiamo davvero bisogno per vivere, per sopravvivere? Ma per fortuna ne stiamo uscendo.

Da quel che ho letto, ‘Zeroes and Ones’ è un film di guerra. La pandemia è questa, una guerra?


È una metafora. Durante il lockdown la città è sotto assedio, la pandemia è a suo modo un atto di guerra.

Quanto è importante l’ambientazione per un film? Sarebbe possibile ambientare un film altrove, avere un ‘Il cattivo tenente’ a Londra?


Un film non è solo un luogo, ma un luogo in un tempo: ‘Il cattivo tenente’ era la New York di inizio anni Novanta. È quella New York lì che condiziona i suoi abitanti, e io ero uno di essi. In un qualsiasi altro luogo, in un qualsiasi altro periodo, sarebbe stato un film completamente diverso.

La città condiziona gli abitanti o sono gli abitanti che condizionano che fanno la città?

Sono le persone che fanno i luoghi. Anche quando ti trovi nella natura, trovi un modo di interagire, di vivere insieme all’ambiente. Ma per vivere bisogna vivere in armonia e questo anche se ti trovi in una città, solo così funziona.

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