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16.05.21 - 13:45

Microcosmi. Decorare, fare comunità (episodio 3)

Sguardi sulle cose che cambiano, nel territorio nelle persone: un masso che ricorda Rocky, un centro culturale e artistico a Berna

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Il centro PROGR di Berna (foto Martin Bichsel)

A ogni stadio dell’età, decorare è mettere in funzione una nuova possibilità nel confronto con il reale. Vengono decorati sassi, vasi, portoni, oggetti sbiaditi.

Il costruito diventa altro da sé; sentiamo sotto le nostre mani il contatto con la materia che un minimo di cura solleva dalla dimenticanza. Celebriamo fin da piccoli in un flusso di immagini il nostro rapporto col mondo, una costruzione abitativa che agisce sulle cose circostanti; è l’energia della mano, la visione che incorpora l’oggetto fino a farne una pittura che si stacca dal suo motivo originale, producendo un effetto inverso, tessitura, trasformazione. L’arte del decoro attraversa i secoli, veste luoghi sacri, si sviluppa in calici, cofanetti, paramenti, materia che riveste e adorna. È il desiderio di ampliare la nostra memoria visiva, un abbandono alla presenza estetica dei colori e delle forme. Vediamo allora su un soffitto leggere foglie verdi e argentate, distanti e vicine, tinte a cui siamo debitori di qualche incontro nel paesaggio, unità del piccolo e del grande.

Decorare è un gesto personale, unico, concentra trasparenza e opacità della nostra vita, eppure questo modo di fare, toccare, esprimere, riguarda tutti, diventa realtà comunitaria. Nell’epoca dei miti d’oggi, descritti con attenzione e analisi critica da Roland Barthes, sono gli oggetti della modernità a essere meta di decorazioni. Dalle lavatrici alle macchine, al mondo che passa dalla meccanica all’elettronica per cui ci troviamo immersi nelle funzioni della ripetizione e del controllo. Allora, si fa avanti l’idea di lasciare un segno. Comunità, non è un carattere unitario, è la singolarità di uomini e donne in un processo avviato e tentato, come detto da Jean-Luc Nancy, in vista di un’esistenza condivisa.

Rocky

All’apice di un sentiero che si snoda tra diversi pungitopi attraversati dal canto della nocciolaia, sul frammento di un masso erratico a pochi centimetri dalla discesa, leggiamo il nome, ‘Rocky, 2002 – 2019’ con vicino il disegno di una piccola zampa. Pensiamo all’affetto provato per un cane che non c’è più e che sopravvive nel ricordo di un uomo o di una donna legati al posto. L’iscrizione, si fa pubblica, tocca ognuno di noi memore della perdita di un animale caro, un sentimento comune vissuto secondo la nostra storia personale. Il passato si fa presente, ecco allora la foto della mia Lola vicino alla sua cuccia, i giochi fatti insieme, le corse.

Adesso il silenzio aumenta d’intensità, si fa largo in ogni punto del bosco, penetrando in noi. Torno in un momento ai versi di Eliot. “Dove ritroveremo la parola, dove risuonerà/La parola?”. Dopo un po’ la discesa, intanto pensiamo a quante volte l’animale sarà passato di qui, in compagnia, annusando festoso il terreno, girandosi ogni tanto all’indietro, cercando un volto noto, fidato, tra i molti della sua vita.

PROGR, Berna

Tra febbraio e marzo 2021, presso la Domus Poetica di Bellinzona, si è svolta la proposta culturale ‘Il Giardino segreto ’, letture, video, musica, dalle finestre aperte della sede. Peter Aerschmann, videomaker presente all’iniziativa con i suoi lavori, è uno degli artisti fondatori del PROGR di Berna. Anna Allenbach, traduttrice, ha visitato da pochi giorni il centro, incontrando Aerschmann. Le chiedo le sue impressioni.

Cos’è, PROGR? “Un progetto artistico, culturale, dentro un gigantesco edificio a U, con un’ala est e un’ala ovest. Al centro, la Turnhalle, palestra adibita a sala concerti, con bar. Nel mezzo, un cortile con qualche ippocastano, molto popolato quando il tempo è bello”. Un po’ di storia? “Fino al 2004 il PROGR è stato un pre-ginnasio. La città pensava di farne un museo d’arte contemporanea, ma il progetto è fallito; essendo un edificio di grandi proporzioni hanno pensato di mettere la struttura a disposizione di artisti e operatori culturali chiedendo un affitto modesto”. E dopo? “Passati due anni, la città annuncia di volerlo vendere per farne un centro medico. Peter, uno dei molti artisti che popolavano gli atelier, alla conferenza stampa di presentazione viene a sapere che il terreno sarebbe rimasto alla città e l’edificio venduto per 2,4 milioni, prevedendo lavori di ristrutturazione per un importo di 20 milioni”. Cosa fa, allora? “Contatta gli artisti, crea l’associazione ‘ProPROGR’. Si trattava di acquistare l’edifico alle stesse condizioni, operando minime ristrutturazioni. In poche settimane presentano un progetto finanziario, organizzativo e di ristrutturazione. In seguito, i cittadini vengono chiamati a una consultazione per scegliere tra PROGR - Fondazione d’arte, il Centro medico o la non vendita dell’edificio. PROGR passa con il 66% dei voti”.

Il ruolo della fondazione? “Subaffitta gli spazi esistenti. Al piano terra si trovano due gallerie d’arte, una della città al momento in forse, e una sala concerti. Due bar e qualche ufficio. Al primo piano, nella parte centrale una grande sala affittata per eventi, corsi di ballo, conferenze. All’ultimo, due appartamenti per residenze d’artista, uno legato alla città, l’altro gestito da un’associazione”.

Cosa pensi della struttura? “Offre grandi opportunità, un agglomerato di creatività che trova qui uno spazio. Un polo dove ci si incontra, si va ai vernissage, ai concerti o a bere qualcosa. Una realtà dinamica con più sfaccettature”. Un valore condiviso. “L’edificio lo rappresenta, è potente. Un punto d’incontro al centro della città, alla sera frequentato dai giovani per i concerti, con un’età media tra sedici e trent’anni”. Ci sono aspetti critici? “La Turnhalle, oggi gestita da un’associazione che affitta gli spazi, con dei ricavi, vede tra due anni la scadenza del contratto; la fondazione vorrebbe gestirla per avere delle entrate. Questo ha creato un certo conflitto. Inoltre, Peter ha come obiettivo l’aumento dell’offerta culturale, in senso complessivo. Poi, la Stadtgallerie, della città, legata a una residenza, è oggetto di possibile chiusura. Lo sforzo della fondazione è quello di evitarla. Harald Szeemann, l’aveva gestita negli anni Sessanta in altra sede. Attualmente, PROGR ospita circa duecento artisti”.

L’idea di spazi collettivi, comunità di pratiche, nasce da un dialogo serrato tra il sé e gli altri dentro spazi visibili, riconosciuti. Spazi che diventano luoghi, dove un supplemento di libertà e autonomia, di sentimento, sviluppa il tema del linguaggio nella sua espressione neocomunitaria. Pratiche, nel segno di Michel Foucault, dove persona e comunità, ‘si formano e si trasformano’.

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