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08.05.21 - 15:26

Radioamatori, c'era una volta il social network

Gli unici a non essere tagliati fuori quando tutto si ferma, i primi a essere d'aiuto, dal terremoto dell'Aquila al Monte Lema. In Ticino sono in 350.

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Mai troppo vintage (Depositphotos)

Pizzoli, 4'500 abitanti in provincia dell’Aquila, ore 3.32 del 6 aprile 2009: “Qualcosa mi butta giù dal letto, sento un rombo, il pavimento sussultare e Mimma che mi chiama; scatto in piedi e afferrando i pantaloni mi dirigo verso la porta sentendo tonfi sull’armadio. Nel corridoio, passando davanti alla cappelliera, afferro due giacche a vento, Mimma sta aprendo la porta d'ingresso e…tutto si ferma, tutto tace. Cosa sono 24 secondi? Mimma e io ci osserviamo. Siamo sani, in pigiama e scalzi”. 

Inizia così il racconto di Ubaldo (IW6MKI). Lui e Mimma (I6YOT) sono due radioamatori italiani, oggi pensionati e volontari della Protezione civile, la cui storia è su radiomar.net. Nella sezione ‘Earthquake’ c’è il resoconto, anche tecnico, del terremoto dell’Aquila. Undici minuti dopo la prima scossa, raccontano le cronache, coi cellulari e i telefoni in pieno black out, l’unico mezzo di comunicazione è la radio: sono i radioamatori a rispondere alle prime richieste di ambulanze, collegati con l’unità di crisi della prefettura; di lì a poco arriveranno all’Aquila da Roma, Varese, Reggio Calabria, Siena; in quaranta sul posto, faranno turni di giorno e di notte, per tutta la durata dell’emergenza.

L’Italia, in quei giorni, contava 30mila OM (il radioamatore, acronimo di Old Man, dall’inglese), a segnalare le situazioni più critiche su frequenze dedicate, ognuno col proprio codice. “La richiesta di bare è stata la cosa più scioccante”, raccontava uno di loro al Tg della sera. Da Pizzoli, si diceva, trasmettono Mimma, Ubaldo e soprattutto l'oggi 55enne Giuseppe (‘Joseph’, IK6DEN), che a scossa terminata – «Ne avevamo monitorate a migliaia nei giorni precedenti», racconterà – toglie le bandiere dal balcone del sindaco e al loro posto, sulle aste, c'infila le antenne radio: nel silenzio delle altre tecnologie annullate dalla scossa, IK6DEN organizza i soccorsi. Joseph è il simbolo di quella “strana comunità che a volte vediamo come una rete d'ingegnosi nottambuli senza frontiere”, come descritti su csvnet.it, il sito dell’Associazione centri di servizio per il volontariato. Strana comunità spesso decisiva.

Si chiude così il lungo racconto di Ubaldo: “Mimma e io vogliamo ringraziare tutti gli OM che sono venuti ad aiutare l’aquilano affrontando il freddo e altri disagi, con il proprio veicolo, con le proprie apparecchiature, con le proprie capacità tecnico-operative, ma soprattutto con la voglia di rendersi utili e… cribbio se siete stati utili”. Tutta questa storia ha un suo posto in ‘Antenne - Radiovolontari a L'Aquila’, cortometraggio di Mauro Maugeri che in dieci minuti netti dice più di tante parole su questo senso di missione.

Sul Monte Lema

Nome in codice HB9EDG, ma non è un segreto di Stato. Franco Citriniti è uno dei membri del comitato del Tera Radio Club di Caslano, uno dei nove club ticinesi di radioamatori. «In Ticino siamo 350 appassionati, in Svizzera quasi 5mila, nel mondo quasi 5 milioni». La maggior parte sono in Giappone, poi vengono gli Stati Uniti, la Germania, leader in Europa con circa 70mila, e poi il Regno Unito. «Funziona ancora così», spiega Citriniti. «I radioamatori, in particolare negli Stati Uniti e in Italia, sono parte integrante della Protezione civile». Meno in Svizzera, dove una funzione di (almeno) supporto è per il momento al semplice stadio di progetto. «Eventi come il sisma dell'Aquila hanno dimostrato come i radioamatori siano gli unici a poter comunicare in caso di catastrofe: basta una piccola radio, una batteria per automobile e una ventina di metri di filo elettrico per costruire un’antenna e si può collegare tutto il mondo. Senza scomodare gli tsunami del 2004 e del 2011, esempi ce ne sono anche qui da noi».

L'esempio. Nel gennaio del 2008, un famiglia ucraina di sei persone tenta di attraversare illegalmente il confine; abbandonati al freddo del Monte Lema, presumibilmente dal passatore di turno, la madre 48enne e i cinque figli tra i 10 e i 21 anni, a rischio assideramento, vengono tratti in salvo grazie a una collaborazione italo-ticinese: «Tramite il piccolo walkie talkie che le avevano lasciato – ricorda Citriniti – le richieste d'aiuto della donna furono intercettate da un radioamatore italiano che a sua volta coinvolse un radioamatore di Caslano», aprendo l'effetto a cascata che di lì a poche ore avrebbe portato all'intervento del Club alpino svizzero e della Rega.

Radio amore mio

La comunità dei radioamatori è stata spesso il punto di partenza di brillanti carriere in ambito tecnico, progettistico, scientifico in genere. Una stima statunitense dice di un 40 per cento di radioamatori autorizzati impiegati nel campo delle telecomunicazioni e dell’elettronica; la stima dice anche che l’85 per cento di essi è stato introdotto a una carriera in tal senso da un interesse per i radioamatori, figure senza confini di età, lingua, ceto sociale, credo religioso. Guglielmo Marconi a parte, inventore della radio e premio Nobel cui dobbiamo gran parte della nostra digitale quotidianità, radioamatori sono o sono stati Marlon Brando, le stelle del country Chet Atkins e Patty Loveless, quella del rock Joe Walsh (Eagles), il fu presidente della Repubblica Italiana Francesco Cossiga, il fu re Juan Carlos di Spagna, il giornalista Walter Cronkite, Yuri Gagarin, la moglie di Elvis Presley e – agli estremi – Ghandi e Pinochet.

Citriniti, cosa spinge a diventare radioamatori in epoca di digitale? «La passione innanzitutto. Ho fatto il mio corso di radioamatore, prima HB3, poi HB9, ma ho iniziato tardi, con il Cb, non appena mi sono accorto di quanto semplice fosse potermi collegare con la Polonia, la Russia, l’Inghilterra. Questo mi ha invogliato a capire, a fare di più». Il Cb, o ‘baracchino’, è l'anticamera del radioamatore. Il termine viene da ‘Citizens' band’, banda di frequenze radio attorno ai 27 MHz destinata all'uso privato collettivo, soprattutto tra gli autotrasportatori, forse i più iconici esponenti dell'epopea del settore. «I baracchini sono apparecchi con una potenza massima di 5 Watt e che non hanno un grosso tragitto. Radioamatore è un’altra cosa, anche se gli amanti del Cb non sono radioamatori di categoria B, anzi. Tutti in fondo siamo passai da lì».

La nobile finalità del rendersi utile e il piacere di parlarsi a distanza, magari per ritrovarsi un giorno di persona, non sono le uniche finalità di questa passione. «La maggior parte dei radioamatori, specialmente quelli di un tempo, amano costruirsi le proprie apparecchiature, le antenne. E poi c’è tutta la parte commerciale che serve in occasione dei contest, le competizioni tra radioamatori, basate su chi arriva più lontano, su chi collega più stati, o più persone». O chi meglio decripta il codice Morse ai Campionati di telegrafia ad alta velocità (o ‘Hst’, da ‘Hi-speed telegraphy’). «In Svizzera abbiamo una squadra e il vice campione mondiale di una delle branchie della competizione è un ticinese» (Fulvio Galli, il secondo da sinistra nella foto).


La squadra svizzera di Hst

Messaggi dallo spazio

I radioamatori sono gli unici autorizzati dalla Nasa a comunicare via radio con gli astronauti della Stazione Spaziale Internazionale (Iss). Due settimane or sono, una scuola australiana si è collegata con lo spazio per un dialogo studenti-astronauti rilanciato dai radioamatori di tutto il mondo, un colloquio diventato in pochi istanti un evento social a tutti gli effetti. E a proposito di scuole, stante la funzione anche sociale del radioamatore, a Caslano ci si sta spendendo affinché questo antesignano dei social network possa essere raccontato a scuola: «Il risultato a livello svizzero è soddisfacente, meno in Ticino. Mi sto dando da fare perché relazioni di questo tipo si possano svolgere anche qui. Stiamo provando con i bimbi delle Elementari, illustrando loro l’uso di piccole apparecchiature per invogliarli e capire che sono nati in un periodo in cui tutto è bellissimo, ma al primo guasto ci troveremmo nella condizione di non poter più comunicare tra di noi». 

‘Non siamo dinosauri’

«Sono i cittadini del mondo, si aiutano l’uno con l’altro. Non è una lobby, è una comunità». Sono i radioamatori per Citriniti. Risolti alcuni aspetti di privacy – «Essendo in radio, chiunque può ascoltarti, non è certo come stare al telefono – e risolti alcuni aspetti imbarazzanti, più per chi parla che per chi ascolta – «Ai tempi dei primi telefoni cellulari, sui 900 megahertz, le conversazioni entravano nelle frequenze dei radioamatori e, pur non volendo, si ascoltavano i fatti degli altri» – oggi che tutto si è evoluto, si può fare il radioamatore anche su pc o su telefonino.

Lo scorso 18 aprile è stata la Giornata internazionale dei radioamatori, ce lo aveva segnalato Citriniti a nome dell’Uska (Associazione svizzera dei radioamatori a onde corte). La ricorrenza commemorava, come ogni anno, la fondazione avvenuta nel lontano 1925 dell'Unione Internazionale dei Radioamatori (Iaru), organizzazione-ombrello per tutte le associazioni nazionali di radioamatori che stanno in ogni paese del mondo (a eccezione della Corea del Nord). Con debito anticipo, segnaliamo la Giornata svizzera del radioamatore del prossimo 15 maggio, una sorta di porte aperte (o Field day, visto che al chiuso non si può ancora stare) finalizzate a dare visibilità a questa figura. L’invito è a recarsi in luoghi pubblici per un'attività in portatile. Viste le restrizioni, la partecipazione può realizzarsi anche da casa. “Le bande e le frequenze operabili – recita il comunicato ufficiale – sono quelle assegnate al popolo radioamatoriale e ritenute ufficiali da Iaru, Warc (tre porzioni dello spettro radio a onde corte, ndr) escluse. È possibile operare sia in Ssb che in Cw. Sono esclusi i modi digitali. Possono partecipare tutti gli Om e gli Swl (stazione d'ascolto o, più in generale, chi fa ascolto sulle onde corte, ndr) debitamente autorizzati (anche esteri)”.

Guglielmo Marconi, uomo social

L'ultimo concetto è un po’ tecnico. Ci perdoni, Citriniti: ma il radioamatore è una cosa per cervelloni? «No. È una passione che si fonda specialmente sull’aspetto tecnologico e sulla sperimentazione della tecnologia, ma non è una cosa per cervelloni. Di formazione, io sono docente di scuola elementare, ma nella vita poi ho fatto tutt’altro (dipendente della Migros per quarant’anni, ndr). Di elettronica non sapevo assolutamente niente, ma sperimentando, facendo gli appositi corsi, sono riuscito a costruirmi un piccolo bagaglio culturale di elettronica». Stimolo, questo, a capirne di più. Perché, smartphone alla mano, capire da dove veniamo troppo male non fa.

«Le radio sono i precursori di tutti i social odierni. Il concetto di Wi-fi, in fondo, si deve a Guglielmo Marconi, perché bastano due antenne e si può comunicare senza fili. Tutto quello che è internet, il codice binario, sono transitati dal codice Morse», chiude Citriniti. Un'infarinatura, quindi, può essere utile. Come leggere o ascoltare i classici. «O come avere sempre con sé un salvagente». Già, un salvagente. Roger (tra radioamatori, ‘Ricevuto’).

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