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'Made in Bangladesh', di Rubaiyat Hossain
Locarno 2020
08.08.20 - 14:400

Donne, voi siete il cinema

'Made in Bangladesh' della regista Rubaiyat Hossain, prodotto grazie agli Open Doors. E poi 'Aparisyon' di Isabel Sandoval. Peccato che online non fiocchino gli applausi.

Grazie a Open Doors si colora di donne il panorama cinematografico di questo Festival di Locarno che fa in sicurezza la sua 73esima edizione, quella che sarà ricordata come il Festival di Locarno senza Locarno. Non è solo la mancanza della Piazza che incide, è la mancanza proprio dalla città di Locarno. Basta camminare per le strade, le stradine, le piazze e le piazzette e quello che senti mancare è proprio Il Festival di Locarno, non erano solo le vetrine che lo raccontavano; erano le migliaia di persone con il cartellino e la fretta di correre da una sala all'altra. Come hanno detto alcune amanti del cinema e del Festival, sarebbe bastato riempire ogni piazza con uno schermo e poche sedie e farle davvero diventare Locarno la città del Festival. Ma sono e restano sogni.

Sogni che però Locarno, il Festival, quello istituzionale sa regalare. Pensiamo alla presenza avventurosa di un film come 'Made in Bangladesh' della regista Rubaiyat Hossain, presentato come 'Through the Open Doors' che vuol dire che questo film ha trovato produzione proprio grazie a Open Doors. È infatti coprodotto da Francia, Bangladesh, Danimarca Portogallo, con l'aiuto svizzero. Tutti concentrati intorno all'idea di questa regista di fare un film positivo, un film sulla storia di Daliya Akter, giovane operaia di una fabbrica tessile a Dacca che si è battuta per avere gli straordinari pagati e per difendere le compagne dallo sfruttamento e dal licenziamento ingiusto, arrivando a fondare un sindacato che si occupasse dei diritti delle colleghe. La regista non si limita a un biopic, sceglie di fare un film politicamente importante; la sua protagonista, Shimu, che adombra Daliya Akter, è prima di tutto moglie ed è religiosa praticante. Trova le contraddizioni del suo essere entrambe le cose, non è sottomessa e non si fa sottomettere, ma ama il marito e crede profondamente. In una città che è un carnaio – e la regista riesce a farcene sentire la puzza, con un totale sfruttamento femminile – quello che riesce a fare Shimu è grandioso, è il dare dignità a tutte, è il chiedere dignità a tutti. Non è Inez Milholland, la mitica femminista che guidava la lotta delle sue compagne vestita di bianco su un cavallo bianco: Shimu porta marchiato senza vergogna il suo essere popolo e questo la rende grande. La regista, pur in modo fin troppo classico, confeziona un film importante da far vedere.

Un’altra donna, Isabel Sandoval, aveva girato un film, 'Aparisyon', sulla terribile dittatura di Marcos nelle Filippine degli anni ’70. Il film, che viene presentato online dal Festival, è interessante da vari punti di vista: in primis perché la vicenda è ambientata in un convento di suore protetto da una foresta, che però è incapace di porre freno ai desideri sessuali della soldataglia del dittatore Ferdinand Marcos, che in stile napoleonico poco si cura della sacralità dei conventi e tantomeno delle suore. In secondo luogo, perché pone il problema di credere in un Dio che non protegge. Le suore chiamate a pregare a fare voto di castità e di obbedienza sono esseri umani, non smettono di esserlo, non vogliono smettere di esserlo, perché vivono nel mondo, e le protagoniste del film lo fanno fino in fondo, fino a esserne travolte. E il Dio che pregano, nella sua bontà, le lascia sole. Si sente l’idea narrativa di Lav Diaz, ma con una sensibilità meno estrema. Peccato che online non fiocchino gli applausi!

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