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Culture
12.07.20 - 22:220

La complessità delle parole dʼodio

Intervista al linguista Federico Faloppa, autore di ʻ#odio. Manuale di resistenza alla violenza delle paroleʼ

Le parole possono fare grandi cose. Ma possono anche far male, ferire una persona nella sua dignità e identità. Lo vediamo soprattutto online, ma quello dei cosiddetti discorsi dʼodio o, in inglese, ʻhate speechʼ non è un fenomeno che vive solo nei social media: la sua diffusione precede e le sue conseguenze travalicano la comunicazione digitale. Così, se il linguista Federico Faloppa fa riferimento ai social media fin dal titolo del suo ʻ#odioʼ (Utet 2020, 291 pagine), il saggio è ben più di un manuale su come affrontare lʼodio online ma affronta il fenomeno in tutte le sue dimensioni.

Parliamo di ʻhate speechʼ o discorsi dʼodio. Ma un primo problema, ben evidenziato nel libro, riguarda la definizione o, meglio, la mancanza di una definizione accettata da tutti.

Si sono avute definizioni diverse e questo anche allʼinterno di discipline diverse, dalla sociologia alla linguistica al diritto.

Generalmente oggi si utilizza la definizione dellʼEcri, la Commissione contro il razzismo e lʼintolleranza, organismo del Consiglio dʼEuropa, che cito nel libro. Il problema è che comunque rimangono aperte alcune questioni molto importanti. LʼEcri parla di “forme di espressione”, ma senza specificare quali: un discorso dʼodio si limita agli insulti ai quali tutti pensiamo, oppure si applica anche a forme più sottili, più implicite? Altra questione: si tratta di forme dʼespressione che incitano direttamente allʼodio e alla violenza, oppure dobbiamo includere anche discorsi che veicolano stereotipi o pregiudizi o che semplificano e polarizzano il dibattito?

Questo perché il fenomeno è complesso?

Ogni disciplina lavora con la propria definizione. Ma anche a livello giuridico non cʼè una definizione: la abbiamo di crimine dʼodio, di ʻhate crimeʼ, ma non di discorsi dʼodio, neanche a livello europeo – il che porta, ad esempio in Italia, a giudicare diversamente casi simili. È vero che negli ultimi anni i vari Stati hanno cercato di codificare i discorsi dʼodio ma cʼè molta difficoltà perché si vanno a toccare due ambiti molto importanti nelle costituzioni liberali e democratiche: da una parte la salvaguardia della libertà di espressione e di parola e dallʼaltra la tutela dei diritti e la battaglia contro le discriminazioni.

Un equilibrio delicato.

Sì, e abbiamo delle sentenze della Corte europea per i diritti dellʼuomo che cercano di mettere dei punti fermi su queste questioni delicate. Ma va detto che su questo tema spesso si fa disinformazione, soprattutto quando si discute di una nuova legge.

Il confine dovrebbe essere: cʼè libertà di parola finché quella parola non lede la dignità di una persona.

Sì, possiamo dire così. Aggiungo che le leggi già prevedono delle norme sulla diffamazione o la calunnia: la parola può già diventare reato e la libertà di parola può già incontrare dei limiti, per cui per lo ʻhate speechʼ non stiamo parlando di qualcosa di inaudito. La differenza è nelle motivazioni che per i discorsi dʼodio riguardano il razzismo, lʼidentità di genere o la disabilità: si tratta semplicemente di aggiornare le tutele rispetto a condotte discriminanti.

Unʼobiezione diffusa è che sono solo parole, non azioni.

Sì, è un argomento avanzato da chi sostiene che non vi sia bisogno di norme aggiuntive. Ma, come detto, già abbiamo delle leggi che riguardano le “sole parole”. E poi non sono “solo parole”, ma parole che hanno un certo portato storico e culturale, parole che sono percepite in un determinato modo: insultare le persone con categorie etniche, religiose o semplicemente caratteristiche del fisico. Le parole possono essere violente, possono discriminare. Soprattutto, possono avere effetti importanti sulle persone che se le sentono rivolgere: lʼultimo capitolo del libro è dedicato alle vittime perché è dimostrato che queste parole segnano le persone con effetti a breve, media e lunga durata. E non segna solo gli individui ma anche le comunità, non a caso si parla di vittime dirette e indirette di crimini e discorsi dʼodio . Un esempio che faccio spesso: se i frequentatori di un bar insultano una persona per il colore della pelle, a evitare quel bar non sarà solo la persona insultata, ma anche gli altri che hanno la pelle dello stesso colore.

I discorsi dʼodio colpiscono in grande.

Si tratta di attacchi non tanto a una persona, ma a una categoria. E questa è, a livello giuridico, una difficoltà in più, perché occorre dimostrare che quelle parole dʼodio colpiscono una persona che ha quindi il diritto di difendersi. Nel libro riporto alcuni casi di giornalisti che si sono difesi dicendo che “io non ce lʼavevo con nessuno in particolare, la mia era unʼastrazione”.

Un altro problema riguarda le parole stesse: abbiamo accennato al “portato storico e culturale” che però non è lo stesso per tutti. Per giudicare un discorso dʼodio dobbiamo partire da chi parla, e magari usa in buona fede un termine offensivo, o da chi ascolta?

È una questione molto interessante. La prima cosa da dire è che su questi temi bisogna necessariamente ascoltare anche chi quelle cose se le sente dire: non può essere solo una classe, solitamente quella dominante, a decidere che cosa è offensivo e che cosa no, non possiamo semplicemente dire che “questo non offende me quindi non offenderà nessuno”.

Parole che si riferiscono al colore della pelle possono non avere nulla di male se usate da persone dalla pelle chiara che vivono nello stesso contesto socio-culturale, ma quando quelle parole se le sente dire una persona che da generazioni viene colpita e discriminata anche per mezzo di quella parola, qualcosa di male cʼè.

Dobbiamo quindi fare attenzione a come usiamo qualsiasi parola?

Credo che si debba negoziare il linguaggio tra le varie componenti della società: finché ciò che è idoneo e non idoneo dire è stabilito solo da un gruppo, ci saranno sempre questi scontri.

Costruire un linguaggio più inclusivo tenendo conto anche la percezione delle minoranze. Una cosa che è avvenuta in maniera naturale con le parole legate alla disabilità: fino a trenta o quarantʼanni fa spastico o mongoloide erano parole usare normalmente, adesso non più proprio grazie a questa negoziazione di significato tra una maggioranza e la minoranza di diversamente abili. Perché non dovremmo fare lo stesso con altri gruppi?

Un tempo non cʼerano i social media…

Lo ʻhate speechʼ è sicuramente esploso con i social media. Il che apre un altro problema giuridico: come intervenire? Tramite censura, con la richiesta di rimozione dei contenuti dʼodio, con delle multe per le piattaforme che non li rimuovono, come deciso in Germania?

E come utenti: come dovremmo comportarci di fronte a un commento dʼodio?

La risposta è complessa. Innanzitutto perché non cʼè un “odiatore standard” ma la tipologia di chi diffonde odio online è molto differenziata. Abbiamo certamente lʼodiatore di professione, quello che insulta per avere clic o per propaganda politica, per cercare consenso e polarizzare e semplificare il dibattito.

Difficile dialogare, con un odiatore professionista che agisce per uno scopo ben preciso. Ma il panorama di chi diffonde parole dʼodio online è ampio e include anche chi semplicemente si è lasciato scappare un commento, magari pensando che quanto scritto non lʼavrebbe letto nessuno, non avrebbe offesso nessuno. E qui una prima linea dʼazione è sicuramente una maggiore educazione digitale.

Per quanto riguarda lʼinterazione con queste persone, ci sono diversi esperimenti, tra cui la task force di Amnesty International che ho anche contribuito a formare. Il progetto coinvolge duecento attivisti che cercano quotidianamente o di segnalare i messaggi di odio esplicito, quelli che incitano alla violenza e che vanno rimossi. Oppure, con gli “odiatori casuali”, tentare un dialogo, anche se non è facile.

Cosa intende con “odiatori casuali”?

Chi per rabbia, per disattenzione, per imprudenza, per incapacità o inesperienza si lancia in commenti che possono toccare il contenuto dʼodio. È una zona grigia in cui alla fine ci troviamo tutti noi: io stesso ho rimosso dei commenti che avevo scritto rispondendo ad alcuni odiatori perché usavo un linguaggio troppo aggressivo nei loro confronti. È lʼodio dei buoni: perdere la pazienza e scrivere un “stai zitto sei solo uno sporco razzista”, ma utilizzando lo stesso linguaggio non facciamo altro che perpetrare una modalità che invece andrebbe disarmata.

Quindi cosa si dovrebbe fare?

Si possono provare altri strumenti: lʼargomentazione, dati che smentiscono le notizie false che spesso sono alla base di discorsi dʼodio. Si può provare ad andare oltre le polarizzazioni, il “noi” contro “loro”, smascherare lʼeccessiva semplificazione che sta dietro i discorsi dʼodio.

Si è accennato ai messaggi dʼodio impliciti. Matteo Salvini, durante una manifestazione, ha affermato che la città “non può rimanere nella mente dei turisti per le buche, per gli autobus bruciati, per i rom e per i topi”.

Salvini è un maestro nel restare entro i limiti, sollecita i suoi follower e sostenitori senza però arrivare allʼincitamento diretto allʼodio. Quello citato è un classico caso di implicatura di lista: gli elementi che si trovano in un elenco sono tutti sullo stesso piano, anche se semanticamente e concettualmente sono molto diversi: abbiamo delle cose inanimate, degli animali e delle persone unite dallʼunica caratteristica del degrado. E cosa si fa, con una cosa degradante? La si rimuove: le buche si tappano, i rom si espellono. Salvini non insulta nessuno, non dice “odio i rom” o “cacciamo i rom”, ma equiparando elementi che equiparabili non sono lascia a noi pensare che “se sono come le buche, i rom vanno tolti”. In questo lʼimplicatura è un meccanismo molto subdolo perché coinvolge la nostra responsabilità di lettori e ascoltatori nella costruzione del significato.

Salvini è certamente un “odiatore professionista” con cui, come detto, non vale la pena dialogare. Ma come reagire di fronte a una frase del genere?

Smascherare i meccanismi che ci sono dietro. Se fossi un giornalista, di fronte a una frase del genere la prima cosa che chiederei è appunto come si fa a mettere sullo stesso piano cose così diverse. Questo svelamento potrebbe permettere a più persone di rendersi conto della malafede di chi fa simili affermazioni.

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