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Philippe Blanc, Prix Italia 2019 (Keystone/laRegione)
Culture
19.10.19 - 11:200

Genova nero su Blanc (dentro il docufilm che ha battuto la Bbc)

Il Prix Italia, vinto dalla Rsi per la prima volta, sentenzia: '43. Il ponte spezzato' è 'un esempio eccezionale di film documentario’. Parla il suo autore.

A guardarlo una volta ancora ‘43. Il ponte spezzato’, il reportage sul crollo del Ponte Morandi a Genova, non si trova una sola concessione al dolore che già regna di suo in un documentario al quale singoli e isolati suoni nell’attimo prima di diventare ultrasuoni aggiungono disorientamento e senso d’impotenza. “Autentiche”, “vivide non mediate, malgrado la presenza della telecamera”. Così in settembre aveva descritto quelle immagini l’Associazione ticinese dei giornalisti (Atg) nel consegnare a Philippe Blanc, autore del reportage, il Premio di giornalismo della Svizzera italiana per la categoria ‘Televisione’, definendo, non di meno, “efficace e certamente determinante (...) il lavoro di montaggio di Andrea Levorato, esemplare per precisione e ricerca di soluzioni originali”. Quindici giorni dopo, la vittoria del Prix Italia, concorso internazionale indetto dalla Rai che mai, in settantuno anni, la Rsi si era aggiudicato.

«Sono i broadcaster stranieri a selezionare tra i propri lavori quelli da candidare. Ne sono stati proposti sessantaquattro, la giuria ne ha scelti otto per la fase finale. Eravamo tutti felici così, la Direzione generale della Ssr si era già complimentata ufficialmente. Per me era finita lì» racconta alla ‘Regione’ Blanc. Poi, a Roma, nel bel mezzo di un evento collaterale al ‘Prix’, la telefonata: «Mi hanno detto “La Rsi ha battuto i britannici”».

Sì, quel Peter Jackson

Blanc, già raggiante il sabato dell’Atg e la cui iniziale incredulità ha ora lasciato il posto a una composta soddisfazione, ha messo in fila un documentario della Bbc sulla Prima Guerra Mondiale girato da Peter Jackson (sì, quel Peter Jackson, tre volte Premio Oscar), l’inchiesta sulle presunte vittime di Michael Jackson, una seconda inchiesta sulla Brexit prodotta da Arte, ulteriori produzioni transalpine (France2, 3 e 5) e una della tv danese. ‘43. Il ponte spezzato’, che all’estero è semplicemente ‘TheBridge’, è lo svizzero che vince in Italia parlando di Genova, città nella quale aveva sì studiato biologia per poi farvi ritorno a ricostruire l’assurdità umana con nobili metodi giornalistici, ma con tutte le difficoltà dello ‘straniero’.

«Se in Ticino o in Svizzera – spiega Philippe – mi devo muovere per un’inchiesta tra inquirenti e magistratura, so dove orientarmi. A Genova, invece, si trattava di identificare quali fossero i canali. Il giudice per le indagini preliminari al quale mi ero rivolto, per esempio, nemmeno voleva incontrarmi, almeno sino alla stesura di un accordo in cui garantivo che su tutto quello che filmavo e scoprivo in ambito di reperti, compresi quelli trasferiti negli hangar di Zurigo, avrei mantenuto l’assoluta riservatezza fino alla messa in onda. Concluso l’accordo, il resto l’ha fatto la fiducia di arrivare laddove nemmeno la televisione di Stato italiana è riuscita ad arrivare»

I mediatizzati e gli abbandonati

Citando la fantascienza, dove la catastrofe è invenzione, Blanc è stato ‘stranger in a strange land’, straniero in una strana terra come l’Italia, dove la bolgia mediatica era (è) «come immergersi in un fiume in piena dal quale riuscire a tirarsi fuori per capire, per darsi una possibilità di analisi»; capire, per esempio, che «gli sfollati avevano molte capacità di farsi sentire, erano in un certo senso ‘mediatizzati’»; tutt’altro accadeva a Lara, giovane vedova e madre, simbolo del reportage e insieme di un popolo del quale ‘laRegione’, nel febbraio dello scorso anno, sei mesi dopo la sciagura, proprio a Genova aveva raccolto il rifiuto di piangersi addosso (cfr. edizione del 4.2.2018).

«Lara – aggiunge Philippe – al contrario di molti era abbandonata a se stessa con i suoi quattro figli in una casa non troppo lontana dal crollo, ma dal centro e dai servizi sì, senza mezzi finanziari e con la tragedia di questi bimbi che non volevano più andare a scuola per paura che, dopo il papà camionista, succedesse qualcosa anche a lei, che non poteva portarli dallo psicologo, perché dall’altra parte della città». La giovane mamma torna spesso nei racconti del reporter, che ancora oggi è colpito dalla sua forza e dalla capacità di reagire, spiegabili citando, a piacimento, l’istinto di sopravvivenza, l’abitudine al disastro di una città sopravvissuta al G8 e alle alluvioni, o la dignità.

Mani legate

«I colleghi italiani che ho incontrato – conclude Blanc – mi hanno fatto capire, tra le righe, che non avevano del tutto le mani libere per questioni editoriali. Sai, quei nomi, Atlantia, Benetton, un peso ce l’hanno. Come dice Ponti (Marco Ponti, professore di economia dei trasporti, in chiusura di documentario, ndr), “Quando sei un colosso, un moloch che controlla fiumi di soldi e di consensi, è difficile farsi strada”». Nella difficoltà di non essere del posto, «da un certo punto di vista, il non appartenere ci ha dato una chance in più». 

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