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Culture
13.09.19 - 22:380
Aggiornamento : 14.09.19 - 00:59

World Press Photo, più di mille parole

Dentro la mostra che apre domani e chiude il 6 ottobre con appendice Open Doors Locarno Film Festival. Il 3 ottobre, incontro con Lorenzo Cremonesi

La piccola honduregna Yanela Sanchez piange tra le gambe della madre Sandra poco prima di essere arrestate entrambe da un agente della polizia di frontiera del Texas. Era il 12 giugno dello scorso anno. Quello scatto di John Moore ha vinto il World Press Photo 2019, relativamente alle immagini dell’anno 2018. «Vi invito a documentarvi sul contenuto del Trump administration family separation policy», dice Yi Wen Hsia, curatrice ed exhibition manager per l'organizzazione no-profit con sede ad Amsterdam davanti al pannello che ospita la foto nelle stanze dello SpazioReale di Monte Carasso, l’ex convento. Ma lo scatto dice già tutto sulla ‘Zero Tolerance’, la politica di tolleranza zero per la quale i migranti in entrata verso gli Stati Uniti sarebbero stati perseguiti penalmente, e dunque separati. Un deterrente. Che per fortuna ha risparmiato quella madre e la propria bambina, ma che ha aperto una breccia nell’Ufficio delle dogane e della protezione delle frontiere statunitensi.

Per quelli di World Press Photo, l’immagine vincente ha il carattere dell’immediatezza; è iconica, non necessita di spiegazioni, è scelta da una giuria di professionisti con a capo la sezione visiva del National Geographic, è vagliata da un team forense che certifica l’assenza di manipolazioni. Perché «la verità è soggettiva, ma noi crediamo nella trasparenza», dice Hsia.

Il mondo che vuole sapere

Nell’edizione che si muove al tempo dei movimenti migratori, che registra un incremento di fotografi donna e che da quest’anno ha le sue nomination come agli Oscar, Catalina Martin-Chico documenta il boom di future madri tra le ex guerrigliere delle Farc, le Forze armate rivoluzionarie della Colombia. Costrette alla lotta militare, a lasciare i neonati alle cure di terzi, a detta di alcuni obbligate a interrompere la gravidanza (accusa negata dalle Farc), Yorladis, Angelina, Dayana mostrano la propria maternità in scene di normalità quotidiana, ristabilita solo dopo l’accordo di pace del 2016. Davanti a una parete di lanciagranate disegnate, Marco Gualazzini fotografa un orfano di Bol, nel Ciad, dove gli jihadisti di Boko Haram reclutano guerriglieri. Chris McGrath, salito su di un albero, fotografa i propri simili che si accalcano ai cancelli del consolato saudita all’arrivo degli investigatori che cercano Jamal Kashoggi, “l’animale da sacrificare” entrato vivo nell’ambasciata del proprio paese a Istanbul per sbrigare le pratiche di un divorzio, e uscito dentro più valigie. Dietro quel cancello c’è il mondo che vuole sapere, trattenuto da un uomo in giacca e cravatta che pare Atlante. Martin-Chico, Gualazzini e McGrath sono tre degli scatti andati a un passo dalla vittoria.

Mohammed Badra

«Dobbiamo continuare a mostrare la sofferenza?» si chiede l’exhibition manager per conto della no-profit a proposito dell’essere o meno etico fotografare proprio tutto, e ancor più mostrarlo. «È una domanda che abbiamo posto anche quest’anno alla giuria». In questa mostra itinerante nelle cento e più città di quarantacinque paesi di tutto il mondo, la cosa riguarda anche lo scatto del fotografo siriano Mohammed Badra, uno dei sei finalisti. “Se l’odore abituale degli ospedali siriani è quello del sangue, quel giorno era il gas”; sono sue parole, riportate da Hsia. Nel momento di scegliere quattro scatti da celebrare ci siamo trovati nella stessa posizione, ovvero chiederci se un bimbo in lacrime avvolto da una coperta e tre uomini stremati in una stanza dell’ospedale di Ghouta Est, alla periferia di Damasco, andassero mostrati per il valore dello scatto. Raccontare una fotografia che non si vede, per un premio che parla per immagini, è almeno fuori luogo. La foto di Badra è esposta insieme a una selezione dei professionisti che durante il 2018 hanno saputo cogliere l’attimo della storia, riproposto nell’ex-convento tirato a lucido, degno specchio degli occhi di chi scatta. L’esperienza è gratificante.

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La mostra è aperta dal 14 settembre al 6 ottobre.
Eventi collaterali:

giovedì 3 ottobre, ore 18.30
Lorenzo Cremonesi racconta la sua esperienza di inviato di guerra per il Corriere della Sera nel Medio Oriente. Modera Lorenzo Erroi, giornalista de laRegione e direttore di Ticino7 (entrata gratuita)

domenica 6 ottobre, ore 16
Cinema Forum, Bellinzona
Open Doors di Locarno Film Festival in collaborazione con la città di Bellinzona
'Fir Tree' (2018) di Alamork Davidian

ore 18.30, Antico Concento delle Agostiniane
Finissage della mostra
Segue risottata

www.incitta.ch, www.worldpressphoto.org

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