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Culture
18.07.19 - 17:000
Aggiornamento : 19.07.19 - 11:20

Vignerons, Finzi Pasca: 'Portiamo questa Festa nel presente'

Fra due ore il suo spettacolo d'apertura della Fête. A Vevey il regista ticinese ci ha raccontato la sua Julie “nel paese delle meraviglie”, dal lago ai monti...

Dalla terrazza del suo «nido» da 20mila posti Daniele Finzi Pasca osserva il lago che, ampio e placido, in un bagno di luce degrada laggiù nel suo arco quasi perfetto. È il mattino dopo la seconda prova generale, ancora una e poi si fa sul serio. Sono lontani ormai i giorni, «divertenti», quando nei bar se ne sentivano di tutti i colori su quel che avevano in mente i ticinesi: «Ormai ci riconoscono, parlano piano». Superati, forse, anche i conflitti fra organizzatori della Fête e Municipio, dai quali Finzi Pasca dice di essere stato solo sfiorato. Certo, una «cosa così enorme al centro del paese può essere scomoda, però mette questo luogo al centro del mappamondo». Quel che è certo, ci spiega il regista, è che «l’arena doveva essere più grande dell’ultima volta, quindi dovevamo usare tutto lo spazio a disposizione. In questo momento siamo su delle palafitte, abbiamo dovuto avanzare di quasi 30 metri la piazza: dal punto di vista strutturale è stata un’avventura». Finzi Pasca viene da una riunione in cui ci si è di nuovo confrontati su alcuni punti dello spettacolo. Lui è d’accordo con noi: è ancora troppo lungo. Però «in questi lavori è così complessa la gestione di masse enormi di persone, basta che una piccola cosa s’inceppi e si perde la fluidità. Ieri la prova è durata 12 minuti meno del giorno precedente, siamo ancora 12 minuti sopra l’obiettivo delle due ore e mezza. Ma credo che nei prossimi giorni ci arriveremo».

Qui la vostra visionarietà si misura con una tradizione che prevede alcuni momenti topici. Quali quelli inevitabili?

Ci sono immagini alle quali loro sono molto legati, anche se fanno parte di generazioni diverse dalla nostra. Non li convincerò mai a fare della presenza delle mucche solo un passaggio, senza che stazionino tutto quel tempo mentre si canta il ‘Ranz des vaches’. Malgrado riuscirò a dare allo spettacolo una certa agilità, rimarrà un blocco al quale loro sono affezionati. E dire che Maria Bonzanigo è riuscita a tagliare il ‘Ranz des vaches’, è la metà rispetto a vent’anni fa... Poi ci sono passaggi come le nozze, le devi fare. O il quadro della fiera di St. Martin, dove devi mettere una suite di pezzi musicali che non sono più così sexy, ma rappresentano un po’ il collegamento con il folclore. Un folclore la cui trasformazione non sempre è così evidente e magari spacca le generazioni. Insomma, noi dobbiamo fare uno spettacolo che piaccia da una parte a persone che ti dicono “vent’anni fa c’erano i buoi, quarant’anni fa...”, dall’altra a nuove generazioni che hanno tutt’altro modo di ritmare le immagini e le emozioni. Sta qui la straordinarietà e il limite stesso di questo esercizio. È così anche alle Olimpiadi: metti l’anima in quei 40-50 minuti in cui esprimi tutte le parti artistiche, ma poi ci sono l’entrata delle bandiere, gli inni, i discorsi. E devi metterli in scena, sapendo che davanti alla tv qualcuno in quel momento va a prendersi un panino.

A noi lo spettacolo è parso una celebrazione di tutto ciò che concorre al miracolo di questo territorio, dall’insetto all’infinito del cielo. Qual è stata la visione che l’ha guidata nel comporre gli elementi della Fête?

L’obiettivo era quello. Fin dall’inizio abbiamo scartato i riferimenti classici a cui in apparenza erano legati, ma che non c’entravano nulla con la tradizione. Valeva la pena andare alle radici, dal lago e dal cielo la gente capisce quale sarà il lavoro di domani o della prossima settimana. Poi, se guardi in là non è tanto lontano il Cern, e pensi che ci sono migliaia di scienziati alla ricerca delle origini di tutto ciò in cui neanche immaginiamo di essere immersi. Allora nel suo viaggio questa bambina, come una Alice nel paese delle meraviglie, cade in un mondo che è la sua realtà, con la quale dialoga per fissare alcuni valori e per trasformarla. Ad esempio c’è la ragazza con la protesi alla gamba, una nostra olimpionica, al posto del tradizionale messaggero zoppo. Oppure le direttrici di coro, o le cento donne con cui proiettare nel presente il corpo militare dei Cento svizzeri. Sono quegli scombussolamenti che non è stato facile difendere, ma che nel loro piccolo hanno un impatto. Il nonno dice delle cose ma è Julie che lo conduce e pone domande.

Che cosa comporta il lavoro con così tante persone non professioniste?

Pensiamo ai film con grandi ricostruzioni storiche o masse di persone in strada. Quelli non sono attori, sono figuranti che prepari e usi in un certo modo. Il rapporto qui è lo stesso: usi la passione, l’energia, il talento. Più che un limite, è un’opportunità meravigliosa. Pensate a un finale con 5’700 persone che si muovono e ballano, è un’energia anche solo costruirlo. Sono quei momenti di una carriera che ricorderai.

Che cosa nel contatto con questo territorio e questa popolazione ha più nutrito lei e il suo lavoro?

Qui c’è una gentilezza che si esprime nelle piccole cose. Sono 7’000 le persone che hanno costruito la Fête, solo una ventina non sono di qua. Hai la sensazione di essere come un pifferaio magico: arrivi, fai danzare, poi chiudi la valigia e riparti. È nella natura di ciò che facciamo; siamo nomadi, mettiamo tende, diventiamo di casa e ripartiamo. Quando sono a Montevideo per prima cosa vado sempre nello stesso ristorante, sanno cosa mangio. Quando tornerò qui so dove andrò, in quali cantine e da quali amici, soltanto che sono diventati tantissimi gli amici e tantissime le cantine. È un abbraccio gigante quello che ci è stato regalato.

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