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20.11.18 - 13:000

Ap-punti G

Intervista ad Alessandra Faiella, tra le autrici dello spettacolo che aprirà la rassegna Com.x al Sociale

Che cosa sanno le donne e gli uomini della sessualità? A rispondere – domani e giovedì alle 20.45 al Teatro Sociale di Bellinzona – attraverso quadri, scene, brani letterari e classici della comicità, tre attrici comiche (Alessandra Faiella, Lucia Vasini e Rita Pelusio) e una giornalista (Livia Grossi) per ‘Appunti G’, spettacolo che apre la rassegna Com.X. Info: www.teatrosociale.ch.

Alessandra Faiella, che cosa unisce sesso e risata?

Da sempre si ride sul sesso, perché come sappiamo quello che è proibito fa ridere e, anche se siamo in una società disinibita, bene o male la sessualità è argomento delicato. Un tabù, e forse lo sarà per sempre perché riguarda una zona intima, una zona particolare della nostra sensibilità. Da sempre si ride del sesso, sia in modo grossolano sia in modo più sottile. Ho ad esempio in mente dei pezzi di Dario Fo con un Arlecchino con un pene enorme, o dei pezzi di Walter Chiari… modi garbati e intelligenti di ridere della sessualità e modi più grossolani… e spero che siamo riuscite a rientrare nella prima categoria!

Ancora un tabù, eppure sono passati cinquant’anni dal ’68 e dalla liberazione sessuale.

C’è da dire che, in questo spettacolo, non ridiamo perché diciamo le cose proibite, doppi sensi o cose del genere. In realtà cerchiamo di far ridere proprio sui tabù che riguardano il sesso. Ridiamo degli eccessi e delle distorsioni che riguardano la sessualità: non è il ridere perché si dice la cosa “sporca”, ma perché al contrario si va a smontare le assurdità sulla sessualità, in particolare quella femminile…

Qualche esempio di queste assurdità?

Un pezzo che faccio io è sullo sbancamento anale: una pratica diffusa e per certi versi assurda, perché appartiene a quella follia dell’estetica a tutti i costi che appartiene alla nostra società. Bisogna essere perfetti e belli ovunque, anche in quelle parti. Tutto il corpo, in particolare quello femminile, deve rispondere a certi cliché. Sono le perversioni sociali rispetto a una sessualità che dal nostro punto di vista dovrebbe essere la cosa più naturale del mondo. Abbiamo poi un pezzo di Rita Pelusio che interpreta una bambola gonfiabile. Bambola di quelle moderne, che non è più come una volta una bambola, ma un robot. Ed esistono veramente…

Recentemente a Torino hanno aperto una ‘casa d’appuntamenti’ con queste bambole.

Esatto. Anche qui è un modo di denunciare certe distorsioni della nostra società, di una certa visione della donna. Temi, come si vede, anche molto seri; poi il pezzo di Rita è divertentissimo, ma anche molto inquietante, con questa bambola che obbedisce a tutti gli ordini maschili.

Insomma, i tabù rimangono, per fortuna del vostro spettacolo, purtroppo per la società.

Per usare il linguaggio forbito, c’è ancora una reificazione, come direbbe Marx. Una oggettualizzazione della sessualità, soprattutto della sessualità delle donne, più che un tabù. 

C’è qualcosa che ha scoperto durante la preparazione dello spettacolo e che si può scrivere su un giornale?

Questa cosa delle bambole gonfiabili così raffinate, così simili a delle persone vere – tanto che alcune parlano e simulare un corteggiamento – non avevo idea. E anche di quello di cui parlavo prima, ho scoperto cose che ignoravo… C’è stata proprio un’indagine, perché – come idea – siamo partite dalle interviste di Pasolini sulla sessualità degli anni Sessanta. Allora l’Italia era molto molto diversa da quella di adesso, ad esempio a livello di rapporto uomo-donna soprattutto in certe zone eravamo molto più indietro. Ma se sotto certi punti di vista si sono fatti passi avanti, sotto altri no e si è arrivati a perversioni più assurde, più folli, ma il concetto di una sessualità molto commercializzata è ancora molto vero, anzi forse più oggi di allora.

E il pubblico? Innanzitutto, lo spettacolo lo avete scritto pensando alle donne o agli uomini?

In realtà, a entrambi… non abbiamo pensato di fare uno spettacolo per le donne e infatti gli uomini si divertono moltissimo. Poi è uno spettacolo scritto da quattro donne, per cui lo sguardo è dal nostro punto di vista e un uomo avrebbe scritto cose diverse. Ma non abbiamo scritto “per le donne” e anzi, se posso osare, direi che è ancora di più per gli uomini che se magari continuano a ignorare qualcosa sulla sessualità femminile, con questo spettacolo potrebbero scoprire qualcosa in più.

Reazioni?

Sempre molto buone, addirittura entusiaste… forse siamo davvero riuscite a fare uno spettacolo sulla sessualità dove non c’è mai la sensazione di sentire qualcosa di volgare. E anzi ci dicono che sono più volgari certe allusioni, certe inquadratura del corpo femminile in televisione, di quello che avete detto voi!

Nessuna protesta, quindi…

(Ride) No, anche perché non facciamo nulla di sconvolgente, che possa turbare qualcuno. Io lo farei vedere anche ai ragazzini che ormai sanno tutto, hanno visto tutto, ma con un approccio…

Hanno già visto quello che dicevamo prima, quanto a volgarità e a mercificazione.

Hanno visto la parte più brutta. E secondo me nel sesso non c’è nulla di brutto, però di certo nell’uso pornografico della sessualità non c’è molta poesia, diciamo così. Per questo penso che i ragazzini possano uscire dal nostro spettacolo quasi sollevati, mentre dalla visione di un video porno è più facile che escano turbati, sentendosi inadeguati.

Sguardo di quattro donne, come è stata la scrittura?

In realtà cinque donne, perché c’è anche Francesca Sangalli, che ha lavorato alla scrittura dei testi. Per due mesi abbiamo tormentato, confabulato, riscritto, perché non ci convinceva nulla, ci sembra impossibile arrivare a uno spettacolo. Poi in quattro giorni abbiamo risolto tutto: abbiamo trovato la quadra. La soluzione è stata semplificare, non fare una struttura troppo complessa ma di voler fare appunti: tanti flash su questi temi dicono più di un discorso che alla fine sarebbe stato troppo pesante.

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