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Alfonso Cuarón (Keystone)
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10.09.18 - 08:370
Aggiornamento 10:06

Il Leone di Netflix

La Mostra del cinema di Venezia segna un momento di rottura con il premio a ‘Roma’ di Alfonso Cuarón

La Giuria di Venezia 75, presieduta da Guillermo del Toro (e composta da Sylvia Chang, Trine Dyrholm, Nicole Garcia, Paolo Genovese, Malgorzata Szumowska, Taika Waititi, Christoph Waltz e Naomi Watts), non aveva che da confermare le scelte del direttore della Mostra internazionale d’arte cinematografica. In programma c’erano tre film da subito segnati come vincenti: ‘Roma’ di Alfonso Cuarón, ‘The Favourite’ di Yorgos Lanthimos e ‘The Sisters Brothers’ di Jacques Audiard. Ebbene, si sono portati a casa il primo il Leone d’Oro, il secondo il Leone d’Argento/Gran Premio della Giuria e la Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile a Olivia Colman, il terzo il Premio per la migliore regia. Con precisione chirurgica la giuria ha svolto il suo compito evitando ogni sorpresa. Così si spiegano pure la Coppa Volpi per il miglior attore a Willem Dafoe in ‘At Eternity’s Gate’ di Julian Schnabel e il Premio per la migliore sceneggiatura a Joel ed Ethan Coen per il loro ‘The Ballad of Buster Scruggs’.

La libertà su Internet

Guillermo del Toro è un grande regista anche quando si trova a far il presidente della giuria e ha guidato i suoi giurati in una partita perfetta, riuscendo a far apparire normale, lui messicano, il Leone d’Oro a un suo conterraneo e amico, Alfonso Cuarón. Infatti Cuarón è un grande e il suo film svetta sugli altri per indubbia superiore qualità. Ma proprio Cuarón ha messo del pepe nella sua dichiarazione con il Leone in mano, quando ha ringraziato Netflix che ha prodotto il film, lasciandogli la libertà di uscire dagli abusati schemi hollywoodiani. ‘Roma’ è un film in bianco e nero, senza divi da tappeto rosso, senza effetti speciali, pulito, semplice, non austero, forse non da grande pubblico perché richiede attenzione ai particolari: qui nulla è casuale. E proprio ricordando la libertà di produzione garantitagli da Netflix, Cuarón sconfessa la scelta di Cannes di lasciar fuori i film di questa impresa mediatica che distribuisce i film via internet e non in sala. Da parte sua, Guillermo del Toro si è preso una bella responsabilità, ha ufficialmente sdoganato Netflix mettendo nelle sue mani uno storico Leone d’Oro. Certo c’è anche il premio alla sceneggiatura ai Coen che è pure targato Netflix, ma è il Leone che serviva a scardinare un’idea di Cinema, segnando nuovi confini, che fanno tremare i film destinati alle sale. Di questo era consapevole del Toro, e così sono arrivati i due premi a ‘The Favourite’; bello, bellissimo, ma non perfetto, e di sicuro da vedere in sala su grande schermo per la magnificenza delle scene, per la regia attenta al teatro, alla sua fascinazione, e non dimentica di un sontuoso linguaggio cinematografico. Anche le altre due attrici che Lanthimos porta sullo schermo – Emma Stone e Rachel Weisz – meriterebbero il premio insieme a Olivia Colman. Ma una giuria, quando dà due premi allo stesso film, lo fa perché non si possono assegnare due Leoni d’Oro e ‘Roma’ lo meritava più di ‘The Favourite’. Era dato per assodato anche il premio a Willem Dafoe che, più che per l’interpretazione sembra alla carriera. Il Ryan Gosling visto in ‘The first man’ era ben più meritevole per la modernità e l’intensità attoriale, e da premio erano anche John C. Reilly per il taglio eroicomico che dà, con ammirabile finezza, al suo personaggio nel film di Audiard, già premiato per la regia, e Reda Kateb, attore francese capace di illuminare uno dei migliori film visti in concorso, ‘Frères ennemis’ di David Oelhoffen, un noir sociale di gran livello.

Due premi contro il femminicidio

Ma il capolavoro di del Toro e della sua giuria è il doppio riconoscimento, il Premio Speciale a ‘The Nightingale’ di Jennifer Kent (Australia) e quello al suo giovane protagonista, l’esordiente Baykali Ganambarr, cui è andato il Premio Marcello Mastroianni, dedicato a un giovane attore o attrice emergente. Era un premio inatteso, forse si poteva pensare alla splendida protagonista, Aisling Franciosi, ma eravamo in pochi a pensare che Jennifer Kent potesse inserirsi nel palmarès: il suo era il film più politico e contestato della Mostra, l’unico diretto da una regista su 21 titoli, il più coraggioso perché denuncia la violenza sulle donne, il razzismo, il militarismo, il colonialismo e lo fa senza fare sconti. Un film che solo una donna, con la sua sensibilità poteva girare, e il “Puttana, schifosa” che è esploso verso di lei in sala, è l’idea base del femminicidio che la regista denuncia! Del Toro e i suoi non potevano dimenticarlo e i due premi sono la condivisione politica della giuria, i premi più sentiti, veri, importanti, perché questo è il Cinema, questo è il dovere del Cinema. In molti si sono sorpresi e non hanno capito, ma come spiegava il grande critico cinematografico Giovanni Grazzini (1925 – 2001): “Il Cinema non è un’arte per tutti”. Questa Mostra lo ha confermato insieme alla sua giuria.

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