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Antofagasta de la Sierra, Provincia de Catamarca, Argentina
19.05.22 - 13:54
Aggiornamento: 14:22
di Giovanni Medolago

L’aridità andina del fotografo Gian Paolo Minelli

Alla Polus di Balerna fino al 9 giugno ‘Aridez’, progetto scaturito da un lungo viaggio sulle Ande

È davvero particolare il percorso umano-artistico di Gian Paolo Minelli: nato a Ginevra, cresciuto a Chiasso e ormai da decenni sulla lunga rotta Argentina-Ticino. Dapprima fotografo "su commissione" (per opere d’arte, architettura eccetera), proprio a Chiasso, alla Galleria Cons Arc di Daniela e Guido Giudici, scopre un’‘altra fotografia’. Continua tuttavia il suo lavoro per vari committenti. "Ma poi, di notte – ricorda sorridendo – sperimentavo la Fotografia d’Arte". Dal 1999 vive a Buenos Aires, dove è subito incuriosito da Villa Lugano, fondata da Giuseppe Soldati da Neggio a inizio ’900 e divenuta poi un sobborgo della capitale argentina inserito in un contesto urbano "difficile", caratterizzato da marginalità e povertà. Rimanda il ritorno a più riprese: "Ho capito che per poter fare un lavoro serio su una realtà così complessa dovevo viverla e dunque rimanerci parecchio tempo". È lì che trova la maniera di coniugare la passione per la fotografia e la sua sensibilità socio-ambientalista.
Minelli è in questi giorni in Ticino per presentare, alla Polus di Balerna, "Aridez" (Aridità), lavoro scaturito da un lungo viaggio sulle Ande, ottomila km dal Nord dell’Argentina sino a Valparaíso, in Cile, passando per la Bolivia. "Un immenso altopiano che tocca i 4’000 metri d’altitudine – spiega – dove da vent’anni non piove più, sia per effetto del Niño sia per l’evidente cambiamento climatico in corso". Là dove c’erano fiumi oggi restano greti desolatamente rimasti senza una goccia d’acqua. Le sue non sono foto da National Geographic, bensì un grido di dolore che denunciano pure il dissennato lavoro dell’uomo, alla ricerca spasmodica del litio, metallo divenuto oggi quasi più prezioso dell’oro. Foto singole di piccole dimensioni, accanto a giganteschi dittici che rendono l’idea degli sterminati territori latinoamericani; inquadrature suddivise in più piani, corsi di fiumi alluvionali divenuti simili a paesaggi lunari, dove l’obiettivo di Minelli ha curiosamente colto anche marmitte simili a quelle di Ponte Brolla! Ma non bisogna perdere la speranza: in virtù di quel "real maravilloso americano" di cui parlò per primo Alejo Carpentiers nel 1949 (divenuto poi "realismo magico" nella traduzione di Curzio Malaparte), bastano due gocce d’acqua affinché la vegetazione torni ai perduti splendori.
La mostra alla Polus rimarrà aperta sino a giovedì 9 giugno, ma solo su appuntamento che si può fissare scrivendo all’indirizzo gpminelli@gmail.com.

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