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Keçe, feltro da terra saryk, prima metà del XX
01.03.21 - 06:00
Aggiornamento : 12:55

‘Namad’ e ‘Souvenir du Japon’, al Musec due viaggi nell’insolito

Scopriamo al Museo delle culture di Lugano i tappeti in feltro dei nomadi asiatici e le cartoline che, a inizio Novecento, hanno unito Europa e Giappone

Due inaspettati viaggi in terre lontane: ‘Namad’ (nello Spazio Cielo) e ‘Souvenir du Japon’ (nello Spazio Maraini) sono le due nuove esposizioni con cui, in aggiunta alla prolungata ‘Kakemono’ dedicata alla pittura giapponese, il Museo delle culture di Lugano riapre dopo la pausa pandemica.

Due viaggi inaspettati: ‘Namad’ ci porta in Iran e nell’Asia centrale attraverso l’umile feltro, mentre ‘Souvenir du Japon’ ci invita a scoprire il Giappone attraverso le cartoline. Due scoperte “dalla porta di servizio”, verrebbe da definirle, ma proprio per questo sorprendenti e suggestive.

Iniziamo da ‘Namad’, termine che in farsi indica appunto il feltro, la lana pressata che da millenni accompagna la vita dei nomadi di un’area che comprende gli odierni Turkmenistan, Iran, Uzbekistan, Kazakistan, Kirghizistan e Afghanistan. “Da millenni” ma, come ci ha spiegato la curatrice Imogen Heitmann, abbiamo poche testimonianze sia dirette sia indirette di tappeti in feltro del passato e pochissimi esemplari sono giunti in Europa anche per il peso elevato: abbiamo qualche descrizione storica, ad esempio nelle cronache di Marco Polo, illustrazioni nei testi antichi, più recentemente le fotografie dell’occupazione russa nell’Ottocento ma sono rari i feltri di più di cento anni. «Al contrario dei tessuti, nei feltri il disegno rimane molto in superficie e una volta usurati, venivano buttati via e sostituiti: non sono oggetti creati per durare nel tempo ma per essere utilizzati» ci spiega Heitmann.

Siamo quindi di fronte a una lunga tradizione di cui vediamo solo i frutti recenti, ovvero i tappeti – che spesso adornavano le pareti delle tende dei nomadi, le famose iurte – e altri oggetti di feltro raccolti da Sergio Poggianella: una collezione che, in collaborazione con l’omonima fondazione che si occupa di valorizzare questo patrimonio, il Musec ha studiato. Poggianella, ci spiega Heitmann, è gallerista ed esperto d’arte«e si è innamorato di questi oggetti per il loro linguaggio figurativo che rimanda a una certa di astrazione». Proprio nella prima sala troviamo un feltro da terra del Turkmenistan – «uno dei preferiti del collezionista» – realizzato nella prima metà del Novecento con un motivo a losanghe dai vivaci colori (di sintesi) che richiama subito Kandinskij. Il motivo a losanghe è in realtà tipico della cultura Saryk, ci spiega la curatrice, ma il legame con le avanguardie potrebbe non essere una semplice suggestione, come suggerisce il direttore del Musec Francesco Paolo Campione nella sua introduzione al catalogo: alla fine dell’Ottocento Kandinskij e altri artisti guardarono alle radici asiatiche della Russia per rinnovare le fruste poetiche realiste del loro tempo.

Seguendo la sensibilità del collezionista, il percorso espositivo ruota intorno all’iconografia di questi feltri, fatta di disegni e motivi apparentemente astratti, in realtà parte di una complessa e articolata raffigurazione simbolica che possiamo approfondire nei fogli di sala e soprattutto nel catalogo.

Prima, però, qualche parola sulla tecnica, iniziando dalla domanda che è immediato porsi: perché il feltro e non dei tessuti? «Servirebbero un telaio, oggetto pesante che poco si adatta alla vita nomade, e molto tempo, mentre quattro-cinque persone bastano a realizzare un feltro in una giornata, pressando la lana» ci risponde Heitmann. «Il feltro, inoltre, per le sue qualità fisico-chimiche protegge molto bene dalle intemperie, dal freddo, dall’acqua: le tende stesse erano formate da una struttura in legno rivestito, sia all’interno sia all’esterno, di feltro». Proprio alle tende dei nomadi, quelle iurte su cui in Occidente si è creata quasi una mitologia, è dedicata l’ultima sala dell’esposizione dove una semplice installazione mostra gli elementi essenziali della casa di queste popolazioni.

Ma la parte principale del percorso è dedicata, come detto, ai Namad e ai loro motivi. In mostra troviamo esemplari della tradizione turca e di quella iranica, «con differenze sia nell’esecuzione, sia nei motivi, anche se ovviamente vi sono stati degli scambi tra le due culture» spiega Heitmann. Motivi, come detto, apparentemente astratti: «Al nostro occhio non c’è nulla di figurativo, ma ogni elemento rimanda a qualcosa che esiste nel mondo naturale». Ci avviciniamo a un grande feltro yomut del Turkmenistan, dominato da spirali. Singola, rimanda allo scorpione, dal quale il feltro ha anche il compito di proteggere. Quattro spirali combinate creano un motivo solare, legato al culto del Sole, mentre due spirali speculari sono le corna di montone, «idea di fecondità e forza maschile». Una spirale sopra l’altra la donna partoriente, mentre se poste agli angoli le spirali rimandano alla protezione dai quattro punti cardinali. «È una grammatica: ogni elemento è una lettera che si combina con altre lettere creando significati».

Immagini da un Giappone immaginifico

I feltri hanno dalla loro l’immaginario delle iurte, le cartoline di ‘Souvenir du Japon’ invece richiamano alla mente le convenzionali e stereotipate immagini da mete vacanziere oggi soppiantate dagli altrettanto originali selfie.

In un certo senso è così: quelle che costellano le pareti dello spazio Maraini sono effettivamente immagini stereotipate, dei modelli idealizzati che però, vuoi per la distanza temporale – si parla degli anni d’oro della cartolina, da inizio Novecento alla Grande guerra –, vuoi per la distanza geografica e culturale, hanno mantenuto e forse anche incrementato la capacità di portarci in un altro mondo.

Quelle che troviamo sono seicento cartoline, parte della ben più ricca Collezione Ceschin Pilone, ci spiega la curatrice Moira Luraschi. Cartoline che raccontano una infinità di storie: quella del servizio postale universale, quella della modernizzazione del Giappone con curiosamente poetiche immagini di ciminiere fumanti, quella dell’espansionismo giapponese con raffigurazioni dei popoli felici e colonizzati, della guerra con la Russia, la storie delle tecniche di realizzazione con alcune cartoline incredibilmente raffinate realizzate in lacca o a olio, ma anche la storia del futuro ammiraglio italiano Romeo Bernotti che, di stanza in Giappone nel 1903, scriveva ogni giorni più cartoline alla fidanzata in Italia. 

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