laRegione
Edward Hopper, ‘Cape Ann Granite’, 1928 (Heirs of Josephine Hopper/2019, ProLitteris, Zürich)
Arte
27.06.20 - 17:200

L’orizzonte di Edward Hopper alla Fondazione Beyeler

Prolungata fino al 26 luglio la mostra che il museo di Basilea dedicata ai paesaggi del pittore americano

La rassegna che la Beyeler dedica al pittore americano Edward Hopper (1882-1967) nasce sull’onda di un recente prestito a lungo termine concesso alla Fondazione. Si tratta di un dipinto che per decenni ha fatto parte della Collezione Rockefeller: un gran bel quadro, un metro per 75 cm, anche se il luogo in sé non ha nulla di speciale. Raffigura un paesaggio collinare con rocce, prati e arbusti che salgono il fianco della collina fino alla sommità dove dovrebbe spalancarsi quell’azzurro-cielo cui Hopper non concede tutto lo spazio che esso vorrebbe. Il sole non si vede ma lo si intuisce per via delle lunghe ombre scure che le rocce proiettano sulla distesa erbosa sottostante, tagliando in diagonale il quadro: si tratta quindi di un dipinto visto da sotto in su e in controluce, che è come dire in contropelo. Solo un piccolo spiraglio sulla destra lascia intravedere parte dell’orizzonte lontano, ma non sai bene se sia mare o cielo: ci si vorrebbe soffermare ma le lunghe ombre, che salgono verso sinistra, tirano l’occhio dall’altra parte, creando tensione. Hopper, insomma, non si concede mai del tutto, neanche nel caso di paesaggi, piuttosto morde il freno, va controcorrente.

Quel prestito è stato lo stimolo per allestire una mostra mirante a una lettura più articolata su modalità e funzioni della pittura paesaggistica dentro la pittura di Hopper notoriamente considerato il pittore degli spazi e della solitudine metropolitana. A far da corona a quel dipinto ecco allora altri celebri paesaggi a olio, accanto a tutta una serie di acquerelli e disegni fatti in presa diretta: una sessantina di opere incentrate su sconfinati spazi pressoché disabitati, case isolate ai confini del bosco o in riva all’oceano, ferrovie che tagliano il paesaggio, pali della luce e pompe di benzina ai bordi di strade assolate dove non passa che qualche rara auto. Poche, pochissime le presenze umane che si muovono dentro questi luoghi ai margini… come ai margini appare anche la sua arte per via di quel suo “realismo” in ritardo rispetto sia alle avanguardie storiche che alle successive e più recenti correnti d’arte. Una pittura distaccata, senza intrusioni sentimentali, basata sulla rigorosa osservazione: così parrebbe.

Ciò nonostante Hopper colpisce e coinvolge, perché sa ridestare nell’osservatore sensazioni che gli sono ben note o lo lascia in una situazione di sospensione dove non tutto torna. A cominciare dalla “limpida geometria delle sue composizioni” più volte indicata come una sua peculiarità, tanto nei paesaggi urbani quanto in quelli rurali, che viene però inficiata dalla desolata prosaicità degli elementi raffigurati (case strade treni e ponti) oppure dalla spigolosità delle architetture o dall’anonimato dei luoghi. Sappiamo che Hopper dedicava grande attenzione e tempo alla composizione dei suoi dipinti, alla disposizione delle parti, alle relazioni tra colori… tutti elementi studiatissimi, certo, ma per ottenere l’effetto contrario: non la sublimante identificazione con la solarità del dipinto, ma la sensazione che da qualche parte o in qualche modo qualcosa sfugga sempre o non coincida con le nostre attese. Ne sono prova proprio i tagli di luce con cui spesso costruisce l’impianto compositivo dei suoi dipinti: secchi, taglienti e puntuti, privi di tonalità intermedie… tanto da apparire quasi una gabbia che imprigiona l’uomo: il cui sguardo si protende fuori campo, verso un altrove che è però precluso all’osservatore. Così facendo Hopper fa in modo che anche lo spettatore, inconsapevolmente, cerchi oltre quel che vede: una risposta che non verrà, un desiderio destinato a rimanere inappagato.

E non è neppur vero, come si è scritto, che i suoi paesaggi della provincia americana incarnino “la segreta aspirazione dell’uomo a misurarsi con la vastità degli spazi”, vale a dire con l’infinito, perché c’è sempre qualcosa – un binario, dei tralicci, due auto parcheggiate – che inesorabilmente lo riportano di qua, rasoterra. Non oltre la dimensione del tempo e del finito, ma nel flusso del non-tempo, nel grigiore dei giorni che si succedono tutti uguali, dentro scenari che in realtà non ci appartengono perché sono solo dei fondali. È il volto indistinto e anonimo, indifferenziato e fors’anche indifferente della metropoli (o della vita?) odierna che il sociologo francese Marc Augé avrebbe poi chiamato il non-luogo, ovverosia tutti quegli spazi, tipici del nostro tempo e della nostra civiltà, anonimi e funzionali, privi di identità, frequentati da persone che passano l’una accanto all’altra ma senza relazioni: stazioni, bar, caffè.

Anche la pittura di paesaggio di Hopper, a modo suo, si muove quindi nello stesso senso della sue pitture metropolitane e consuona con quelle: immagini anonime e impersonali che riproducono fotograficamente porzioni di realtà. E c’è del vero. Ma come può essere allora che la apparente neutra descrizione trascenda se stessa e si faccia spia dell’inesorabile solitudine umana, rivelazione di inquietudini e attese che trapelano a fior di pelle? Da cosa dipende che quel senso di straniamento che investe anche il familiare e quotidiano?

È su questa nota di fondo che attraversa tutta la sua arte, che la ‘anacronistica’ pittura di Hopper coglie ed esprime il ‘disagio del moderno’: e cioè la sensazione di un qualcosa che manca sempre per la pienezza di una vita.

Guarda le 2 immagini
TOP NEWS Culture
Spettacoli
2 gior
The show must go on. Nonostante la pandemia
Le difficoltà per il settore degli eventi rimangono, come ci spiega Gabriele Censi: Senza il pubblico il settore degli eventi morirebbe.
Scienze
2 gior
Cina, scoperto un virus potenzialmente pandemico
Studiosi lo hanno identificato ed è simile a quello resonsabile dell'influenza H1N1 che causò vittime e paure nel 2009
Spettacoli
2 gior
Piccolo teatro di Milano, direttore cercasi
Dimissioni ‘a sorpresa’ di Sergio Escobar, da vent’anni alla guida del teatro milanese. Carmelo Rifici tra i possibili successori
Arte
3 gior
DE-PRESS-ME, una breccia artistica nella chiusura
Intrusione artistica benevola nei confini domestici sbarrati dall’emergenza sanitaria
Società
3 gior
Che la morte ci sia lieve (Pau come Nadia)
Donés, leader di Jarabe de Palo, che come la Iena Toffa ha raccontato in pubblico, fino in fondo, l’urgenza (e la bellezza) del vivere
Spettacoli
4 gior
Luminanza, un bando per il teatro contemporaneo
Alan Alpenfelt ci racconta il nuovo progetto di formazione per giovani autori di teatro, un “reattore per la drammaturgia contemporanea”
Arte
4 gior
Ischgl and more: il Masi riparte dal trash
Esposizione pop-up per la riapertura della sede del Lac del Museo d'arte della Svizzera italiana, con le moraleggianti fotografie di Hechenblaikner
Spettacoli
5 gior
San Materno, la ‘Cruda bellezza’ della danza
Intervista a Isabel Lunkembisa, protagonista della prima attività estiva del teatro di Ascona
Arte
5 gior
Il ’bricoleur dell’anima’ Pietro Beretta a Casa Serodine
Si apre domani ad Ascona la mostra dedicata a Beretta, artista originale ed estroso, per non dire beffardo
Scienze
6 gior
Nello spazio c'è qualcosa di nuovo: Gliese 887
Scoperte due superTerre e una stella debole e fredda, la più brillante nana rossa visibile
© Regiopress, All rights reserved

Stai guardando la versione del sito mobile su un computer fisso.
Per una migliore esperienza ti consigliamo di passare alla versione ottimizzata per desktop.

Vai alla versione Desktop
rimani sulla versione mobile