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08.10.22 - 05:10
Aggiornamento: 09:51

Edilizia, il contratto mantello fatica a gettare le fondamenta

A livello nazionale imprenditori e sindacati sono ancora distanti su aumenti salariali e gestione dei turni. Dall’accordo dipendono i ccl cantonali.

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Si fatica a vedere la luce in fondo al... cantiere

‘Autunno caldo’ è un’espressione ritrita e abusata. Stavolta, però, sono davvero mesi di mobilitazioni e contrasti quelli che paiono profilarsi per l’edilizia svizzera. Il 16 settembre è fallito il quinto tentativo di trattative per il rinnovo del contratto nazionale mantello, ovvero quell’accordo – avente anche valore di legge per l’intero comparto – dal quale dipendono i contratti collettivi cantonali, incluso quello ticinese.

Visto che entrambi sono in scadenza a fine anno, il timore è che «scoppi tutto», come nota con secca sintesi il responsabile di settore del sindacato Unia Dario Cadenazzi: «Potremmo trovarci di fronte a un vuoto che farebbe perdere parecchi diritti ai lavoratori, esponendo al contempo le aziende a ogni forma di concorrenza sleale». Il tutto in un periodo in cui il carovita minaccia i salari e le incertezze congiunturali non risparmiano i cantieri, esacerbando ulteriormente gli animi.

«Non ritengo corretto parlare di fallimento» puntualizza però subito Gian-Luca Lardi, presidente della Società Svizzera Impresari Costruttori (Ssic). «Le differenze di posizioni tra le parti sono una consuetudine delle trattative per ogni contratto collettivo. È normale che non si trovi un accordo già nei primi incontri. In questo momento stiamo seguendo il solito percorso come già fatto in passato». Anche sulla paura di un "vuoto" Lardi non condivide le preoccupazioni sindacali: «È possibile che ci sia un vuoto contrattuale, come già successo più volte in passato. Non sarebbe per nulla grave; non è che tutte le routine istituite non verrebbero più rispettate da un giorno all’altro». Questo anche perché «in questa situazione come Ssic ci rivolgiamo ai grandi committenti – soprattutto pubblici – chiedendo loro di esigere, negli appalti, che le imprese rispettino il contratto in scadenza. E in passato i committenti su questo punto ci hanno sempre seguito».

Salari (e orari) contesi

Salari e ore di lavoro sono il centrotavola d’ogni contrattazione tra parti sociali, e anche in questo caso costituiscono un importante motivo di scontro. I sindacati chiedono una riduzione delle ore lavorative, «un’esigenza sentita in particolare in Ticino – nota Cadenazzi – dove oggi si arriva a trascorrere sul cantiere fino a nove ore e mezza giornaliere, alle quali si aggiungono le trasferte per i cantieri più distanti e i percorsi casa-lavoro». Si rivendica anche un aumento ‘flat’ di 260 franchi mensili lordi a testa, «in modo da venire incontro soprattutto ai profili meno retribuiti». L’aumento – spiega Unia – equivarrebbe alla compensazione dell’inflazione, più un 1% medio di crescita sui salari reali.

Lardi obietta: «I sindacati chiedono aumenti generalizzati del 4,5%, che vanno ben oltre quello che è stato il rincaro avuto dall’ultimo rinnovo contrattuale nel 2019. Questo in una situazione tutt’altro che facile. Le aziende sono confrontate coi rincari esattamente come i cittadini». E prosegue: «Da parte nostra abbiamo sempre detto che il rincaro va discusso e che siamo disposti a concedere un aumento. Sull’importo non abbiamo però ancora un accordo».

Unia: no al calendario-fisarmonica

Un tema ancora più problematico si direbbe essere quello dei calendari di lavoro, che secondo Unia rischierebbero – qualora si desse seguito alle richieste degli imprenditori – di diventare una sorta di fisarmonica, con la possibilità per il datore di lavoro di programmare per i suoi operai settimane di quattro come anche di sei giorni lavorativi, a seconda delle esigenze del momento. Secondo Cadenazzi «di fatto si chiede di poter aggiornare i turni praticamente in tempo reale, qualcosa di pericolosamente vicino al lavoro su chiamata. Così facendo, si finirà per subire orari estenuanti in alcuni periodi dell’anno – ad esempio in estate – per poi essere lasciati a casa d’inverno o in occasione di un normale calo di commesse. In pratica si scarica sui lavoratori il rischio d’impresa. E come si fa a programmare la propria vita in questo modo?».

Inoltre, secondo il sindacalista, con un calendario che regola solo ferie, festività e recuperi «non sarà possibile controllare le ore effettuate e neppure la registrazione degli straordinari, con il rischio di ‘giochi di prestigio’ incentivati dal contesto attuale di guerra dei prezzi tra imprese».

La questione si intreccia con quella delle intemperie e delle trasferte fino al cantiere: «Abbiamo richiesto regole chiare per il lavoro in caso d’intemperie, che solleva gravi questioni di sicurezza e salute, senza ottenere risposte». Quanto alle ore di spostamento verso il cantiere, «la Ssic ha detto che era d’accordo a considerarne equivalenti alle ore lavorate dieci a settimana – mentre attualmente la prima mezz’ora al giorno è a carico del lavoratore –, ma di fatto ha proposto calcoli in cui, prevedendo fino a 48 ore di cantiere e 10 di trasferta, si dovrebbe poter arrivare a 58 ore di lavoro alla settimana. Una cosa impensabile oltre che illegale, dato che il Codice delle obbligazioni proibisce di superare le 50 ore».

Ssic: maggiore flessibilità

Da parte sua, Lardi specifica: «Sappiamo bene che il massimo è di 50 ore, per questo chiediamo di restare sull’attuale sistema di regolamentazione della trasferta». Ma soprattutto, «sul lavoro settimanale proponiamo di mantenere la regolamentazione attuale, che limita il massimo di ore a 48. Non abbiamo tematizzato di lavorare su sei giorni, la nostra settimana di lavoro è da lunedì a venerdì per un massimo, appunto, di 48 ore», inferiori dunque alla soglia di legge. Quindi aggiunge: «Quello che abbiamo chiesto è di rinunciare alle limitazioni mensili, che riducono il margine di manovra per le aziende».

Un esempio? «Se d’estate la canicola blocca i lavori, i sindacati chiedono che subentri l’indennizzo per intemperie. Questo però riconosce solo l’80% del salario ai lavoratori. La nostra proposta vuole invece ‘congelare’ quelle ore per recuperarle in un altro periodo, garantendo al collaboratore il 100% di salario» spiega Lardi. Ma «a oggi i sindacati non vogliono entrare in discussione».

In conclusione, nota il presidente nazionale Ssic, «ribadisco che più riusciamo a migliorare il contratto collettivo, rendendolo anche meno burocratico, più grande sarà la possibilità di concedere aumenti salariali». Secondo la Ssic, avere più flessibilità nella gestione del calendario lavorativo aiuterebbe infatti a ottimizzare le necessità dei cantieri.

Reinserire gli over 50: sì, ma come?

Vi è un ultimo aspetto della trattativa che Cadenazzi definisce «fantozziano», e riguarda la tutela dei lavoratori più anziani: «Anche in questo caso, il padronato si è detto favorevole ad aiutare gli over 50 che si trovino a perdere il lavoro. Ma la loro soluzione è quella di poterli assumere senza riconoscere loro le qualifiche – e dunque i minimi salariali previsti – guadagnati nel corso degli anni. Così facendo, un ultracinquantenne potrebbe perdere più di 800 franchi al mese. La risposta della Ssic a questa obiezione è stata che in Svizzera si può vivere anche con 4’500 franchi».

Ancora una volta, Lardi la vede diversamente: «Il salario minimo riconosciuto a un lavoratore non qualificato è di circa 4’700 franchi (in Ticino si scende a 4’500, ndr), che sale a 5’000 per uno qualificato. Mi chiedo come si possa preferire il licenziamento a una paga del genere».

In Ticino si attende. E ci si mobilita

Come detto, l’evoluzione dei negoziati nazionali è molto importante anche per il Ticino, dove «il settore è esposto a pressioni specifiche e il rischio di un vuoto contrattuale – per Cadenazzi – è particolarmente netto. Noi abbiamo chiesto di aprire le trattative, ma ci è stato risposto da Ssic Ticino che preferiscono attendere l’esito dell’accordo mantello». Una posizione, questa, confermata anche dal presidente della Ssic: «È il contratto mantello nazionale che traccia la via per gli accordi cantonali».

Intanto è prevista una giornata di mobilitazione cantonale – con un’assemblea collettiva e un corteo – per il prossimo lunedì 17 ottobre. Ulteriori informazioni circa la mobilitazione sono attese nei prossimi giorni.

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