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19.09.22 - 05:30
Aggiornamento: 15:23

Benzinai e salario minimo, la lotta continua

La voce di chi lavora nelle aree di servizio, del sindacato e degli imprenditori. Una commessa: ‘Salario troppo basso per i residenti’

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Ti-Press

«Il problema è il salario. Il salario troppo basso. E poi lo stress, le nove ore e passa con mezz’ora di pausa, i turni in cui stai anche cinque ore di fila a servire clienti che si lamentano in tutte le lingue, e non riesci nemmeno ad andare in bagno». Tutto questo per poco più di tremila franchi al mese, a tempo pieno, «magari senza ferie per oltre sei mesi, a lavorare anche di notte, a volte per sette giorni consecutivi. Una situazione impossibile, specie per chi come me è residente in Ticino». Virginia – il nome vero è un altro, ovviamente, «sennò mi licenziano» – è impiegata in una stazione di servizio del Sopraceneri, una di quelle persone sempre di corsa che vediamo quando facciamo benzina o andiamo a prendere la birra, ma siamo di fretta anche noi e allora ciao, «al massimo un grazie, anche se certi giorni sono più gli insulti».

Virginia non accetta l’idea che la sua paga vada bene così, né che non occorra adeguare il salario minimo alla modifica del contratto collettivo introdotta nel resto della Svizzera (per il Ticino sarebbero 19 franchi e 11 centesimi all’ora se si è senza titoli, 20 e 88 con formazione triennale o quadriennale). Una cifra "chiaramente sproporzionata, insostenibile e inammissibile" secondo alcuni dei benzinai che si sono opposti alla modifica dei decreti federali. «Ma allora ci vengano loro, a lavorare», ribatte Virginia sospirando.

Il suo lavoro consiste in «un po’ di tutto, stare alla cassa, sistemare gli scaffali, scaricare le palette di merce, tenere pulito il magazzino e le pompe, delle volte tutto da sola». Il rapporto coi colleghi è buono, «ci aiutiamo tra noi per quanto possiamo, ma a volte la tensione scoppia. Fanno fatica soprattutto i colleghi più anziani. Una l’ho vista scoppiare a piangere, un’altra si lamentava del fatto che prende lo stesso salario da vent’anni». E anche se «stiamo tutti sulla stessa barca», alla fine «sono pochi quelli che decidono di rivolgersi al sindacato, di chiedere protezione. La maggior parte ha paura di farsi licenziare». Anche perché, osserva Virginia, c’è molto turnover e «tanta gente scappa dopo una o due settimane. Io stessa resto perché non trovo altro, e perché coi soldi mi aiuta la famiglia…».

‘Ma rischiamo di perdere il lavoro’

Però c’è anche chi la vede diversamente. È il caso di una frontaliera che chiameremo con lo pseudonimo Sofia, responsabile di un’area di servizio: «Io francamente non posso lamentarmi», dice subito, «sarei un’ipocrita se lo facessi. Mi trovo bene dove lavoro». E aggiunge: «La situazione secondo me era molto peggiore fino a qualche anno fa. Allora sì che c’erano situazioni insostenibili, io stessa ho avuto un lungo esaurimento nervoso. Quando ho denunciato al mio datore di lavoro che altri dipendenti si rubavano le stecche di sigarette, mi hanno perfino licenziato accusando me d’un furto. Ultimamente, però, mi pare che sia gli imprenditori, sia i clienti si siano accorti di noi: col Covid la gente ha cominciato a incoraggiarci, a capire la nostra importanza durante i lockdown. Insomma, si nota maggiore rispetto».

Quanto al salario, «è ovvio che per un residente si tratta di cifre insufficienti, non ci puoi vivere bene in Svizzera. Mentre io, da frontaliera, con certe retribuzioni posso godere di una buona qualità di vita. Il problema per molti, semmai, è che ci sono parecchi contratti a ore, con l’impiego – e di conseguenza il reddito – che oscilla da un mese all’altro, rendendo impossibile fare piani per la propria vita: si è sempre in bilico». A dirla tutta, per Sofia «i datori di lavoro un po’ se ne approfittano: a loro fa comodo avere frontalieri perché possono pagarli meno e magari farli lavorare di più, così come a noi il salario va bene per abitare in Italia».

Coi ticinesi non ci sarebbe grande competizione: «Ne ho avuti un paio al lavoro, ma spesso – come d’altronde anche con alcuni italiani – ho avuto problemi a fargli accettare che ad esempio dovevano lavorare anche nel fine settimana». Quanto ai clienti, «non ho mai visto una grande ostilità anti-italiana. Io lavoro duramente, sono grata dell’opportunità che mi dà la Svizzera, evito polemiche inutili, ma mi pare che anche chi ho davanti apprezzi quello che faccio e lo riconosca. Se poi qualcuno dovesse lamentarsi sostenendo che gli rubo il lavoro, gli direi di venire a fare il mio mestiere per una decina di giorni, così magari si renderebbe conto che non è così facile».

E il salario minimo? Per Sofia «la discussione andava fatta a monte, un paio d’anni fa. Oggi, con gli sconti sulla benzina in Italia e la crisi energetica, un sacco di gente viene lasciata a casa e il rischio è che un salario minimo peggiori la situazione. Mi pare il momento sbagliato per questa rivendicazione, e non mi stupisce che molte commesse e commessi abbiano paura a esporsi sul tema».

Unia: ‘Costi uguali al resto della Svizzera’

Invece secondo Chiara Landi, responsabile per il terziario del sindacato Unia, la polemica sul minimo salariale è pretestuosa: «Nel resto della Svizzera il salario minimo è stato introdotto, eppure anche lì si hanno sostanzialmente gli stessi costi di gestione e gli stessi prezzi alla pompa». Quanto al difficile contesto attuale, Landi ricorda che «il Ticino è terra di traffico e di turismo, per anni i benzinai sulla frontiera hanno vissuto di rendita, e non basta certo una difficoltà passeggera – visto che i prezzi del petrolio stanno già scendendo – per giustificare certe chiusure sul fronte delle condizioni contrattuali. Rifiutare un salario minimo, poi, è semplicemente ingiusto. Tanto meno lo si può giudicare ‘inammissibile’: nella ristorazione il minimo mensile è di 3’477 franchi, e parliamo di un settore analogo e che ha sofferto molto durante la pandemia».

L’Associazione ticinese delle stazioni di servizio pare presentarsi un po’ come Davide contro Golia, paventando l’avanzata di grandi gruppi d’oltre Gottardo che con la leva del salario minimo potrebbero desertificare le pompe ticinesi e colonizzarle: "L’impressione è che i grandi gruppi tentino di mettere in difficoltà piccole realtà come la nostra", ha scritto a Berna uno dei benzinai. Per Landi questa è una versione di comodo: «Anche qui in Ticino ci sono pochi gruppi che godono di una posizione dominante». La sindacalista ammette però che nel settore «c’è tanta paura a portare avanti queste rivendicazioni e a denunciare gli abusi. D’altronde lo avevamo già visto durante la prima ondata di coronavirus, quando molti – parliamo soprattutto di donne con figli anche piccoli – sono stati obbligati a pernottare in Ticino per il timore di una chiusura delle frontiere, e quasi tutti hanno dovuto ingoiare il rospo».

Atss: ‘Siamo un modello di successo’

Per Matteo Centonze, presidente dell’Associazione ticinese stazioni di servizio (Atss), va ridimensionata la critica legata ai salari che non permetterebbero di vivere in Ticino: «Spesso si parla del personale non formato, che entra quindi nel mondo del lavoro con i salari più bassi. A essere impiegati sono però anche tanti lavoratori formati, che percepiscono quindi un salario più alto». Il presidente dell’Atss poi rilancia: «L’operazione da fare non è alzare i salari, che non sono molto inferiori per i residenti rispetto ad altri cantoni, ma agire sui costi, rendendo il Ticino attrattivo in questo senso». L’effetto di un aumento nelle buste paga, sostiene Centonze, sarebbe infatti quello di avere una pressione ancora maggiore sul mercato del lavoro da parte della manodopera frontaliera: «Il Ticino è il più grande datore di lavoro della Lombardia. Nonostante questo abbiamo un tasso di disoccupazione piuttosto basso. Siamo quindi una sorta di modello di successo, che sicuramente si può ottimizzare, ma la leva giusta non sono gli aumenti salariali».

A criticare i benzinai ticinesi, però, era stata nelle scorse settimane anche l’associazione gestori di negozi delle stazioni di servizio in Svizzera (Agss). I vertici dell’organizzazione nazionale hanno rimproverato ai colleghi di non essere voluti entrare nell’Agss per partecipare alle trattative con le parti sociali. Discussioni che hanno poi portato alla modifica dei decreti che danno carattere generale al Ccl. «Eravamo disposti a mettere a disposizione una delegazione ticinese per partecipare alle trattative. Ma non abbiamo mai capito la necessità di entrare a far parte dell’associazione nazionale. Per noi è importante che le varie regioni abbiano una propria voce», afferma Centonze.

Il punto maggiormente contestato è quello legato al salario minimo contenuto nel nuovo Ccl, del quale facciamo notare la classe salariale ribassata rispetto a oltre Gottardo: «Non è vero che il Ticino ha una classe salariale diversa. Si sono riprese le stesse cifre del 2017, dando tre anni di tempo per adattarsi. Un periodo troppo breve per fare le riforme strutturali necessarie ad arrivare al livello degli altri cantoni». A tenere sotto pressione il settore sarebbe anche l’aumento dei prezzi del carburante e la concorrenza italiana: «Il costo della benzina per i clienti è leggermente sceso, ma fino a quando in Italia ci sarà il taglio delle accise, e da noi nessun aiuto, avremo una differenza». E le prospettive, avverte Centonze, non sono delle migliori: «Prevedo un nuovo aumento dei prezzi in autunno. I costi energetici stanno salendo e a breve tutti saranno chiamati a rinnovare le scorte, la domanda quindi crescerà facendo lievitare i prezzi».

La vicenda

Discussione irrisolta

In Ticino (dati 2020) si contano 169 stazioni di benzina con 944 addetti, di cui 759 sono donne e solo 185 uomini. La discussione sul contratto collettivo di lavoro – e quindi i minimi salariali – si è riaccesa nelle scorse settimane. Alcuni benzinai ticinesi, come anche l’associazione cantonale di categoria, hanno infatti inoltrato ricorso alla Segreteria di Stato dell’economia contro la domanda per modificare i decreti federali che darebbero carattere generale al Ccl. La modifica estenderebbe l’obbligo di salari minimi anche al Ticino, attualmente unico cantone dove non sono previsti.

A escludere dal salario minimo il Ticino era stato, nel 2017, il Consiglio federale. Berna aveva infatti riconosciuto la "particolarità" della realtà socioeconomica ticinese, offrendo ai benzinai a sud delle Alpi un periodo di "adattamento" per adeguarsi. In Ticino, va ricordato, esiste un salario minimo cantonale che però si applica solo in assenza di un contratto collettivo di lavoro: in caso contrario – secondo una ‘scappatoia’ che ora la sinistra vorrebbe rivedere – è teoricamente possibile concordare un salario minimo perfino inferiore a quello cantonale. Tra le argomentazioni dei benzinai, però, si legge che "nel nostro cantone ci sono i salari minimi cantonali, che a livello della vendita al dettaglio riprendono i salari del Ccl della vendita. In Ticino il problema è quindi stato risolto".

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