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08.09.22 - 05:30
Aggiornamento: 19:08

Il ‘caro lunghino’ ci sarà, ma il problema è il lavoro

L’aumento dei costi dell’energia investe anche panifici e pasticcerie, che dovrebbero reggere, ma potrebbero ridimensionare un po’ gli impieghi

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Keystone

Anzitutto, calma: non dovrebbero esserci razionamenti, fallimenti di massa e neppure aumenti di prezzo talmente esorbitanti da prospettare scenari manzoniani, con tanto di assalto al ‘prestin di scansc’ (o ‘Forno delle grucce’). Però anche il pane – la cui produzione richiede un elevato consumo di energia non solo per i forni, ma anche per la macinazione delle farine – dovrà fare i conti con gli aumenti in bolletta. «Faremo meglio il punto nelle prossime settimane, ma è già possibile stimare un aumento dei costi per l’approvvigionamento energetico attorno al 30-40%, che in parte possiamo ancora assorbire, ma che si tradurranno anche in un rincaro di circa il 20% nei prezzi al dettaglio rispetto allo scorso anno».

Ad anticipare le prime, provvisorie stime è Massimo Turuani, presidente della Società dei mastri panettieri, pasticcieri e confettieri del Canton Ticino: «Non mi piace sparare nel mucchio e fomentare allarmismo, per cui dico subito che non prevedo ondate clamorose di forni chiusi a causa del rincaro; se vi saranno chiusure, saranno probabilmente legate anzitutto a problemi pregressi. I maggiori costi avranno però un impatto negativo su attività artigianali che per loro stessa natura sono difficili da ‘razionalizzare’ ulteriormente. Così, oltre a rischiare un impoverimento della produzione – per evitare di sfornare quei prodotti che hanno meno mercato – a risentirne almeno parzialmente potrebbe essere l’impiego». Una prospettiva che naturalmente preoccupa anche i sindacati (vedi sotto).

Turuani distingue poi tra due tipi di attività: da una parte quelle che vendono principalmente al dettaglio, «a clienti che, magari dopo qualche mugugno iniziale, dovrebbero comunque metabolizzare relativamente di buon grado gli aumenti di prezzo», visto anche l’impatto minimo del pane sui consumi privati; e quelle che invece «vendendo a ristoranti, hotel, mense, scuole, ospedali si trovano molto più sotto pressione quando si tratta di negoziare i prezzi di fornitura».

A impensierire un po’ è anche il costo della farina, finora toccato solo relativamente dal blocco del ‘granaio’ ucraino – due terzi delle forniture provengono comunque da cereali svizzeri –, ma ora investito a sua volta dal rincaro energetico: «Anche i mulini risentiranno degli aumenti, e se le incertezze logistiche di inizio anno avevano influito solo in parte sui costi, ora è pressoché certo che anche le farine avranno un maggiore peso sulle nostre spese».

IL SINDACATO

Unia: ‘Agevolare il lavoro ridotto’

Sia come sia, alla fine la preoccupazione è soprattutto una: non tanto gli scaffali sguarniti – visto che un inverno senza il più esotico dei pani integrali si può pur sopportare –, quanto l’eventuale contrazione della forza lavoro. In questo, panifici e pasticcerie si fanno emblema delle difficoltà di interi settori del piccolo commercio e dell’artigianato. Difficoltà per certi versi paradossali: «È infatti da notare che la prospettiva di licenziamenti, in questi casi, non coincide con una crisi di domanda e produzione», nota il segretario regionale di Unia Giangiorgio Gargantini. La contrazione degli impieghi sarebbe semmai il riflesso condizionato di un sistema economico altrimenti ‘sano’ davanti a uno shock esterno sui costi, col rischio di aggravare la situazione: «Un taglio avrebbe ulteriori conseguenze negative per tutti – prosegue Gargantini – lavoratori, aziende ed economia in generale. Per questo ci auguriamo che lo Stato trovi adeguate soluzioni di sostegno: occorre portare sollievo alle aziende come ai privati di fronte all’aumento dei costi, in modo da evitare di cadere in un circolo vizioso».

In questo e in altri settori, dunque, occorrerebbe evitare una spirale che travolga tanto il lavoro quanto il potere d’acquisto. A venire in soccorso potrebbero essere ancora una volta, come durante le fasi acute della pandemia da Covid-19, le indennità per lavoro ridotto. «In fin dei conti – conclude Gargantini – parliamo di una crisi che risponde a tutti i requisiti per l’accesso a questo strumento: un momento di difficoltà dovuto all’impossibilità di completare lavori previsti a causa di fattori esterni limitati nel tempo. La priorità, comunque sia, dev’essere quella di salvaguardare l’impiego».

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