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22.06.22 - 17:52
Aggiornamento: 18:54

Salario minimo, resta l’incognita TiSin

I risultati pubblicati dalla Tripartita circa le infrazioni alla nuova legge (solo una cinquantina) non diradano i dubbi dei sindacati Ocst e Unia

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(Ti-Press)

D’accordo, ma con TiSin come la mettiamo? Si potrebbe sintetizzare così la reazione dei sindacati Ocst e Unia, dopo il rassicurante comunicato del Dipartimento delle finanze e dell’economia che martedì faceva il punto sul rispetto del nuovo salario minimo: solo una cinquantina le infrazioni su oltre 1’600 aziende controllate da inizio anno, un misero 3% “perlopiù da ricondurre a errori di calcolo” e tale che “la quasi totalità dei datori di lavoro ha reintegrato la differenza dovuta” ai suoi impiegati. Perché certo, «il numero basso di infrazioni riscontrate costituisce un risultato positivo, un buon segnale in merito al rispetto della legge da parte delle imprese», osserva Renato Ricciardi, segretario cantonale Ocst. Tuttavia «resta una forte preoccupazione circa quelle aziende che il salario minimo hanno attivamente cercato di aggirarlo, penso a quelle del Mendrisiotto che proprio a questo scopo hanno cercato di siglare un nuovo contratto collettivo di lavoro con TiSin».

Ovvero il sedicente sindacato che nel direttivo annoverava, accanto al sindacalista Nando Ceruso, anche i granconsiglieri leghisti Sabrina Aldi e Boris Bignasca. Un sindacato ormai defunto, o meglio, rifondato dopo la partenza dei due politici come Sindacato libero della Svizzera italiana. Insieme all’associazione padronale Ticino Manufacturing, aveva tentato di siglare un’intesa con retribuzioni inferiori alla soglia minima prescritta dalla legge, che d’altronde prevede esplicitamente un’eccezione proprio per le aziende sottoposte a contratto collettivo. Per Ricciardi «si è trattato di un chiaro ed esplicito tentativo di eludere il salario minimo, promuovendo nei fatti il dumping salariale e sociale. Sappiamo che tali aziende sono state oggetto di verifica da parte dell’Ispettorato del lavoro, ma non sappiamo se esse rientrino tra quelle sanzionate e se in tal caso abbiano opposto un ricorso».

Per il segretario cantonale Ocst «sanzionare condotte simili è importante non solo per dirimere la controversia specifica, ma anche per esprimere un chiaro giudizio di valore. Questo cantone, posto sotto la pressione tipica di un’economia di frontiera, non può permettersi ulteriori escamotages e speculazioni».

‘Comunicazione deludente’

D’animo analogo è il segretario regionale Unia Giangiorgio Gargantini. «Il fatto che si siano riscontrate poche infrazioni non mi stupisce, fin dall’inizio abbiamo sostenuto che un salario minimo peraltro così basso non avrebbe causato quegli stravolgimenti che invece altri paventavano», ma «è deludente notare come non vi sia stata una comunicazione pubblica più dettagliata sulle aziende presso le quali sono state riscontrate infrazioni. In particolare, sarebbe interessante capire se tra queste ci sono anche le società riunite in Ticino Manufacturing. Questo permetterebbe di precisare se e in che misura l’accordo in questione permetta di aggirare la legge sul salario minimo. Più in generale, occorre notare come a quasi un anno dallo scoppio del caso non vi sia ancora alcuna presa di posizione chiara da parte dell’autorità politica in merito»

Ricordiamo che la Commissione tripartita in materia di libera circolazione delle persone – l’organo che riunisce autorità cantonali, associazioni imprenditoriali e sindacati per prevenire e sanzionare abusi – martedì ha riferito di sole sette aziende multate per oltre 2mila franchi. Di norma, il datore di lavoro ritenuto in torto deve informare i lavoratori e corrispondere loro la differenza tra il salario percepito in precedenza e quello minimo stabilito dalla legge. Ricciardi ricorda che «l’applicazione delle misure di accompagnamento alla libera circolazione – i contratti normali di lavoro che impongono salari minimi in settori oggetto di dumping e i controlli dell’Ispettorato del lavoro – sono e restano imprescindibili per evitare derive».

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