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15.06.22 - 20:00

Il ‘Sonderfall’ Ticino tra realtà e percezioni

Uno studio dell’Ustat ci aiuta a capire meglio se e in che misura il nostro cantone si differenzia dal resto della Svizzera. Partendo da Brunori Sas

"Caso speciale", "figliolo problematico", sciuscià cresciuto dalla parte sbagliata del "Polentagraben", perfino ribelle propenso a "Tessinereien", mattane che si spiegherebbero solo con l’essere troppo vicini al mondo latino. Vittima dei "balivi" oppure, a seconda degli occhi di chi guarda, del proprio stesso vittimismo. La rappresentazione del(la) ticinese è storicamente ostaggio di grossolani stereotipi e narrazioni distorte, non solo sull’altro versante del Gottardo. Per mettere a fuoco con maggiore lucidità la posizione del cantone rispetto al resto della Svizzera – per capire insomma se e in che misura esiste davvero un ‘Sonderfall’ Ticino – un aiuto importante ci viene dalla statistica. Come nel caso di un piacevole contributo che Mauro Stanga ha appena consegnato alla rivista ‘Dati’: il ricercatore dell’Ufficio di statistica (Ustat) costruisce coi numeri un percorso che ci dice qualcosa di più su quello che siamo o che crediamo di essere. Il contributo, pubblicato oggi, è introdotto da una brillante citazione del cantautore Brunori Sas: "Dividere le cose, è un gioco della mente / il mondo si divide inutilmente". Cogliamo l’occasione per dividere e unire le cose direttamente con l’autore.

Tra le varie indicazioni curiose che emergono da questa ‘antologia’ di statistiche, notiamo che i residenti in Ticino mangiano relativamente poca verdura e fanno poco sport, almeno rispetto al resto del Paese. Eppure si direbbe che non ne siano pienamente consapevoli.

In effetti, se si chiede ai residenti in Ticino se mangino abbastanza frutta e verdura e facciano abbastanza sport, questi rispondono in senso affermativo all’incirca tanto quanto gli altri svizzeri. Se però a quello stesso campione rivolgiamo domande che richiedono un riscontro più oggettivo – in particolare, quanti minuti a settimana dedicano ad attività che provocano sudore e fiatone e quante volte di preciso mangiano verdure – allora si nota una certa discrepanza: anche in Ticino le persone classificabili come attive superano il 60%, ma la media svizzera è ben oltre il 70%. L’impressione è che nel nostro cantone vi sia una maggiore autoindulgenza nello stabilire cosa sia ‘abbastanza’, magari anche per ragioni culturali e linguistiche.

Dai grafici si nota una discrepanza anche rispetto al rapporto con l’estero: i ticinesi sono i primi in Svizzera a dirsi pronti a denunciare episodi di razzismo, in generale si sentono meno minacciati dagli stranieri rispetto allo svizzero ‘medio’, ma sono molto più preoccupati dalla concorrenza estera sul mercato del lavoro.

Le risposte – fornite dalle stesse persone nella stessa indagine - cambiano radicalmente quando nelle domande viene esplicitamente evocato il mercato del lavoro. La sensazione di essere minacciati dagli stranieri passa in Ticino da un 15% scarso a un 35% abbondante allorché viene aggiunto questo elemento. Un fenomeno questo che non si riscontra nell’intera Svizzera. Evidentemente giocano un ruolo fondamentale le condizioni specifiche di un’economia di frontiera, reali o percepite, mentre per tutto il resto si registra una certa apertura. In Ticino risulta del resto più diffusa anche la sensazione di perdere l’attuale posto di lavoro, che provoca insicurezza e, a quanto emerge, anche diffidenza e chiusura.

D’altronde vediamo anche che un ticinese su due è figlio, nipote o pronipote di uno straniero, ben al di sopra del comunque importante 38% misurato come media svizzera. Ma allora perché i risultati di numerose votazioni paiono confermare la propensione a una certa chiusura delle frontiere?

In questo senso dobbiamo notare che c’è stata una netta inversione di tendenza a partire dagli anni Novanta. Fino ad allora il Ticino sosteneva in modo massiccio i trattati internazionali e contrastava con decisione le iniziative volte a limitare l’accesso degli stranieri: l’iniziativa Schwarzenbach del 1970, che avrebbe condotto al rimpatrio in massa dei lavoratori esteri, fu bocciata in Ticino dal 63,7% dei votanti, rispetto al 54% nazionale. Nel Luganese e nel Mendrisiotto, dove vi era già una particolare concentrazione di lavoratori dall’Italia, si arrivò rispettivamente al 77% e all’87% di ‘no’. Negli anni Novanta – complici la disoccupazione e le difficoltà sul mercato del lavoro, anche in ragione di congiunture globali – si è invece sviluppata una maggiore chiusura.

Guardando verso Berna, assistiamo a un altro fenomeno paradossale: il Ticino ha avuto una rappresentanza in Consiglio federale molto più assidua di quella di tutti gli altri cantoni, fatta eccezione per Zurigo, Vaud, Berna e Neuchâtel. Eppure il compasso del nostro dibattito politico pare estendersi di rado al di fuori della linea Chiasso-Airolo, tant’è vero che siamo l’unico cantone – insieme al Vallese e al Giura, ma lì si registrano differenze meno esplicite – che vede una partecipazione al voto maggiore per le elezioni cantonali rispetto alle federali. C’entra la storia?

Incidono certamente le travagliate relazioni con Berna attraverso i secoli, segnate dalla percezione di essere trattati come fratelli minori dai ‘balivi’, tanto che non tutti i ticinesi erano inizialmente convinti dall’idea di entrare nella Confederazione. Un episodio istruttivo riguarda il liberale Stefano Franscini, consigliere federale nel XIX secolo e padre della statistica cantonale: nel 1854 fu riconfermato in Consiglio nazionale solo grazie a un seggio complementare gentilmente messo a disposizione dal canton Sciaffusa, in quanto i ticinesi non lo avevano riconfermato in seguito a faide politiche cantonali. Un aneddoto che illustra bene come le relazioni della politica locale con quella federale siano state spesso tormentate, tortuose e potenzialmente divergenti rispetto alle tendenze nazionali, mentre l’attenzione collettiva ha sempre privilegiato la dimensione cantonale. Anche in questo caso possono avere un ruolo le distanze culturali, geografiche e linguistiche. Le stesse che poi scoraggiano anche il pendolarismo intercantonale: solo l’1% dei residenti in Ticino fa la spola per andare a lavorare ‘in dentro’ contro l’oltre 50% del canton Appenzello Esterno, situato all’estremo opposto della classifica.

Siamo il quinto cantone che alle votazioni su quesiti federali si esprime più spesso controtendenza. Un episodio un po’ buffo citato nello studio: il 30 novembre 1980 solo il 18% dei ticinesi votò a favore dell’obbligo di indossare la cintura di sicurezza, contro il 51,6% nazionale. L’‘Eco di Locarno’ scrisse indignato: "Cinture di sicurezza, che rabbia… Gli svizzero-tedeschi hanno deciso per noi: evviva la democrazia". A cinque anni dall’entrata in vigore della legge, solo il 35% degli automobilisti nostrani allacciava la cintura. La statistica fotografa dei ticinesi sostanzialmente anarchici, o solo dispettosi?

Anche in questo caso va notato come spesso i quesiti federali diventino in Ticino un’occasione per affermare una propria specificità. A volte la volontà di distinguersi e le rivendicazioni regionaliste riemergono in contesti apparentemente inconsueti, come nel caso della votazione sulle cinture di sicurezza. Le urne si trasformano così nello strumento per affermare una propria irrinunciabile specificità, con esiti che alcune volte possono sembrare paradossali. In generale, il messaggio veicolato col voto appare quello di una popolazione che si sente subordinata e trattata – a torto o a ragione – come ‘diversa’. Ancora una volta tornano in gioco quelle specificità storiche, linguistiche, geografiche e culturali che in una certa misura differenziano il Ticino dal resto della Svizzera. I dati forniti dalla statistica pubblica permettono, per concludere, di evidenziare e certificare le differenze che convivono all’interno del sistema svizzero (quello del canton Giura sarebbe un altro capitolo interessante), come d’altronde è ragionevole aspettarsi in un contesto federalista, plurilingue e multiculturale.

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